Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.12

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EPILOGO – La vita è una malattia sessualmente trasmissibile, infine.

All’aeroporto il rumore di bagagli trascinati era la colonna sonora della mattina. Quei rullii continui entravano nelle orecchie come zanzare fastidiose, assieme al cicaleccio delle persone, intente a salutarsi, darsi banali raccomandazioni, baci e abbracci affettati, nell’attesa della partenza verso i loro orizzonti più o meno lontani. Ogni tanto si sentiva un aereo decollare, il fischio lungo come quello dei capitreni che danno il via, chi c’è c’è, chi non c’è prenderà il prossimo convoglio. Niente di stra-ordinario, in pratica. Quotidianità di un aero-porto, snodo di passaggio di vite che si incrociano e scontrano per il puro e sadico gioco del caso.

Elisabetta aveva la valigia pesante calata sulle spalle, ma sentiva meno fardelli addosso, ora. I suoi pesi voleva lasciarli tutti in quella maledetta città che aveva lasciato anni prima, con la mente, e più di recente, con tutta la sua persona. Prima di uscire dalla casa della sua infanzia, mentre si accalcavano nel corridoio, lo sguardo le era caduto su una vecchia foto di famiglia che non ricordava, scattata anni prima: li ritraeva tutti insieme e tutti più giovani, lei e suo fratello appena bambini, i loro genitori poco più che trentenni, negli occhi grandi speranze per tutti. Grandi speranze, già, come il romanzo di Dickens. Ma la vita non è un romanzo, la vita è fatta di intoppi che sommandosi diventano problemi, ed i problemi se troppi divengono insolubili: ad un certo punto, la corda si spezza, anche la più resistente. Poi un conto è dire che si può rattoppare tutto, ma una volta che un vaso si è spezzato in una miriade di pezzi, anche incollandoli tutti quanti con minuzia, si saprà e vedrà sempre che quel bel vaso è caduto, si è infranto, si è rotto. Così per quella famiglia, ragionava, che di facciata poteva tentare di dare la migliore delle immagini, ma sotto sotto…il fuoco covava sotto la cenere, specie se ancora tiepida.

Insomma, con un po’ di amaro in bocca era giunta in aeroporto, nella hall che sembrava un immenso formicaio i suoi genitori erano in imbarazzo stile grandi occasioni, ma forse il ragazzo da festeggiare dovrebbe essere suo fratello, colui che ha stretto i denti, è caduto, è inciampato, ma poi si è rialzato e proprio grazie a questo, ed all’aiuto che ha ricevuto per rialzarsi, è stato in grado di risollevare tutti gli altri membri della sua famiglia. Forse. Alle volte, accadono cose impreviste ma non del tutto imprevedibili, non ha senso domandarsi i perché ed i per come, bisogna affrontare ciò che accade, punto.

«Alla fine, i Chicago Bulls hanno vinto la partita, ma è stata proprio sudata.» parlottava allegro Pietro con i suoi genitori. Sembrava che le cose brutte fossero accadute ad altri, o fossero successe anni prima. Suo padre ha la testa altrove, Elisabetta lo nota mentre ascolta suo figlio parlare della partita di NBA e fissa di sottecchi sua moglie, Anna. A volte sembra di non conoscerla affatto, altre volte la ama come se fosse il primo giorno. Forse l’amore è voler bene a qualcuno che non si conosce appieno, è solo l’immagine che la nostra testa si costruisce, a somiglianza di altre persone conosciute quando si era bambini, ma poi è tutto un gioco di comunicazioni tra sordi, o su argomenti differenti. Io amo la tua parte di me che vedo in te. O viceversa: amo la parte di te che risuona in me, grosso modo dev’essere così. Elisabetta ora non ha voglia di impelagarsi in riflessioni pseudo-psicanalitiche, le attende un lungo viaggio di ritorno. E sarà anche un viaggio di ritorno a casa, alla loro quotidianità, per quella famiglia disgraziata (disgregata?) forse più simile a mille altre famiglie, oppure unica nella sua ridda di problemi insoluti ed inghippi maldestri. Non lo sa, non lo vuol sapere. La distanza, alle volte, è la migliore medicina tra chi non riesce a parlarsi, a capirsi, a comprendersi.

Lei aveva bisogno della sua indipendenza, per uscirne dal pantano in cui i suoi genitori l’avevano, bonariamente, inconsciamente, spinta. E ce la stava facendo, ci sta riuscendo, ed è giusto che continui per la sua strada. “Devo andare avanti così, per la mia strada. Di sicuro, loro se la caveranno da soli.” Al più, era in pensiero per suo fratello, ma a Pietro stavano dando piano piano gli strumenti idonei per muoversi sulle sue gambe, e cercare di capire che la sua storia personale non è la migliore o la peggiore delle storie, semplicemente è la sua, e questo è abbastanza per meritarsi tutti gli applausi, tragica o allegra che sia la vicenda narrata.

Pietro sembrava più tranquillo, a prima vista. Certe volte avrebbe voluto essere nella sua mente, per poterne scrutare i pensieri, anche quelli più assurdi, vedere che sembianze aveva quella ragazza dai capelli colorati, e cosa provava quando baciava le altre, nei suoi riti di iniziazione con il gruppo dei “ragazzi senza nome”. Avrebbe voluto sentirne i discorsi, carpirne i sussurri, per vedere se era davvero lei, una mosca bianca, come ad un certo punto si era sentita, pur avendo sempre fatto parte del loro gruppo, oppure si era davvero determinata una distanza, una cesura, una ferita, da parte loro, così all’improvviso, come Anna con i suoi brutti pensieri che, tutt’a un tratto, saltano fuori con la stessa forza di un tappo che salta dalla bottiglia di spumante. Dal sentirsi diversa al capirsi differente, di questo aveva bisogno Elisabetta.

Abbraccia non troppo convinta i suoi genitori, ma non vuole dar loro dispiaceri, soprattutto adesso, che gli equilibri sembrano rientrati, ogni cosa tornata al suo, comunque precario, posto. Nota ancora che suo padre ha veramente la testa altrove, e chissà se è sua moglie, o forse deve metabolizzare il fatto che le altre persone non sono come le formule matematiche dalla risoluzione prevedibile, ma hanno una certa dose di segreti, e di spazi celati, alle volte oscuri, dove rifugiarsi. Lo capirà, forse, col tempo, o forse no, ma non ha importanza. Anna è leggermente intontita dalle medicine, però le fanno solo bene, ha bisogno di uscirne da quella brutta storia, di sedimentare quei pensieri assurdi che ogni tanto, la notte, andavano a trovarli nel sonno come grotteschi fantasmi, e non serve il tentare di annullarsi per scacciarli: da annullare sono quei fantasmi, non chi ne viene perseguitato. Un sorriso tiepido si manifesta sui volti di entrambe le donne.

Elisabetta alza il braccio in un saluto, un arrivederci a chissà quando, ma comunque non un addio. Sbroglia tutti i doveri da brava passeggera in attesa del proprio volo, il tempo sembra liquefarsi nell’estenuante burocrazia del check-in, del controllo bagagli, nell’attesa di sentire la voce registrata che annunci il proprio volo, come si attende che la radio trasmetta la propria canzone preferita…

…Volare è un riappropiarsi della propria libertà. Alla fine, ce l’ha fatta. Salita sull’aereo, seduta al suo posto, il bagaglio a mano riposto sul sedile, non deve chiedere permesso a nessuno per passare, il posto al suo fianco è vacante, forse un passeggero che ha rinunciato al viaggio, forse qualcuno che salirà al prossimo scalo, non lo sa e non ha importanza. Se non altro, per un po’ potrà rilassarsi, spaparanzarsi sulle sedute in fondo non troppo comode. La comodità, semmai, ora per Elisabetta è un’altra: paradossalmente, si sente lei, quella salva. Salva da cosa? Questa è una bella domanda, ma non vuole approfondire molto le indagini, non adesso se non altro. Davanti a sé, ancora un lungo viaggio. Torna al pensiero delle belle vite che si leggono solo nei libri e nei romanzi, col lieto fine a volte scontato, spesso sperato, sempre presente. Loro sono diversi, le loro vicende non hanno avuto un lieto fine immediato, e chissà se lo avranno mai del tutto.

Certe volte crede che per stare meglio, soprattutto loro – o forse, più di tutti, lei – ci sarebbe bisogno di un manuale. Un libretto di istruzioni per le loro vite, di adolescenti inquieti, perché possano essere coltivati al meglio. Con questo pensiero in testa, si addormenta. Il viaggio sarà ancora lungo.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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