Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 30

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Lascia accese le luci nelle stanze per spaventare il buio che hai dentro.

Ti vien voglia di morire, dico sul serio. Ci pensi quando ti sembra di non avere più vie di scampo, e le parole di scherno e biasimo ti si sommano in testa e tu piangi piangi piangi ma quelle cazzo di lacrime non riempiranno nessun mare. Lo sai, certo che lo sai, ma piangi lo stesso e non vedi l’ora che si spenga la luce, si spengano tutte le luci di un mondo che non ti vede e ti costringe a rimanere nell’ombra, ed allora sia ombra, ombra dappertutto, il buio in tutti i luoghi, in ogni dove. Questo buio che ti divora dentro, una malinconia bastarda fatta di parole non dette baci mai dati emozioni non vissute; amori perduti, amicizie finite, sconfitte subite come punture di zanzara in una notte d’estate afosa e senza autan a portata di mano. Ne puoi schiacciare una, due, ce ne saranno altre cinque o sei a sibilarti nelle orecchie il loro stridulo memento mori. Siiiii, ricordati che devi morire, iniziamo noi a pasteggiare con il tuo sangue, mosche banchetteranno infine col tuo cadavere ancora caldo.

Quell’estate… Quell’estate sarebbe potuta andare meglio, la battaglia non combattuta, la maledetta vita non spesa. Idem dicasi per l’autunno seguente, e l’estate ancora dopo. La ripetizione banale di accadimenti tutti un po’ tristi, senza paracadute o ancore di salvezza, senza coraggio da spendere o voglia di tentare. La depressione mista ad apatia mischiate entrambe con una malinconia di sottofondo: un cocktail perfetto capace di abbattere un cavallo. Ti dicono di tener botta, di andare avanti, di non retrocedere, desistere, tirarsi indietro o rinunciare. Tutto facile per loro, i soloni da parole crociate e partite di burraco, di musica leggera ed una birretta tutti assieme. Beati loro, i moralmente ciechi che non colgono la dura verità di una vita che fa male solo a respirarla…

Rigurgito d’adolescenza in salsa verde bile. Il primo piatto dei ristoranti della vita a buon prezzo. Non puoi esimerti dall’assaggiare un boccone, caro mio. E, alla fine, il conto lo devi pagare lo stesso, se non altro per aver occupato un posto non prenotato.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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