Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 31

Photo credit: deanthebard.com

“Le nostre cicatrici ci ricordano che il passato è reale.”

(Jane Austen, ‘Orgoglio e pregiudizio’)

Senza ritorno.

«Ciao.» fu detto sulla porta, a metà strada tra la gioia e la malinconia, e si trovò abbastanza vicino da poter osservare i dettagli del suo volto, i minuscoli e sparuti peli chiari che sembrava le incipriassero vagamente il naso, o le guance. «Ciao.» e fu abbastanza, almeno per il momento, qualsiasi altra parola aggiunta avrebbe solo aumentato l peso della frase, il fardello dell’addio – o arrivederci? – tra loro, sarebbe stato un di più inutile, un orpello di cattivo gusto.

Quando l’inizialmente labile linea di confine si fece netta, sentì chiudersi qualcosa anche da qualche parte nel suo petto, non di certo il cuore dato che era un’invenzione da poeti melensi, e lui che aveva i piedi ben piantati a terra lo interpretò come un peso – un intoppo – alla bocca dello stomaco, nulla più. Sì, qualcosa si era pur sempre interrotto, tra loro due, ma la calma apparente con cui si erano salutati non poteva giustificare quelle sue sensazioni (somatizzazioni, gli avrebbe poi detto uno specialista in materia di vite da rammendare). In fondo stava bene; ne era sicuro, o era quello che si voleva raccontare?

L’aria pungente della sera quasi invernale trasportava appena i rumori ed i sapori della periferia. Ogni tanto un qualche clacson dava il ritmo dell’intermittenza di una piccola insegna di un bar. L’odore di forno si mischiò a quello di tubi di scappamento, e con pochi agili passi Paolo fu in strada. Adesso sì, se l’era lasciata dietro per sempre, e l’acidità di stomaco si fece ancora più noiosa. In altri momenti avrebbe fumato una sigaretta, e per qualche minuto nel buio sarebbe stato identificabile come una piccola fiammella arancio sporco; da quando l’aveva conosciuta aveva smesso di versarsi catrame nei polmoni, senza un preciso motivo, giusto per sentire meglio il sapore delle sue labbra e delle sue curve. Ora poteva anche ricominciare, o a fumare oppure a cercare altre curve, altre labbra.

Si sarebbe messo a guidare nella notte, sperando non giungesse la pioggia, perché non si confondessero con lacrime le gocce che gli avrebbero imperlato il viso. Domani sarebbe stato smagliante, ne era sicuro. Un lunedì soleggiato ed iperattivo lo avrebbe salutato come rivincita ad una giornata davvero da buttare via. Sono difficili da sopportare quei pensieri a cui non si riesce a trovare il filo, una ragione. Così, di punto in bianco, da “vediamoci ancora per fare l’amore” al “lasciamoci adesso per evitare di farci del male”, e lui avrebbe voluto avere sottomano la situazione, le redini della relazione, invece no. Credeva, ma Lei era stata sempre un passo avanti, lo precedeva e ne anticipava le mosse come un’abile giocatrice di scacchi. Non se n’era accorto, ecco tutto: non aveva captato quei piccoli, minuscoli, indizi che annunciavano la fine o comunque una pausa, così come prima sulla porta si era accorto di non aver mai notato prima quella piccola sfumatura che ombreggiava la sua faccia.

Stupidamente, tentò di giustificarsi dicendo: si è fatta l’amante. Per non ferirmi, mi ha lasciato prima che potessi scoprirlo. Il malessere al petto si fece più intenso e stavolta, poeti o no, era proprio il suo cuore.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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