Fantasy Undergroung su dodici livelli – 10°

IX – LA LUCE DELLA LUNA PERMETTE AD OMBRE INQUIETANTI DI SCORRERE MEGLIO


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La luna sorse da dietro le colline ammantate di bianco, illuminando con la sua pallida luce gli alberi stecchiti che si ergevano solitari tra i campi come spaventapasseri, e gettando lunghe ombre dei loro rami contorti sul terreno brullo ed innevato anch’esso.

Una figura si mosse nell’oscurità, strascicando i piedi nella neve fresca, mentre il silenzio ovattato si infrangeva ogni qualvolta essa respirasse: sospiri lunghi, flebili, una nuvoletta condensata saliva verso l’alto, disperdendosi in un attimo; la figura, lasciando orme profonde dietro di sé, avanzò per molti passi prima di fissare lo sguardo a terra e tutt’intorno. Quindi parve studiare il luogo, annuendo tra sé e sé di tanto in tanto, ed infine si fermò.

Quello era il posto.

La luce biancastra illuminò parzialmente il corpo della figura, rivelando un lungo pastrano nero di lana ad avvolgerla dal collo fino alle caviglie, con un rigonfiamento sulla parte sinistra dov’era legata la spada, infilata nel fodero. La punta del fodero sporgeva da sotto il lembo del mantello, arrivando quasi a strisciare per terra; se la figura si fosse chinata, sicuramente l’avrebbe fatto, lasciando un foro nella neve gelida. Per il resto, null’altro traspariva dell’essere ritto in piedi a fissarsi la punta degli stivali: il fatto che fosse armato non significava nulla – chiunque in quei giorni doveva essere in grado di difendersi da solo in qualsiasi momento – e dunque poteva essere un uomo come una donna, un mercante come un principe o un contadino. Una nuvola carica di pioggia oscurò la luna, e la figura riscomparve nell’oscurità, individuabile solo dal rumore del proprio respiro.

«Per sei volte sono venuto qui, Ishmaìl. E tu non c’eri, venendo meno alla tua promessa. Sei volte, Ishmaìl. Una dopo l’altra; un mese, in termini di tempo.» disse, con una voce che lasciava trapelare un tono di rimprovero, e che echeggiò fin oltre i boschi sud-orientali. Sembrò avesse parlato alla terra, o alla punta dei suoi stivali. Chi lo stesse osservando e non fosse l’Ishmaìl in questione, l’avrebbe giudicato un pazzo; “Avvelenato nell’anima” dicevano in quelle regioni, ma all’uomo – si capiva che tale fosse, dalla voce – non interessava più di tanto. Altri motivi, più importanti, lo spingevano. Un’altra figura emerse all’improvviso, rischiarata dalla luna, sorta repentina quasi la terra stessa l’avesse generata in quell’istante, come un ciuffo di Capelvenere da sotto lo strato freddo del manto bianco; avanzò di alcuni passi, squadrò l’uomo ammantato di scuro, quindi rise. A denti stretti, sì, ma fu comunque una risata divertita; non erano purtroppo momenti per ridere di cuore, quelli. «Ermann…» pronunciò il nome assaporandolo, un gusto dolce dall’improvviso accento amaro. Una smorfia deturpò il viso dai lineamenti proporzionati. «Un tozzo di pane ed una brocca d’acqua.» disse inchinando lievemente il capo, in un rito di saluto. «Un tozzo di pane ed una brocca d’acqua.» rispose il tale Ermann, meditabondo. «Certo…pane fragrante e caldo, appena sfornato dalle donne del villaggio, e acqua pura e limpida delle migliori sorgenti di montagna…un tempo aspettavo con gioia questi momenti, ora li ricordo con nostalgia.» scosse la testa, a scacciare antichi quanto dolorosi ricordi. «Quanto tempo fa? Secoli, temo; tu li ricordi Ishmaìl? Anzi, dimmi prima questo: perché non sei venuto un mese fa? Ti ho atteso a lungo, troppo a lungo.»

La faccia dell’altro non fece trapelare alcuna emozione, quando parlò. «Degli…impedimenti mi hanno trattenuto, ecco. Ma ho fatto il possibile, Ermann. Il possibile! Klovid Umbar…» «Klovid Umbar è morto. Terra per vermi, oramai. E anche i De Grein, e Heloa Kaf.» annunciò a Ishmaì impassibile, elencando i nomi senza alcuna sfumatura, come se stesse parlando di cifre, più che di persone. «Ermann…mi dispiace. Ma io…» tentò l’uomo che era stato chiamato Ishmaìl. «E Joshua Rea. Princeps Yeowen. E i Grinn. Il Comandante Senahl.» «Io…» azzardò nuovamente l’altro. «Sono tutti morti, per gli dei! Centosette persone in tutto! Potevamo evitarlo, eh? Potevamo, Ishmaìl?» gli gridò contro tutta la sua rabbia, che fece maggior impressione visto il contrasto con il tono distaccato di poco prima. Colui che si faceva chiamare Ishmaìl sussultò, visibilmente scosso, a disagio.

Il silenziò che calò tra di loro echeggiò dei turbinii del vento del nord, che alzava nuvole di neve ridepositandole sui volti degli uomini, le barbe nere a chiazze grigie incrostate di piccoli ghiaccioli. Spostando il peso da un piedi all’altro, Ishmaìl provò per tre volte a rispondere, e per tre volte vi rinunciò, bloccandosi sull’inizio di una parola, o di una frase. Quando trovò il coraggio per giustificarsi, all’altro uomo che tutti chiamavano Ermann non importava più nulla, come dimostrava la posizione di spalle che dava, lo sguardo perso nel vuoto, a scrutare l’orizzonte. «Ho fatto ciò che ho potuto, Ermann. Cosa credi, che sia facile per me? Non è per niente facile ottenere che anche solo dieci soldati muovano il culo dalle regioni orientali per accorrere in nostro aiuto; senza parlare dei costi esorbitanti dei mercenari, pronti ad abbandonare la battaglia non appena la sorte muti in loro sfavore, e degli ostacoli che mi sono ritrovato a fronteggiare.» «Ostacoli con il nome di donne dei Regni del Sud, immagino.» commentò l’altro, senza troppa ironia. Gli dava ancora le spalle, notò Ishmaìl. «Oh, diamine! Cerca almeno di ascoltarmi, una buona volta! Non lo farei mai, non su queste cose, non avendo poco tempo da perdere; conosci la mia indole, Ermann, e sai che non disdegno le belle donne quanto non mi tiro indietro dinnanzi al dovere. Né rischio la vita a sproposito, e gli “ostacoli” di cui parlo si chiamano piuttosto la guerra civile. Che sta devastando l’Est. Rendendo impossibili i collegamenti tra l’Eptarcato e qui, o le pianure di Salal.» «Ah.» sempre per nulla divertito, si lasciò sfuggire quel piccolo commento, che mostrava tutto il suo disinteresse. “Le giustificazioni non li resusciteranno.” Pensò il cosiddetto Ermann, stringendo i denti per la rabbia inutile, fine a sé stessa. “Le giustificazioni o un esercito di diecimila uomini, volessero gli dei. Servivano un mese fa, oggi sono vani come il sangue versato da quei morti.” «I ribelli hanno bloccato tutte le vie di comunicazione; sapessi quanti soldi ho dovuto far girare di mano in mano per poter raggiungerti, e ho riconosciuto le colline della nostra terra solo questa mattina all’alba, dopo due settimane di viaggio. Le pattuglie, però, mi impedivano di metterti in contatto con te direttamente. Se non fossi venuto…avrei dovuto trovare vie alternative.» sbuffò, calciando svogliato un sasso, che rimbalzò nell’ombra, il rumore attutito dalla terra innevata ed umida. Ermann gli dava sempre le spalle, un lembo del mantello nero sollevato dal vento pungente, carico dell’odore di pioggia. Ishmaìl fiutò a lungo, come un predatore, stringendo in maniera convulsa l’elsa della spada, che gli spuntava da sopra la schiena, sul punto di estrarla e di fendere l’aria in larghi quanto micidiali movimenti. «Così…Re Sinienö I è stato detronizzato, a quanto pare. Correvano voci da tempo.» Da almeno un anno. Tutti i regni occidentali si erano alleati contro il Regno dell’Eptarcato per spartirsi tutte le ricchezze che gelosamente custodiva, al riparo degli artigli affamati di oro degli stranieri; Ermann non aveva espresso mai un parere sull’avidità dei regnanti, ignorando tutte le discussioni che gli anziani del suo villaggio intavolavano le sere tranquille davanti ad un bicchiere di pessimo vino – tant’è, bisognava accontentarsi. Ora che aveva saputo che si erano decisi ad agire, trasformando le voci in realtà, non si sentì troppo in vena di fare altre domande; ad ogni modo, Ishmaìl volle rispondere ad alcune inespresse. «Non troppo docilmente, ho sentito dire. La famiglia reale massacrata, il Re pare sia stato inchiodato vivo alla porta della Reggia, sottoposto alla rabbia della folla. I due figli, Eredi al Trono, imprigionati a Salal dai Marchiati…una vicenda tragica, una famiglia sfortunata. Nessun nemico meriterebbe tutto ciò, nemmeno il peggiore.» «Come? Cosa hai detto?» lo bloccò all’improvviso Ermann, girandosi di scatto a guardarlo. «Dicevo che nessun nemico meriterebbe…» «No, no. Prima.» «Ah. I due figli, Eredi al Trono, Ylien e Sara Kerjy, pare siano stati catturati dai Marchiati e portati a Salal. Una brutta sorte.» rabbrividì, e non per il vento che gli scivolava lungo la schiena. Ermann sputò a terra: «Marchiati! Possano essere maledetti!» «Credevo tu lo sapessi.» commentò Ishmaìl, leggermente sorpreso. Tra i due, era il più vecchio che aveva sempre le informazioni più fresche. Forse era stato impegnato altrove, o forse vi aveva badato meno, a queste cose. «Sono stato impegnato altrove.» rispose Ermann. Aggiungendo: «Ma adesso sono pronto a finire quello che avevo iniziato. Anzi, adesso più che mai. Forse l’hanno fatto per provocarci, e stanarci. Chissà. Ma ad ogni modo, i Marchiati non ci troveranno impreparati. Negli anni abbiamo pagato un prezzo molto alto, ma non siamo sciocchi da compiere gli stessi errori.» «Ci penseremo a tempo debito, Ermann. Adesso dobbiamo dedicarci ad un’altra piccola questione.» «Quale, Ishmaìl?»

Non seppe mai la risposta, perché il fendente della lama fu rapido e, tutto sommato, abbastanza indolore. «Tu eri l’ultimo della lista. Eri riuscito a sfuggirci, ma i Marchiati sono più furbi di te.» Ed anche di Ishmaìl stesso, visto che erano riusciti a corromperlo con una ben misera somma, per i tempi. Evidentemente, ognuno aveva il suo prezzo ed il suo valore.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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