Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 32

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“In qualsiasi momento della vita si possono prendere in mano le redini e cambiare il proprio destino.”

(Fabio Volo, ‘Un posto nel mondo’)

Qualunque cosa accada

Il giorno in cui decisi di morire stavo tornando a casa in treno ed era un mercoledì. L’estate era iniziata da poco, ed ancora non mostrava appieno i suoi segni; molte persone indossavano giacche dalle maniche lunghe, ed il treno non era ancora invaso dalla frescura dell’aria condizionata. Tornavo nella città stanco, con pochi soldi in tasca ed ancor meno parole da spendere. Avevo notato un’anziana signora desiderosa di scambiare qualche convenevole, ma avevo evitato la cosa immergendomi fintamente nella lettura di un quotidiano economico, quando di economia oltre a non intendermene per niente, me ne importava meno ancora. L’aveva lasciato probabilmente qualche passeggero della mattina, diretto al suo ufficio, tutto ingessato in un ruolo artefatto ed in abiti di mediocre sartoria. La signora anziana parlottava comunque, di se stessa, della sua famiglia, dell’amato marito sepolto e dell’adorabile nipotino che muoveva i primi passi. Per educazione annuivo senza ascoltarla del tutto, così come non leggevo il quotidiano scritto in caratteri oscuri: l’unica cosa sensata che al piú stavo facendo, era uno stretching alle braccia, intente a reggere il giornale ad una distanza particolarmente ampia dato che non mi ero brigato neppure di inforcare gli occhiali. Ma ad un certo momento, ed eravamo a circa metà viaggio, pensai guardando fuori dal finestrino, le braccia fisse nella stessa posizione, il quotidiano fermo sulla stessa pagina. “Lei è fidanzato?” eccola, la domanda bruciapelo di chi non sa farsi gli affari propri. Potevo essere un vedovo inconsolabile, un omosessuale latente, uno scapolo incallito, un prete in libera uscita, ma evidentemente davo l’immagine di un giovane uomo che aspettava di rivedere felice la sua dolce metà, quando invece la mia unica prospettiva di quella sera era di tutt’altro tenore.

“…no, Signora.”risposi dopo un tempo talmente lungo che l’anziana poteva anche pensare non fosse rivolta a lei, la mia quasi scorbutica risposta. Mi sarei aspettato una banale tiritera del tipo:” ma come! Un così bel ragazzo come lei…eccetera eccetera”, ma invece la sua risposta detta senza polemica fu: “non me ne stupisco.” al chè drizzai le orecchie. Cosa voleva insinuare, la donna? Piegai il giornale che era sempre aperto su una pagina di stock option e fondi pensione, per degnare di piena attenzione la mia unica compagna di viaggio. ”Cosa intende dire?” le chiedo con sincera curiosità. Non potevo lamentarmi in fatto di donne ed avventure, ovvero non era stata piena carestia, ad essere sinceri. Che ci conoscessimo di vista? O che la signora fosse parente stretta di un qualche mia ex-? O puro tirare ad indovinare? ”Mi ha sentito benissimo, stava facendo finta di ascoltarmi fino a poco fa.” fece un silenzio assorto, nel pulirsi una vecchia montatura di occhiali. ”Le ripeto ciò che le ho già detto: non mi stupisco del fatto che lei non sia fidanzato, e che l’ultima sua relazione importante risalga a parecchio tempo fa.” Mi aveva seguito? Pedinato? Come poteva conoscere dettagli così personali di una persona così anonima come me? O forse era proprio questa la risposta: il mio anonimato? Mi si accavallarono troppe domande in testa, ma ero volenteroso di scoprire fin dove poteva spingersi la logorrea di quella donna, che fino a prima aveva solamente parlato di sé. Che si parlasse di me, ora? Mi feci sinceramente attento.

”Lei è il classico bravo ragazzo cresciuto a pane ed buone maniere. Che tuttavia, ad un certo punto, ha sentito strette addosso, ed ha deciso di ribellarvisi. Via le buone maniere, via le belle donne, via le migliori occasioni. Ma non è così che bisogna comportarsi, si fidi di me. È ancora in tempo per cambiare.” aveva persino tirato fuori il necessaire per fare la maglia, come le classiche vecchie signore che giravano sui treni per andare a venire dalle piccole cittadine verso le grandi metropoli. O forse il contrario. In carrozza passò il bigliettaio, chiese il biglietto a me, ignorò la Signora. Non me ne stupii troppo, con le persone di una certa età si poteva anche chiudere un occhio, alle volte.

Ad un certo momento, all’improvviso, la Signora sembrò sentirsi male, avere una specie di mancamento. In perfetto silenzio, la vidi accasciarsi sul sedile. Spaventato, cercai di scuoterla per vedere se non fosse solo un’improvvisa stanchezza, quindi mi decisi a rincorrere il capotreno seguendo quel vagone lunghissimo e vuoto, che pareva non avere mai una fine. Era come si allungasse ogni fila di sedile percorressi. Era sterminato, infinito. Nessuno all’orizzonte, ad un certo punto tutto si fece buio ma ero sicuro non ci fossero gallerie, sulla tratta che facevo tutti i giorni, da anni.

Quando mi riebbi, ero sulla banchina di una piccola stazione anonima, attorno a me persone in divisa medica che mi praticavano strani massaggi con ancor più strani macchinari. «La Signora stava poco bene, non io!» volevo protestare, ma non riuscivo a spiccicare parola. «Fortuna che è riuscito a tirare il freno di emergenza.» ripeteva il capotreno alle persone lì attorno a lui. «Era solo in quella carrozza, se non fosse stato capace di bloccare la carrozza, temo saremmo arrivati a destinazione con un morto sul treno, e sulla coscienza.»

Non so dire quanto possano corrispondere al vero quelle parole, se non siano anch’esse frutto dei miei deliri pre-infartuali. Di certo, ho iniziato ad ascoltare di più quella paziente Signora che, spesso, vedo seduta sul treno che prendo ogni giorno, intenta a sferruzzare maglioni infiniti per nipotini immaginari.

Pubblicato da Lucio Campiani

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