Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.8

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7.

Tutti assieme, appassionatamente.

Insieme, come quando si andava al mare in macchina, a preparare la mattina la roba fresca da mangiare sulla spiaggia, che parevano avere un sapore diverso malgrado fossero le stesse cose avrebbero mangiato anche altrimenti, ed altrove. Ma il sapore di una pesca addentata all’ombra, la stoffa del telo come morbido abbraccio, non era la stessa cosa che mangiarsela seduti  a tavola, su scomode sedie ad ascoltare programmi assurdi alla televisione. Era così diverso, per i bambini – forse anche per i loro genitori, ma questo non potevano saperlo. Certo, se lo immaginavano, in quanto come tutti i bambini avevano la tendenza a generalizzare: se noi proviamo certe sensazioni, allora anche voialtri avrete le stesse emozioni a coprirvi la pelle come morbidi vestiti. 

Era con l’adolescenza inquieta che ci si rendeva conto di come gli altri fossero persone separate, diverse le une dalle altre, così complesse e così assurdamente complicate, quindi se a te una pesca addentata d’estate poteva piacere, ad altri poteva far schifo, così a te se piaceva una persona in maniera tale da volerla baciare come si bacia una pesca succosa, la stessa cosa poteva non pensarla questa persona, di te, ed allora sì che erano dolori, come quando il frutto mezzo morsicato cade nella sabbia, e l’unica cosa che puoi fare è allargare le braccia, avvertire la delusione penetrarti nei pori, e pensare, beh, andrà meglio la prossima volta.

E invece no, perché poi la volta successiva smettono pian piano a fare uscite tutti quanti con il minifrigo delle bevande, ed allora inizi ad avvertire tanta distanza, tanta solitudine, tanta rabbia addosso, ed hai voglia di prendere la sabbia tra le mani e lanciarla in un mare che non ti ascolta, e non avrà la capienza opportuna per accogliere le tue lacrime, perché esse si perderanno nella miriade di gocce salate che da millenni si trovano in quello specchio d’acqua allargata. Che non può essere neppure il tuo specchio, perché è opaco, è profondo, oppure è sporco, e chi tu sia diventato lo scopri solo attraverso gli altri, attraverso quei morsi negati a quei pezzi di frutta succosi ed appetitosi, ma per te no, per te niente, non adesso, non ora, aspetta il tuo turno, rimani in disparte, poi ti chiamiamo noi, poi ti faremo sapere, anzi è lo stesso, chi si ricorda di quei due bambini, un maschio ed una femmina, d’età differente, erano così bravi, così a modo, te li ricordi, no? I vicini di ombrellone, dai. I loro genitori, persone tanto simpatiche. Poi, sai com’è, nella vita le cose non sempre vanno al meglio, e la madre, sai, ed il padre, poi, ma poveri, poveri figli, così fragili, così innocenti, com’è ingiusta la vita, com’è ingiusta la vita. Classici discorsi da vicini di ombrellone che parlano degli assenti, delle persone cui scambiavano fino il giorno prima buongiorno e buonasera, i tiepidi convenevoli del tempo estivo, i successi dei figli, le noie sul lavoro, le antipatie tra donne e le gelosie tra uomini, insomma, quelle cose lì, tra una partita di carte e l’altra, un gelato ed un caffè non troppo caldo, grazie, appena schiumato, ed allora poi c’era la Carla, la cara Carla che mi diceva, e quella famiglia borghese è già finita nel dimenticatoio, uscita di scena, dai pensieri di persone che mai più incontreranno, ma non sono usciti dalla realtà contingente del mondo, ed essi continueranno nel loro folle girovagare, stavolta senza la classica scampagnata tutti assieme in macchina, perché i figli sono cresciuti, i genitori sono frammentati nei loro sentimenti reciproci, stanno insieme per necessità più che per bisogno, si vogliono bene perché è sbagliato non farlo, sì, si sono sposati in chiesa, ma al buon dio non interessa granché del destino delle sue pecorelle, se si comportano comunque bene. 

D’altro canto, l’evaporare dei sentimenti è una cosa naturale, come l’acqua nei vasi di fiori, dopo un certo tempo che non è subito calcolabile, ma di certo non infinito. È il corso naturale delle cose. 

Sta di fatto che queste cose, i due giovani di famiglia non le capiscono né le possono accettare. I loro genitori, sempre visti come invincibili, improssivamente si rivelano fragili, imperfetti, come materiale di seconda scelta. E cosa puoi fare per cambiare queste cose? Nulla. Abbozzi, provi a rimediare con sorrisi, che quelli sono le migliori medicine, per certi malanni, ma un sorriso alla lunga diventa posticcio, e la felicità dell’infanzia una mera chimera. Allora lasci perdere, ti ribelli, ti ribelli ad una vita ingiusta, che ti ha riempito di sabbia tutta la scorta di bevande e frutta fresca che ti eri portato sulla spiaggia, ed allora tiri calci ad un mondo ingiusto e dannatamente assurdo, sperando che questo possa valere qualcosa, quando non cambiera nulla, perché le frittate, quando sono fatte, sono fatte.

Una macchina con tre persone si dirige all’ospedale: il padre ed i due figli. Elisabetta si mantiene nel suo rigido silenzio, non ha dalla da giustificare, e neppure alcunché da chiedere, agli altri due. L’unica persona che può rispondere alle sue domande è il suo specchio deformante: sua madre.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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