Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.10

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9.

Il paziente designato

In terapia.

Il mercoledì Pietro andava dalla psicologa. Detta così, suonava male, lo faceva sembrare malato, oppure uno di quelli coi problemi, o uno che non c’era molto con la testa. Allora era meglio riformulare la questione, dicendo che andava dalla psicoterapeuta per affrontare la difficile situazione che la sua famiglia stava attraversando, sua madre soprattutto ed innanzitutto. Alla fine, lui era l’anello debole della catena, e tutte le incrinature si erano riverberate in lui, su di lui, dentro di lui. Finché non esplodi – dentro – e implodi – fuori, in un paradossale ribaltamento di senso e prospettiva, dove tutto diventa il contrario di tutto, e quel che fino al giorno prima sembrava normale diviene assurdo, e quel che sembrava assurdo, diventa la norma. Se fino al giorno prima era normalità alzarsi dal letto verso le sette di mattina, diventa uno sforzo immane. Se le storie di persone finite in ospedale per abuso di farmaci e tentativi di suicidi le ascoltavi solo al tg della notte, ora queste cose capitavano anche alle persone della tua famiglia, e quindi diventava la normalità.

«Oggi come stai?» le chiede affabile la dottoressa, per rompere il ghiaccio. Non calca su quell'”oggi”, era una domanda come un’altra, per sciogliere la tensione che traspariva – ancora, chiaramente – dal ragazzo. Ogni tanto, lei prendeva appunti. Il minimo necessario, l’importante di quel ragazzo era potersi focalizzare sul qui ed ora, su quell’oggi buttato lì a caso, per farglielo afferrare, per fagli capire che quel giorno non sarebbe stato un giorno uguale a tutti gli altri, né a quelli che erano passati né tanto meno a quelli che sarebbero venuti, semplicemente era un momento particolare nel flusso di coscienza, o una fotografia scattata durante la proiezione di un film. Ovviamente, erano concetti che avrebbero – avevano – affrontato altre volte, con altre parole, e quell’oggi poteva rappresentare la prima volta che si vedevano (ma non era così) o l’ennesima volta che si incontravano (e non era neppure quello). Perciò il ragazzo rimase in silenzio, stavolta. Perché doveva capire, o meglio stava capendo che le sue paure erano legittime ma non potevano condizionarlo. Le situazioni brutte erano tali e quali, ma non c’era da nascondersi: bisognava prenderne coscienza, non vergognarsene. Non era un criminale, non era colpa di nessuno, di certo non sua.

«Oggi…oggi sto meglio.» ecco. Stava meglio, rispetto a qualcosa di definito e definibile, non aveva detto “bene” o “male” (anche se quelle risposte avrebbero aperto altrettante porte e finestre su cui gettare lo sguardo, ovvio), semplicemente c’era nel giovane – forse, a tratti, lentamente – la consapevolezza che le cose non erano fisse, stabili, immutabili. Sua madre non sarebbe rimasta in ospedale per sempre, la manciata di farmaci che aveva ingurgitato una volta, non li avrebbe presi infinite volte a ripetizione, come un caleidoscopio di immagini che si ripetevano tutte uguali, insomma, pian piano, a piccoli passi, doveva solo uscire da quel pantano. Non aveva importanza come c’era giunto, o l’importanza era relativa: ciò che era importante, adesso, era tirarsene fuori, ecco tutto. Per questo, stava meglio, o poteva dire di star meglio: aveva visto la scala, o i primi pioli. O l’indicazione luminosta rossa con scritto EXIT.

Il sorriso di Giovanna non fu di circostanza. Annuì lievemente, trattenendo dal prendere subito appunti. Lo guardò negli occhi, e i loro sguardi si trattennero per qualche secondo in più, finché il ragazzo non li abbassò. L’unica cosa era la tensione, che rimaneva in lui, ma sì, avrebbero lavorato anche su quello. E su tutto il resto. In quelle settimane, vedendolo spesso e volentieri, aveva raccolto abbastanza informazioni per farsi un quadro abbastanza preciso della situazione in cui si erano ritrovati tutti quanti, e Pietro per primo. Insomma, la madre che cercava di fare qualcosa era solo la punta dell’iceberg. Forse non aveva avuto davvero intenzione di morire, quel giorno, sta di fatto che con quel gesto aveva dato il via ad una serie di eventi corollari, ultimo ma non meno importante il ritorno della figlia a casa. Certo, Elisabetta sarebbe potuta rimanere in Australia, considerata non solo la distanza geografica ma quella psicologica con i suoi genitori, ma tutto il resto stava venendo a galla, come un relitto, o bolle d’aria che scoppiavano in superficie. In passato, prima che Pietro nascesse, erano successe altre cose, nell’ecosistema della neonata famiglia Eugeni. Poi, con il suo arrivo, quell’ecosistema aveva assunto un’altra forma, ma nel muoversi quel nuovo aggregato non si era retto subito bene, subito alla grande, ed insomma tutto il sistema di pesi e contrappesi di quella triade aveva scricchiolato pericolosamente. Quando, infine, dopo anni di silenzi e rimostranze, altri eventi significativi – e casuali – avevano fatto il loro corso, allora il nuovo equilibrio precario aveva ri-trovato il suo punto debole, e tutto era scoppiato, come una bolla d’aria quando, per l’appunto, arriva in superificie. «Oggi hanno dimesso tua madre, vero?» «Sì.» «Sei contento?» «…»

Contento era una parola grossa, pensa Pietro. No, sarebbe stato contento se Anna fosse morta. Assurdo a dirsi, ancor più assurdo e crudele a pensarlo, ma tra le righe aveva avuto questo pensiero, di distruzione, di annicchilimento, di morte, che certe cose non facessero più ritorno, che certi fantasmi se ne stessero il più lontano possibile, e che tutto, tutto quanto, la finisse lì, e quelle urla, quelle grida, si spegnessero in un bic continuo ed incolore di un letto d’ospedale, dove tutto sembra candido ed asettico, ma in realtà è un grumo di sangue e merda e sofferenza e denti stretti. Ecco tutto. Ma non disse tutte queste cose, non elaborò i suoi pensieri crudeli. Rimase in parziale silenzio, comunicando col suo corpo e quella tensione che ogni tanto pareva sxhiacciarlo contro la sedia, mozzandogli il fiato, premendo sul petto, in quel punto dove si trova anche il cuore e da dove i sentimenti partirebbero: quella morsa glieli ricacciava tutti indietro, glieli rispediva in gola, cosicchè non potessero germogliare e far frutti. I sentimenti genuini erano un ricordo lontano nella mente di Pietro Eugeni, che adesso si è incantato ad ammirare i suoi pensieri, ripensaa sua madre, a sua sorella, alla ragazza dai capelli blu ed infine, tenendosi per ultimo e non a caso, ripensa anche a se stesso ed a quella situazione di merda in cui si trova.

Una lacrima scivola silenziosa sul suo viso, prontamente notata si fa goccia d’inchiostro per il breve appunto della dottoressa Giovanna Drei. C’è ancora da scavare, in lui, e cercare di capire che cosa lo tormenta, a renderlo cosí inquieto. Come una pianta delicata, necessita delle giuste istruzioni per essere coltivato.

«Non c’entra granché, ma ho in testa questa cosa, cioè, il sogno. Quel sogno che ultimamente faccio spesso. La ragazza, intendo.» «La ragazza dai capelli colorati, me ne hai già parlato, sì.» «Anche l’altra sera, l’ho sognata ancora, quella ragazza. Era tutto così strano, così assurdo. E così bello, anche.» «Perché dici anche “bello”…?» «Perchè in fondo, sapevo non era del tutto reale, ed ero contento così. In fondo, me lo meritavo. Mi meritavo di essere infelice.»

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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