Per aspera ad astra, in dieci passaggi – IX

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Iconoclasti

A prima vista, la statua sembrava esser stata eretta da poco. In realtà, erano passati quasi due secoli. La sua posa poteva sembrare stramba per chi non conoscesse la storia dell’epoca: era una donna che guardava al cielo con un binocolo. Ai suoi piedi, un qualche animale che ai piú, su quel pianeta, era sconosciuto. Doveva chiamarsi cane, ma le antiche memorie erano andate perse dopo il Grande Repulisti del secolo precedente.

La loro storia era abbastanza recente, e fortuita. Trecento anni. O forse piú. Chi poteva dirlo, con precisione? Erano abitanti che vivevano alla giornata, non avevano tempo per i ricordi, erano sempre proiettati in un incerto futuro di scoperte e sbagli. Piú i secondi che le prime, ma era pur vero che senza errori non c’erano le prove.

La statua l’avevano ottenuta fondendo il materiale della loro astronave, ma anche quel dettaglio era andato presto perduto. Al piú, era rimasta una sorta di leggenda, un qualcosa che aveva avuto a chè fare con una certa Arca di Noè che li aveva protetti per tanto tempo, navigando in un fluido informe dopo una certa punizione divina da parte di un certo pianeta malvagio: appunto, frammenti sconnessi di ricordi imprecisi riportati da chi non era certo stato presente quando quel tutto era successo, dunque, perché…?

La tensione era palpabile nell’aria rarefatta del mattino, quel giorno. I più si erano radunati autonomamente, mentre un’altra, sparuta, parte aveva organizzato segretamente il tutto. Volevano abbattere quella statua. Era grottesca, ambigua, fastidiosa, nel vedersi. Era un ammasso di ferraglia, arrugginita o sporca, trascurata, lasciata al suo destino – come loro, a quanto pareva. Se un tempo ci si passava accanto e la si degnava di uno sguardo, seppur fugace, una nota di rispetto, ad un certo punto tutta questa reverenza era venuta meno, e sembrata oltremodo inopportuna. Era un sentimento diffuso che non era stato esternato così su due piedi, non da subito, per lo meno. Pian piano, tuttavia, questa sensazione si era diffusa, con la stessa rapidità con cui l’acqua scorre nelle condutture o l’elettricità nelle case. Era uno sfregio, verso i loro sacrifici. Uno scherno, verso le loro delusioni e disillusioni. Erano partiti, decenni prima, carichi di belle speranze. Quelle belle speranze si erano rivelate meri fardelli, ed il peso era stato tale da piegarli a terra, con un dolore sordo, e difficile da mandar via. Ecco, non potevano far altro che maledirla, quella statua! E poi, con che coraggio si rivolgeva al cielo, con speranza, trepidazione, ansia, quando il cielo aveva regalato inganni, menzogne, problemi? Quella che era parsa la loro arca di Noè, si era rivelata la loro gabbia dorata, la trappola nella quale erano caduti. “Forse è colpa della statua.” Mormorava qualcuno, anche se la statua era stata eretta dopo, ma chi poteva dirlo, con certezza? Magari era sempre stata lì, anzi, l’avevano costruita altri prima di loro, magari delle altre specie, magari degli alieni, magari qualcuno che voleva tenerli prigionieri su quel pianeta che non offriva né abbondanti frutti né la pace dei sensi: quel pianeta era il loro inferno, e dovevano uscirne fuori al più presto. Le generazioni precedenti erano state illuse, avevano interpretato male una religione sbagliata ed evidentemente falsa. La statua doveva aver influito sulle menti dei più deboli ed ingenui, facendo loro credere che erano sempre stati lì e lì sarebbero dovuti sempre stare, nascosti, protetti ma per nessun motivo, per nessuna ragione, potevano andar via. Sì, era certamente così. Pian piano, il pensiero si era impadronito di sempre più persone, infine di tutti. Non c’era bisogno di decidere pubblicamente o democraticamente il da farsi. Il sacrilegio andava fatto in gran segreto – anche se tutti sapevano quel che sarebbe accaduto, ed erano tutti d’accordo – perché magari la statua avrebbe influito sulla mente di qualcheduno ed impedito di essere buttata giù e distrutta, oppure essa stessa ne sarebbe venuto a conoscenza, di quale pericolo si trovava innanzi, ed avrebbe impedito che ciò avvenisse. Magari era dotata di una propria volontà, magari era dotata di un’intelligenza superiore, o comunque diversa. Non era forse vero che gli alberi, pur essendo così fermi ed immobili, erano in grado di trasformare la luce in energia, con un’efficienza ben maggiore di quella dei pannelli solari? E allora, cosa non poteva dire che quella statua fosse ben di più di un semplice conglomerato metallico? Sicuri che fosse stata ricavata da un astronave e non si fosse assemblata per conto proprio? L’inquietudine iniziò a serpeggiare tra quelle genti. Il popolo del pianeta selvaggio prese una decisione, in maniera inconscia e collettiva: la statua andava abbattuta, per la loro salvezza.

Dopo, sarebbero potuti scappar via, da quel pianeta senza speranza, che di speranze non ne offriva, che di prospettive non ne dava alcuna. Sì, in certi casi la natura si rivelava proprio una matrigna. E quella statua ambigua non era da meno, la causa di tutti i loro problemi. In qualche modo, sarebbero andati via. Magari non subito, ma presto. L?importante, ora, era abbattere quella statua, e poi fonderla. Così fu, senza troppo scalpore. L’unica cosa che lasciò interdetti fu che, nel fondere la statua, emerse una capsula termo-protetta, contentente il progetto di costruzione di un’altra Arca di Noè.

Alcuni, nell’avanzare compatti verso quell’artefatto che sembrava di lamiera, giurarono di aver notato difatti una specie di sorriso dipingersi sul volto della donna che guardava col binocolo, verso il cielo. Ma forse, ne convenivano poi, doveva solo trattarsi della loro fervida immaginazione. L’importante era poter tornare a guardare verso il cielo, e lì finalmente tornare ad avanzare.

Dopo la pars destruens, avviene la pars costruens. Avevano abbattuto una statua, ma molto probabilmente la rampa di lancio che avrebbero assemblato per una navicella spaziale, sarebbe diventata presto il loro nuovo idolo, la loro nuova icona. E forse, un domani, sarebbe stata abbattuta anche quella.

La storia certe volte si ripeteva in una patetica circolarità.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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