Cronache del dopodomani in sette dispacci – Secondo

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“Nemmeno il caso è imperscrutabile; esso ha la sua regolarità.”

(Novalis)

Ogni dodicesimo giorno.

Anche quell’anno, all’approssimarsi del giorno fatidico, aveva il terrore che potessero presentarsi a casa sua. Se lo sentiva. L’anno precedente era toccato ai Rogers, dall’altro lato della strada. E l’anno prima ancora, ai Khameidi poco più avanti. Persone semplici che vivevano in una villetta a schiera, di quelle non troppo pretenziose, adatte alla classe media, la borghesia del duemilacinquanta, quelli che erano costretti a stare – letteralmente parlando – coi piedi per Terra. Queste persone (erano persone? Sul serio?) arrivavano senza trambusto, giungevano come ladri nella notte, ma si preoccupavano sempre di suonare il citofono e, se per qualche gioco assurdo del caso, nessuno rispondeva – o faceva finta di non essere in casa – allora riprovavano il giorno dopo. E quello dopo ancora. Finché…finché non trovavano il destinatario del loro “messaggio”, si poteva dire. 

Nessuno si poteva nascondere per sempre, nessuno poteva scappare all’infinito.

Quest’anno se lo sentiva con una blanda rassegnazione: avrebbero scelto lui, era l’unica lotteria della sua esistenza dove gli era capitato il biglietto vincente: peccato che vincere a quella “lotteria” – se così la poteva chiamare – equivaleva ad essere eliminati. Tagliati fuori, gettati nella spazzatura. Un lavoro pulito, sarebbe stato. Niente sangue, niente urla, niente famiglie straziate dal dolore. Un semplice saluto cordiale, un semplice invito a seguirli – un attimo, un attimo solo – e poi, come nulla fosse successo. Soltanto, qualcuno non rientrava in casa, non faceva ritorno. Era una cosa assurda, ma accettata. La società lo permetteva! La società lo pubblicizzava, ogni inizio anno commerciale. Il refràin trasmesso in onde corte era grossomodo una litania del tipo: “Inizia il conto alla rovescia al dodicesimo giorno dell’anno. Non abbiate paura! Ricordate che se lavorate duro potete evitare queste noie burocratiche. Fate l’upgrade della vostra condizione personale. Quest’anno l’offerta prevede Ottantamila Punti a fronte di nove mesi di straordinari. Fate la vostra scelta, salvate voi stessi.” Quando veniva trasmessa in ologrammi, la réclame era ancora più stramba: una presentatrice sorrideva computa in ghingheri. Recitava la litania. Notò solo che, anni or sono, la presentatrice ad un certo punto non si vide più in ologrammofonia. E’ ascesa al cielo, mormoravano molti guardando in alto, là dove solo gli Dèi potevano permettersi di abitare, larghe sfere orbitanti dotate di tutti i comfort immaginabili, la servitù robotica a soddisfare ogni loro minimo desiderio, giorno e notte, notte e giorno, o lunghissimi giorni e lunghissime notti, se uno di quelli lassù lo voleva. Non era lusso sfrenato, semmai era potere. Potevano tutto, e nessuno era in grado di ribellarsi. Era la società che lo chiedeva, e questo non era forse abbastanza?

La sera si allungava lentamente nelle stanze; andò in cucina a prepararsi un caffè, cercò di cogliere qualcosa di diverso nel giardino retrostante, sul vialetto, in cielo. Niente, non c’era niente che potesse far presagire che… Suonò il citofono. Sobbalzò rovesciando la tazza di caffè che aveva in mano, macchiando il tavolo laminato, sporcandosi leggermente i pantaloni. Pregò dentro di sé che quelle macchie potessero essere le uniche che lo avrebbero sporcato, quella sera e tutte le altre serate a venire.

Producete! Riproducetevi! Riducetevi! Cedete! Era un cerchio perfetto. Un eterno ritorno. Lo schiavo di ieri diventava il padrone del domani. Tutti potevano ascendere al cielo – o finire, ahimè – sottoterra. A scegliere, in parte, il caso. No, non era un destino beffardo, era un lancio di monetina. A volte le cose van bene, a volte no. Nessuno decideva per te, eri te a decidere. Se ti impegnavi abbastanza ed avevi, beh, avevi fortuna, allora in quaranta-cinquanta anni potevi diventare come loro, come quelli che abitavano lassù, lassù in alto, sopra le nuvole, sopra il cielo, sopra tutti, soprattutto.

Quando nel cuore della notte suonò il campanello dell’appartamento a fianco, trattenne il fiato. L’appartamento a fianco era vuoto da un paio di settimane, se qualcuno poteva anche andarci a vivere, che bisogno c’era di suonare il campanello? Non era mica Halloween – quando esisteva Halloween, e tutte le feste comandate, e la gente credeva in qualcosa, anche se assurdo. Eppure, credeva, vi ci si aggrappava come naufraghi disperati che artigliano il galleggiante, e tutto ti scivola via, e senti venir meno le tue speranze – le tue speranze, sì, ma non la tua fede. Ecco, era finita anche quella, da qualche anno a questa parte. 

No, era Klaus, un conoscente del circondario. Cosa strana che fosse lì, a quell’ora della notte, proprio da lui. Rimanendo sul chi va là, chiese da distanza di sicurezza cosa volesse. Per una tranquillità ancora maggiore, tirò fuori un’arma: poteva sempre averne bisogno. «Cosa vuole, Klaus?» ripetè a voce più alta, ma quel buffo personaggio dai pantaloni troppo larghi e – si accorse – in ciabatte, continuava a non rispondere, a guardarsi intorno. Tornò a suonare il campanello, e tornare alla sua posizione d’attesa. Attesa di che cosa? Gli gridò: «Adesso arrivo, può spiegarmi di cosa ha bisogno?» ma il buon Klaus – sempre che di Klaus si trattasse, a questo punto, rimaneva imperterrito nella sua posizione. Forse dovevano migliorare il prodotto, ragionò a denti stretti. Visto che sono incapaci di fregare la gente. La gente come me, intendo. Il trucco ormai era scoperto. Ma il peggio era che lui, adesso, non poteva più dirsi al sicuro. E poteva fare una sola cosa: scappare.

Tum-tum. Tum-tum. I colpi sulla porta giungevano con fermezza, scanditi come battiti del cuore. In quel momento, il suo martellava invece rapido come un trapano pneumatico. Corse i gradini delle scale a due a due, trattenendosi a stento al corrimano metallico. Le sue impronte sarebbero state ovunque, ma non era il problema maggiore, adesso, perché oltre che dalle impronte, potevano seguirlo grazie al fiuto dei segugi meccanici, o l’udito dei sensori di quartiere. Ovunque si muovesse, loro lo sapevano. E prima o poi l’avrebbero trovato; sì, ci si poteva nascondere, ma non per sempre. Tanto più che qualunque nascondiglio alla fine veniva scoperto, quindi l’unica alternativa era scappare, scappare da qualunque posto, senza nessun luogo sicuro dove poter riposare, dormire con un occhio aperto e un’arma carica sotto il cuscino, pronto a saltare in piedi al primo rumore diverso dal solito. Quanto avrebbe durato? Non lo sapeva, forse mesi, forse anni, ma di certo non troppo a lungo. Perché, semplicemente, alla fine ti trovano, ed il dodicesimo giorno giunge anche per te.

Il fatto poi peggiore era stare in mezzo agli altri, perché alla fine lo venivano a sapere. Uno di riserva sarebbe stato eliminato prima del suo tempo, per sopperire alla mancanza del prescelto. E ti avrebbero guardato male, perché tu eri scampato, ma avevano preso uno dei loro amici, o parenti, o chissà chi altri, però prima del loro tempo, perché – guardate un po’…! – un libero pensatore aveva voluto sfuggire al suo destino. Manco fosse il più bello, il migliore, nossignori! Non si poteva sgarrare, in quel mondo – ed a quel modo: le regole erano le regole. Se non ti piacciono, puoi sempre chiamarti fuori, ma in senso definitivo, a mai più, comunque, in ogni modo. Volente o nolente, eri un condannato.

Quegli sguardi ostili rischiavano di accompagnarlo vita natural durante, quindi doveva evitare anche le persone. Il motivo ulteriore era che una specie di aura lampeggiante sarebbe spiccata su di lui come una taglia, come un avviso rosso che non si poteva spegnere, sarebbe stato segnalato, l’avrebbe seguito ogni movimento avrebbe fatto. Sì, il sottosuolo – certi ambienti del sottosuolo – garantivano un certo anonimato, ma non aveva idee di quanti metri in profondità e poi i sotterranei non li conosceva per nulla. Forse altri, prima di lui. Forse c’erano altrettanti reietti fuggiti a quel sadico rituale?

E questo era niente, in confronto a tutto quello che sarebbe successo nel prosequio inclemente del tempo.

(Adesso capite perché sto cercando di mettervi in contatto con voialtri, del tempo presente? Perché il futuro è stato anche questo: beh, certo, adesso quello rappresenta il nostro passato, ed ora non è più così – è anche peggio, tremendamente peggio. Quando si è giunti ad un equilibrio, un numero consono di persone che condividessero insieme gli spazi, allora si è deciso di ricorrere ad altro. Io non ero ancora nato, durante il periodo della lotteria del dodicesimo giorno, ma non ha importanza. Il prossimo dispaccio sarà anche più crudo, per farvi vedere cosa il futuro vi può riservare. Restate vigili, le comunicazioni con il passato richiedono un tremendo dispendio di energie, e di fortuna. Non lasciatevi sfuggire queste opportunità, voi che potete ancora cambiare il vostro domani. Prima che inizi la lotteria del dodicesimo giorno. Se avete ricevuto il mio primo dispaccio, e l’avete letto, allora le cose possono andare per il meglio. Devo muovermi con circospezione, lavorare con il tempo precedente – e, in senso assoluto, veramente contato – è un qualcosa di parecchio delicato e verso cui prestare la massima attenzione. Per non parlare della caterva di paradossi possono originarsi, ma di questo mi occuperò io. Voi continuate a scrutare in questo notiziario del dopodomani, per poter fare le mosse giuste: è un privilegio che non tutti hanno.)

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Pubblicato da Lucio Campiani

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