Fantasy Undergroung su dodici livelli – 9°

VIII. UN MUCCHIO DI POLVERE E SABBIA

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Il torrido e sferzante vento del deserto scuoteva la tenda di tessuto rosso gettandone ondate di lembi all’interno; la sabbia fine sospintavi contro di tanto in tanto riusciva ad aprirsi un varco, ed a turbinare sul tappeto decorato a disegni geometrici che costituiva il pavimento dell’interno stesso. Sembrava una danza sguaiata di donne bellissime, ma non era vero. Donne bellissime ne aveva avute, ma in altri momenti, ed ora erano ricordi, come la sabbia non era altro che ricordo polveroso di qualcos’altro che era stato prima. Ora, a parte il sibilare del vento e della sabbia, vigeva il silenzio più assoluto. Erano altri tempi quelli in cui si danzava la sera, brindando alla giornata conclusa, si aspettava l’indomani, che sarebbe stato altrettanto proficuo e ricco; si chiudevano accordi e si saldavano amicizie, si stringevano patti e si progettavano miglioramenti: adesso, era cambiato tutto. Il turbinio della sabbia era un modo discreto per ricordare tutto questo, al re. Cos’era rimasto, di quel regno, se non un mucchio di polvere e sabbia?

Il Re sedeva profondamente assorto su una panca di legno decorata ad intarsi dai suoi migliori artigiani, lo sguardo concentrato fisso su un rotolo di papiro che giaceva sul tavolo: la sua traduzione della lingua del dispaccio, una lingua straniera, completamente diversa dalla sua e da quella del suo popolo, non gli riusciva rapida e lineare e sovente la sua fronte si corrucciava ed i suoi occhi tornavano rapidamente a rileggere l’inizio della riga, per poi proseguire più tranquilli nel comprendere la missiva. Ecco un modo per ricordargli dei bei tempi perduti: le lingue straniere. Ma erano gli idiomi dei mercanti, un tempo, o dei maghi, o dei mercenari: quella lettera mostrava ben altri toni. A lui indirizzata, non era affatto delle migliori.

Guidava da oltre vent’anni un popolo senza più regno effettivo: nemmeno lui sapeva i confini dei suoi possedimenti, se mai ne disponessero ancora: anzi, a ben dire non ne avevano affatto. Loro reame era diventato il deserto inospitale, lingue di roccia a gettarsi verso l’alto, verso il sole cocente ed abbagliante di mezzodì in ogni momento della giornata, tranne la notte. Sabbia e roccia, qualche arbusto secco e spinoso per difendersi gelosamente della parca acqua in lui custodito, animali fuggitivi e raminghi come loro stessi, pronti ad uscire dalle loro tane quando fosse appena sopraggiunta la notte, fredda e tanto diversa rispetto al giorno: questo il loro regno, i loro sudditi. Sterpaglie, aridità, e quel deserto giallognolo, malato, impuro. Ripudiato come un appestato, loro potevano sembrare quei parassiti che escono da una carogna, a cercar riparo e ristoro nelle sparute oasi a cielo aperto, rigagnoli d’acqua che punteggiavano l’ampia distesa come nei sulla pelle. Senza aggiungere che non erano nemmeno numerosi, come popolo: mille, duemila persone al massimo contate anche quelle che non rendevano nulla per l’intera comunità, divise in larghe tende come la sua – o anche più piccole – costrette a dividersi pochissime risorse ed ancor meno soddisfazioni. Una volta era stato tutto diverso, ma il passato lascia infine l’amaro in bocca, come il risveglio dopo un’abbondante bevuta. Un mare di illusioni fluttuavano a mezz’aria nell’aria torbida del giorno, arida, rovente, insana.

«Pazzo…voi l’avete già letta, immagino.» il Re si rivolse sfinito e stanco del grosso peso che gravava su di lui alla “platea” lì presente, costituita da cinque dei suoi consiglieri nonché amici più fidati, che insieme a lui guidavano la loro gente nel cammino interminabile verso la salvezza. Se mai potesse esserne. Insomma, il discorso che aveva fatto sulle poche soddisfazioni che loro potevano godere era, doveva ammetterlo, dettato dal più totale sconforto sorto in lui dopo aver letto quella lettera, vergata a scure lettere nere e sanguinolente da una mano ferma…e malvagia. In quell’istante, e anche nei successivi, la sua mente non poteva convincersi che alla fin fine, se avesse dovuto lì su due piedi fare un bilancio della sua vita trascorsa, sicuramente non l’avrebbe trovato in perdita come un allevatore che conti le sue pecore dopo una grave carestia. Quindi quelle erano sottigliezze: il fatto non era tanto il numero di soddisfazioni ricevute in quasi cinquant’anni di esistenza, ma il problema era un altro.

Potevano essere un popolo senza speranze, gioie, ricchezze, nemmeno territorio, eppure avevano dei nemici. Il Sovrano dei quali aveva scritto quella lettera, che ora lui aveva alzato debolmente dal ripiano del tavolo, attendendo ancora una risposta all’affermazione che aveva detto. «Mio Re…è terribile. Le richieste che…che ci vengono fatte sono assurde. Completamente. E’ inammissibile che noi, un popolo ramingo e pacifico, ci ritroviamo a dover fronteggiare questa minaccia. Inaudito.» aveva parlato un giovanotto dall’aria furba e sveglia, ma in quei momenti stravolta per l’aver appresso tutta la situazione. Si chiamava Abram, come uno dei loro antichi antenati fondatori della fertile dinastia, ed aveva i lineamenti gioviali scavati in più tratti dall’azione lenta ma costante della sabbia e del vento. “Figlio del deserto” lo chiamavano le donne, quando cavalcava sul suo fiero stallone grigio, i lunghi capelli rossicci sciolti a confondersi con i pinnacoli rocciosi dietro di lui. Ora questi capelli legati da un nastro fremevano mentre scuoteva la testa, incapace di accettare come realtà quanto stava avvenendo. Si mosse con passi strascicati dei calzari in lungo ed in largo per il tappeto, fremente ed agitato. «Abram ha ragione, mio signore. Ho ricevuto io per primo in mano la lettera dall’ambasciatore di costoro che si definiscono nostri nemici. Cioè, lo sono sempre stati. I Marchiati…» Chi aveva parlato, il suo amico più fedele in tanti anni, sputò oltre il tappeto, dove spuntavano lembi di terreno brullo e spoglio, di un colore rossastro. «E se devo essere sincero, la sua insolenza ed arroganza mi ha colpito tanto che l’avrei sventrato sul posto, invischiandomene di qualsiasi elementare diritto delle genti. Contro i Marchiati non ci può essere pietà alcuna, perché loro non l’hanno per noi…!» «Questo non devi dirlo, Joseph. Mai.» lo ammonì il Re. «Perdonatemi, Sire, ma dovevate sentirlo, parlare con tanta insolenza e sicurezza, definendoci “cani rognosi” ed altre simili sconcerie. Oh, gli avrei fatto rimangiare le parole una ad una, spaccandogli quei suoi denti bianchi e regolari, senza nemmeno pentirmi del mio gesto.»

Il Re sbuffò, come avrebbe potuto sbuffare con un bambino testardo: Joseph della tribù di Aleph non avrebbe mai capito appieno la forza insita nel non usare la violenza, per non gettarsi al livello dei più infimi di loro. Provocavano, era ovvio. Erano in una posizione di superiorità, avevano assoggettato praticamente tutte le popolazioni del Continente, ed ora…volevano allungare i loro artigli persino su di loro, popolo di viandanti, mercanti, girovaghi, che non avevano possedimenti se non le loro carovane, terreni se non mucchi di sabbia del deserto e palme, né potevano dirsi in debito con chiunque fosse, perché non avevano mai alzato armi contro altri. Il loro essere pacifici doveva proteggerli, evidentemente non andava bene neppure questo. Difatti…erano in guai seri. Lui, Re David, poteva fare poco o nulla, arrivati a quel punto. Non era come dieci, quindici anni prima, quando aveva sciolto dalle catene la sua gente, strappandola ai Ctoni oppressori – che pure, non poté fare a meno di notare con un flebile sorrisetto, erano stati vinti dal nemico che si preparavano a fronteggiare. Non era come quando sentiva accanto a sé la mano armata del Dio in cui credeva tuttora, cui bastava un gesto per gettare nella polvere ardente del deserto i loro avversari. Potevano essere il popolo giusto, ramingo, bistrattato e pacifico, in quel momento, eppure sentiva, dolendosene, che i bei tempi di gloria, per quanto modesta fosse stata, erano finiti. Simbolo era l’arpa a sette corde avvolta dall’usura del mancato uso da lungo tempo, cui gettò lo sguardo riflettendo assorto sul da farsi, il mento appoggiato sulle mani, incurante dei lunghi capelli castani dai riflessi più chiari che gli ricadevano sugli occhi, dello stesso colore del cielo limpido ed abbagliante d’estate, in boccoli ampi e scomposti.

«Miei amici, miei compagni di tante battaglie e vittorie, miei compagni di tante serate all’ombra delle stelle e alla musica della mia arpa, intenti ad alzare canti in Suo onore.» (a chi? Ad una divinità sorda e cieca? O aveva altre cose cui pensare? O non avevano alzato elogi nella giusta maniera?) «Miei amici. Sono vecchio, per quanto il mio corpo tenti di dissimulare con la carne morbida un’età che io conosco ed ancor più sento appieno come un fardello imponente. Lui, Lui ci ha fatto passare attraverso tante sofferenze, senza mai permetterci di ritornare polvere al vento, lo sappiamo tutti: però adesso per quanto non possa dubitare della Sua presenza accanto a me, io non guiderò il mio popolo alla guerra. I miei occhi non potrebbero tollerare ancora di vedere sangue e morti, e dispendio di vite umane per il solo delirio di un pazzo. Amici miei, non è come quando dovevamo liberarci dal giogo della schiavitù o conquistare una landa desolata in cui vivere e procreare un popolo sempre più numeroso; ora le cose sono diverse. Il papiro che ho letto ci pone dinnanzi a un bivio, ben netto: combattere per la nostra sopravvivenza, oppure fuggire, andarcene da questa terra e trovarcene un’altra che non rientri nelle mire di coloro che osano appellarsi il diritto di definirsi uomini. Ebbene, lasceremo questa terra, piuttosto che morire o ritornare soggiogati. Troveremo un altro territorio…» (dove? Più in là di esso c’era solo il salato mare. E non erano pesci.)

Si dovette interrompere, le lacrime agli occhi. Nella tenda era esplosa una cacofonia di grida e proteste, urla rivolte contro i nemici, contro di lui, contro – blasfemia! – il loro Dio. “No! Il nostro Dio non ne ha colpa!” «No! Ascoltatemi! Malediceteli, maledicete me, la mia stirpe, a mia casa, sputate sulla mia soglia…ma non osate maledire il nostro Dio, l’Unico! O siate voi maledetti! Ci mette alla prova, saggia il filo della spada, vuole testare la nostra fedeltà. Per favore, calmatevi. Non ho finito di parlare.» Le urla a poco a poco scemarono in brusio carico di tensione; persino il vento pareva essersi attenuato per poter udire quanto sarebbe accaduto in quella tenda, che parole sarebbero uscite dalla sua bocca. “Il fatto è che non so nemmeno io come convincerli, perché ahimè nemmeno io lo sono. Posso forse ricordare loro le sofferenze patite con la promessa di pace, promessa che feci loro all’inizio della nostra vera storia come popolo? Mi mangeranno la faccia ed io perderò il regno, il popolo, gli amici.” (Ma non la fede in Dio.) “Mi guardano tesi, irati e intristiti al tempo stesso tutti: Abram, che non riesce a smettere di lambiccare con il lembo della sua veste. E Joseph, la mano che stringe convulsa l’elsa della spada, aprendo e chiudendo il pugno. E poi Ilot, Telem, Kaf. Non credono a quanto udito. Ma come posso spronarli alla battaglia se nemmeno io posso più sopportare altri spargimenti di sangue? Armiamoci e partite, è dunque questo che devo annunciare come un tempo?”

«Amici miei, vi prego, vi supplico. Non solo le nostre forze sono inferiori, non solo stremerei ulteriormente la nostra gente, le nostre tribù, inaridendo il fertile seme della nostra dinastia destinata a perdurare su tutto il mondo. Ritengo sia giusto accettare la sconfitta, confidando nell’aiuto di Dio per ritrovare un nuovo territorio. Dubitate forse di lui? Dubitate della sua presenza costante?» «Farebbero meglio a farlo, perché stavolta non ci sarà nessuno accanto a voi, piccoli, miseri omuncoli.» Il vento turbinò e strappò tre dei quattro ganci che tenevano la tenda ancorata al terreno, facendo esplodere la scena in onde abbaglianti di sabbia che colpiva con violenza gli occhi, costringendo i sei uomini lì presenti a rimanere chinati, le mani a proteggersi il volto…come prostratisi dinnanzi ad un potente signore. No, quelle di prima non sembravano danze di donne, ma erano più simili a nuvole temporalesche. Ecco la pioggia, ed il tuono, insomma. «Bravi…bravi. Prostratevi dinnanzi a me, dunque: perché io sarò il vostro potente Re cui giurerete ubbidienza. Tremate! Tremate al sentire di quanto vi capiterà, perché nulla e nessuno potranno mai salvarvi!» la voce proruppe da una risata diabolica ed assordante, mentre il vento aumentava ancora d’intensità e la tenda volava via, assieme a molte altre del suo popolo. Re David, dalla posizione in cui si trovava, poteva solo vedere la parte inferiore di colui che aveva gettato questa furia degli elementi su di loro, entrando senza che nessuno lo bloccasse proprio nella sua tenda, la tenda del Re. Doveva essere un’allucinazione, evidentemente, perché nessun nemico poteva giungere così tanto vicino al Re senza che le guardie lo bloccassero, oppure, no, no…La sabbia gli impediva di vederne il volto, ma non gli impedì di distinguere Joseph che aveva estratto la sua corta spada a doppio taglio avanzando chinato e tossendo sabbia soffocante per colpire alle spalle il nemico. Il vento ululò, mugghiò frasi sconce e parole di avvertimento, gettò manciate di terra brulla negli occhi del suo migliore amico, che faticando dovette avanzare strisciando. Il Sovrano era inchiodato nella sua posizione, in ginocchio accanto al tavolo traballante sotto la furia della tempesta, le orecchie intasate dalle urla disperate del suo popolo, dai pianti dei bambini. Nessuno interveniva per portarli al sicuro, per recuperare le tende svolazzanti come avvoltoi con le quali coprirsi e proteggersi in un qualche modo? Dov’era il loro dio…?

Ma si era distratto pensando a tutto questo, e quando si voltò vide Joseph, la barba nera e incolta incrostata di grumi di terra in chiazze marroni, si era alzato con estrema fatica alzando la spada per colpire l’essere malvagio ed autore di tanto, che continuava la sua folle risata. La risata assordò il mondo e sconquassò la terra, che si aprì sotto di loro con tremiti profondi. La terra stessa esplose in getti di roccia e Joseph fu trafitto da una mano artigliata, che gli strappò con violenza la carne e spolpò le ossa del torace, estraendo dalla figura ancora in contorsione un cuore pulsante, che subito si annerì della sabbia che turbinava. La risata crebbe e crebbe e crebbe. Crebbe…mentre Re David vomitava per l’orrore, piangendo lacrime amare che subito diventavano scherno per la sabbia incessante che vi si gettava contro, appiccicandosi al suo volto rigato da sempre nuove lacrime, in un pianto disperato. Doveva essere un sogno, doveva essere stato il vino acerbo della sera prima, o il liquore di datteri, o la colazione del mattino, riso acido fermentato in caglio di pecora. Il suo stomaco che protestava e gli proiettava nel sonno immagini assurde, grottesche, mortifere. O forse, purtroppo, no.

«Tu, ascoltami, stupido omuncolo che vuole paragonarsi a me col suo titolo che vale meno di nulla. Sappi che ti distruggerò come ho distrutto lui, se oserai ancora metterti contro di me. Bada bene! La mia collera è infinita come la mia potenza!» Ahahah! Ah, ah, ah…La risata si spense lentamente, troppo lentamente. Non voleva credere ai suoi occhi velati dal pianto. No! Non era possibile…gli mancava l’aria. Aria! “Ari…a…ar…ia…a…ria!” Boccheggiò, artigliando il terreno, portandosi manciate di terra alla bocca, che sputò in grumi sul bel tappeto che aveva da tempo ornato la sua tenda. Se lo doveva ricordare, per l’ultima volta che lo vedeva. La sabbia gli occludeva i polmoni, impedendogli di respirare…no! Non poteva…morire…non ora! “Chi…guiderà…il mio…popo…lo? Nel momento del…bi…so…gno!

Non distingueva più la realtà intorno a sé. L’aria aveva da smesso da tempo di ricordargli il suo profumo di ogni istante della sua vita. La bocca contorta, continuando a sputare sabbia con le ultime forze che aveva in corpo, tentava di non immaginare la sorte della sua gente. L’ultimo pensiero, prima di morire, non fu rivolto però né alla sua famiglia né alla loro stirpe, né al futuro prospero che era stato loro promesso. Non pensava neanche più con fatica, oramai. “Possibile?” Si chiese. “Possibile che ogni tempo, ogni luogo, ogni persona debba avere il suo demone da fronteggiare? Il suo nemico invincibile contro cui fare i conti, trovandosi immancabilmente costretto ad ammettere la sconfitta? Sconfiggeremo quel demone, riusciranno mai a farlo i nostri discendenti? Sconfiggeranno i Marchiati, o verranno schiacciati anch’essi?” “Sì, ci riusciranno, David.” Un altro pensiero sostituì il suo, divenne insieme uno e tutti. Si confuse con l’infinito, e l’ignoto, ma non era l’ignoto cui rivolgere sguardi carichi di timore, bensì la certezza di…

Fu la roccia e la sabbia ed il vento turbinante. Toccò ogni arbusto, ed ogni tenda, ed ogni persona. Si librò nel cielo come un aquila, lanciò il suo grido di gioia e libertà salendo tra sprazzi di bianche nubi…nessun vincolo, nessuna catena…anima e corpo, corpo in anima…sola la luce possente a riflettersi nei suoi occhi immacolati.

Dimenticatevi di lui.

Dimenticatevi di quanto possa aver fatto nella sua vita, tanto le testimonianze che restano sono poche e male informate, frutto del mito e della leggenda. Pure il suo nome poteva essere qualsiasi altro e non sarebbe cambiato nulla: Re David potete anche cancellarlo dalla vostra mente, perché nessuno oramai più sa chi fosse stato un tempo, ed il suo popolo è stato cancellato, ed il seme forte imbastardito dall’odio e dal male, contaminando tutta la terra. Nulla rimane del crepitio dei fuochi la sera, alla leggera brezza carica dei profumi delle città lontane, mentre l’arpa dolcemente pizzicata da mani esperte evoca melodie in cui perdersi, nell’attimo prima di entrare nel regno dell’inconscio.

I Marchiati avvinghiano e soffocano tutto come l’edera, tentano di prendere il sopravvento su ogni cosa, perché loro…loro vogliono il dominio. Pochi tentano di ribellarsi, e coloro che lo fanno, immancabilmente, periscono.

Adesso, là dove c’era un popolo ramingo, un Regno in esilio, e tende, e bivacchi, e rumore di carne a sfrigolare sul fuoco, ed odore di spezie inebrianti, e corse di bambini, e canzoni gettate alla bruma, e vociare di genti, di tutto questo è rimasto solo un mucchio di polvere e sabbia.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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