Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.9

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8.

Impensabile

“Vorrei poterti conoscere meglio”, gli sta dicendo la ragazza dai capelli blu. Quel blu gli ricorda il colore del gusto Puffo dei gelati, che quando lo assaggi non è poi chissà cosa – non vuole provare la stessa delusione con la ragazza in questione, anche se il suo cuore sta tamburellando a ritmo di marcia trionfale. 

“Tu non volevi vedermi” – le risponde tutto d’un tratto. “Non avevi voglia di me.” I suoi pensieri gli si erano mischiati in testa come appunti disordinati. Respira profondamente. “e poi ti presenti qui di punto in bianco, per dirmi cosa? Che é anche colpa mia?” Pietro, nel sogno, gli sta urlando addosso la ridda selvatica di proteste e pretese. “Lo capisci? Almeno tu avresti dovuto capirmi, invece no, mi hai preso in giro, ricordi? Ti ha fatto comodo. Ti ha fatto comodo non dover cercare troppo lontano, né correre rischio alcuno: ero una persona conosciuta, affidabile, una faccia amica.”

Il sogno continua, crudele. Pietro dev’essere agitato, o forse è solo l’estate che appiccica lenzuola e vestiti addosso, non lascia scivolare via i brutti sogni o i cattivi pensieri. C’è questa ragazza dai capelli blu, o forse sono azzurri, ma la fata turchina è appannaggio di storie per bambini, e lui non è mica più bambino; semmai, è un adolescente, un adolescente inquieto che non ha pace, il mondo gli rovescia addosso problemi come gavettoni a ferragosto, e gli amori scivolano via come quell’acqua ghiacciata, che lascia brividi lungo la schiena ma nulla più. Perché nei suoi sogni non compare quella ragazza dai modi gentili, dalla storia complicata, che non sa mai bene quel che vuole? Perché non incontra Beatrice, che ama come solo un adolescente può amare – ma è un amore più sincero di molte finzioni del mondo adulto, eh – ed a cui pensa come solo un adolescente può pensare? No, c’è questa ragazza dai capelli azzurri, che alla luce del neon del bar si trasforma in un colorito rossiccio, ma quel bar non è il solito bar dove gli adolescenti inquieti – i ragazzi senza nome – si incontrano di pomeriggio o di prima mattina, quella viuzza non distante dal liceo, no, il bar è un altro, sembra un locale a luci rosse, o comunque dove fanno spettacoli per adulti, oppure servono drink per persone più grandi, come se non si fosse abbastanza grandi una volta che si inizia a bere, a fare sesso, e qualche canna, ma queste sono le divagazioni della mente di Eugenio, eccoli, tutti e due, seduti al bar/locale/night di una città che non riconosce che può essere quella dove vive e che non ha mai compreso oppure un’altra, a caso, un puntino trovato sulla mappa e lì rimasto, chissà…

Il sogno continua, si vede dal di fuori come un regista di film di basso livello, i dialoghi sono scritti male, l’audio è pessimo, la fotografia dozzinale, il video sembra girato al rallentatore, ma è il suo sogno, no? Adesso sono seduti uno davanti all’altra, adesso c’è lei, in piedi, chissà chi è, sembra più grande di lui, adesso sembra più piccola, adesso sembra molto più grande, quasi vecchia, ora sembra molto più piccola, quasi bambina, ora l’immagine si aggiusta, ed acquisisce la giusta età, è una ragazza di più o meno la sua età (ma quanti anni ha, Eugenio, nel sogno? È lui adolescente? Lui più grande? È davvero lui, nel sogno, o un altro, al suo posto, che sta fingendo di dormire, di sognare, e si è sostituito magari a lui, come un sosia, un impostore? Ma chiunque sia, è felice, almeno? Perché se almeno così fosse, sarebbe una grande cosa. Eugeni, eugeni, (cog-)nome omen, direbbe qualcuno, ma questa vocina proviene da fuori, forse dalla ragazza, che adesso beve il suo drink, alcolico, con una cannuccia di plastica arancione, e lo guarda fissa negli occhi, sono così vicini che può quasi sentirne il respiro, ma è solo un sogno o forse proprio perché è un sogno lui riesce a cogliere anche questi piccoli dettagli, indossa un profumo delicato, penetra gentile nelle narici, lui non ha drink, lui non beve, lui è un bravo ragazzo (seeeh), non si permette certi sgarri (come nooo), ma non si parlano, forse è l’emozione che lo blocca – maledetto sogno! – forse è la lingua che gli si è impastata – maledetto incubo! – ma questo sogno continua ancora, imperterrito, la notte è ancora lunga davanti a loro, guarda l’orologio, non riesce a leggere l’ora ma sa che non è presto ma neppure troppo tardi, stasera se lo può permettere, ed anche se non potesse farlo, si trova davanti ad una ragazza da sogno (…!), non vuole per nulla al mondo lasciarla andare via, deve fare di tutto per non perderla, per non lasciarla alzare dal di lì, per non farla annoiare e farla allontanare da lui, deve inventarsi qualcosa, potrebbe saltare sul tavolino e ballare come una scimmia addestrata, ma non è una scimmia né un fenomeno da baraccone, allora le prende, delicatamente, la mano, la guarda, delicatamente, negli occhi, cerca di pronunciare qualcosa, ma gli si dipinge in faccia un sorriso ebete (si vede da fuori? Ha bevuto troppo? Quanti drink aveva ingollato, poc’anzi?), ma è che avevano litigato, poco prima, si erano voluti vedere per parlare, ma non è che con Beatrice, forse…? O con sua madre, probabilmente…? Ma cosa c’entrano Beatrice e sua madre? Nulla, nulla, erano solo i miei pensieri ad alta voce, dice nel sogno alla ragazza dai capelli blu, blu come il cielo di notte, o come il gelato gusto Puffo, o come i capelli della Fata Turchina, e lui, probabilmente, dev’essere davvero come Pinocchio, che dice un mucchio, un sacco, una quantita immensa di bugie, di stronzate, di cazzate, per…

«Mi manchi.», ecco, l’ha detto.

È la verità? È una bugia? Nelle favole si capirebbe subito, nella realtà no. Nei sogni, chi lo sa. Ma con chi sta parlando?

«Con chi parlavi, Eugenio?» gli chiede sua sorella entrando nella stanza. È pomeriggio inoltrato, era andato a riposarsi dopo la ridda di eventi che lo stavano scombussolando in quel periodo.

«Con nessuno.» le risponde acido. E questa, è una bugia. Perchè non può mica parlargli del suo sogno, che lo tormenta da qualche tempo a questa parte, di quella ragazza dai capelli a volte rossi, a volte blu, che si trova a questo bar, a volte è sera, a volte è giorno, a volte parlano, a volte stanno in silenzio. E, come sempre, lui che si sveglia con una mezza frase iniziata, o conclusa, in bocca. No, sciorinare tutta questa storia sarebbe una cosa davvero impensabile. Senz’ombra di dubbio. E questa, è la verità.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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