Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.11

Photo Credit: papale-papale.it

I nodi vengono al pettine.

Distanze misurabili e non misurabili
Quanto è lungo un metro? Un metro è lungo un metro, la risposta è tautologica. Un po’ come per l’amore: come si misura, questo sentimento? A forza di abbracci, intensità di baci, durata di una relazione? I bambini domandano spesso: quanto mi vuoi bene? E forse anche loro chiedono conto di tale misura; deve esserci, in loro – in noi: sempre non siamo robot o elettrodomestici – una piccola Ikea del cuore, dove immancabilmente, all’entrata, si trovano migliaia di striscioline di carta che possono misurare lunghezze, larghezze, altezze, profondità – appunto: profondità – dei vari sentimenti che loro e gli altri devono, con pazienza, assemblare. Un affetto in 36 pezzi, senza libretto di istruzioni perché il montaggio prosegua nella maniera più personale e dunque unica, possibile.

Il problema sta nel fatto che, mentre per tutti un metro è in ogni tempo, in ogni luogo, lungo un metro, le emozioni non sono universali nelle loro grandezze, quanto invece personali nella loro espressione; dunque, in fondo, ciascuno possiede un manuale di istruzioni, ma l’ha dimenticato o perso in qualche luogo sperduto e irraggiungibile della propria casa, o del proprio cuore.

E questo era capitato a Pietro, Elisabetta, Paolo ed Anna. Tutti quanti non sapevano piú dove avevano lasciato quel manuale, e si trovavano in imbarazzo e difficoltà. Quasi tutti avevano allora improvvisato (Paolo), abbozzato (Elisabetta), si erano spinti anche agli eccessi (Anna), ma l’unico a restare col fiato sospeso, lo sguardo fisso a mezz’aria, le braccia allungate contro il corpo in una posa buffa di chi non si sente a posto, ed al suo posto nel mondo, era stato proprio Pietro, Pietro Eugeni, dall’età in fioritura e dall’animo inquieto. Lui era quello piú degli altri che aveva bisogno di un buon libretto di istruzioni – e così stava facendo, dalla psicologa/psicoterapeuta, una volta a settimana, una dose omeopatica rispetto i suoi reali bisogni inespressi e mai sopiti.

Ragazze, certo. Amore, affetto. Sesso. Tanto sesso. I suoi ormoni ballerini lo smascheravano in momenti non sospetti, il suo cervello volava alle ragazze che aveva sognato, aveva baciato, aveva desiderato con tutti i pori della pellea tratti acneica, in fondo sì, aveva bisogno di sentirselo dire, di sentirselo chiedere, che glielo urlassero in faccia, le altre, quanto avevano voglia di lui. Era questo il nocciolo della questione: la misura dell’altrui desiderio. E qui ci si ricollega al discorso iniziale, del metro (ma non di giudizio), della misura (intesa come valutazione), dell’amore (nel senso poli-semantico del termine). Pertanto, Anna era solo la punta dell’iceberg dei suoi problemi, o al più toccavano altri membri della famiglia (il marito troppo impegnato col lavoro, la sorella troppo distante da casa), più che quell’adolescente con ben altri pensieri in testa. Certo, eventi di tale natura non aiutavano nel gestire situazioni più complesse, tutto si ricollegava nell’infinito rimando di specchi frantumati, di cocci taglienti come rasoi che picchiettavano infinite immagini a tinte schizofreniche di individui scheggiati…i suoi pensieri, ecco cos’erano quei cocci. Cocci di vetro, cocci di bottiglie di birra, l’ennesima bevuta con la ragazza dagli occhi blu ed i capelli colorati – era sempre lei? O era la ragazza del sogno? – e improvvisamente, si rivede lui a terra, in corridoio (o in bagno, o in cucina, o in camera sua), che arranca tra le piastrelle colorate ed altre schifezze sparse sul pavimento, stavolta non si tratta di medicine ma di alcol o vomito o chissà cos’altro è entrato e poi riuscito dal suo stomaco, e l’aroma acre di sigarette, ma forse, si dice Pietro guardandosi attorno, forse non mi trovo nemmeno a casa mia (difatti non lo è), ma sono da amici (l’amica speciale), c’è stata una festa (un ritrovo tra amici), e si sa come sono i giovani (adolescenti inquieti), e poi noi abbiamo i nostri riti (i ragazzi senza nome, quei cocci di vetro che tornano in gioco, quel rituale che ogni tanto si ripeteva), per cui sì, è tutto a posto, è tutto nella norma.

C’è un nuovo arrivato, nel gruppo, dopo che sua sorella Elisabetta ne è uscita – l’ha detto lei stessa l’ultima volta che si sono trovati, tutti assieme, ha detto: “adesso non riesco a fare più certe cose, dovete capirmi, ragazzi, altri impegni e pensieri mi chiamano altrove, poi c’è anche un nuovo ragazzo, insomma, cavatevela da soli, siete grandi, siete persone autonome, eccetera.”, ed il nuovo arrivato ha le parvenze di una ragazza dai capelli colorati, i colori sono cangianti come i sentimenti di tutti quanti, si mischiano nei drink più o meno alcolici bevuti a sorsi, e nelle parole più o meno sincere dette a mezza voce.

Ecco perché l’aveva sognata sempre più spesso, quasi fosse una premonizione, o un oracolo. Scrutò controvoglia nel fondo del bicchiere, per cercare risposte a domande mai fatte. Forse sì, alla fine era stata tutta colpa sua se erano successe tante cose. I fumi dell’alcol e di qualche spinello gli vorticavano sopra come nuvole temporalesche. Non è facile andare avanti quando non conosci la strada, né dove ti trovi. Ne avrebbe parlato la settimana successiva, alla dottoressa. Ed a sua sorella. Ed alla sua futura ragazza, nei sogni più torbidi che lo visitavano nelle sue notti più buie.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

Write Writing Written

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: