Per aspera ad astra, in dieci passaggi – VIII

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“Noli foras ire, in te ipsum redi,

in interiore homine habitat veritas.”

(Non uscire da te stesso, rientra in te:

nell’intimo dell’uomo risiede la verità.)

(Sant’Agostino, ‘La vera religione’)

Didentro

Sono passati lunghi anni. Stiamo nascosti come gli animali notturni, in attesa di tornare a casa, nella speranza dell’alba di un nuovo giorno. Chissà cosa troveremo nel caro, vecchio, Sistema Solare. Forse la solita giostra di pianeti, intatta come i cavalli di legno di fine ‘800 che adombravano la piazza durante le feste, i gridolini dei bambini in sottofondo. Roba preistorica, per la civiltà che abbiamo costruito e che stiamo imbastendo. Oramai, contare gli anni ha perso senso, visto che siamo sparsi per la Galassia come puntini distinti della Settimana Enigmistica – anche questo, retaggio di eoni fa, quando gli alberi erano meri fornitori di cellulosa per produrre l’antiquata carta, anziché opportune macchine assorbitrici di carbonio, per la nostra fiorente industria del domani. Geneticamente modificati, gli alberi sono stati in grado di fare cose straordinarie ed impensabili, ma questa è un’altra storia, perché adesso siamo lontani dai laboratori terrestri che tanto ci avevamo fornito in passato, ci troviamo in una terra ostile, su un pianeta senza nome, chiusi in caverne come nel mito di Platone. Giungere alla verità: quale? Che la vita è un inutile susseguirsi di progetti? Che la morte è un mero cambiamento di stato fisico? – ma non per forza mentale, o comunque non più, quest’oggi? Cos’è la verità? Chiedeva un tale Ponzio Pilato ad un certo Gesù di Nazareth, divinità arcaiche di una proto-religione degna di libri di storia polverosi, quando ancora c’erano i libri, esisteva la Storia e si scontravano tra loro delle Religioni.

L’avvento della cieca tecnologia ci ha reso ciechi a nostra volta: per questo siamo stati condannati, infine, a rifugiarci nelle oscure caverne di questo grumo di terra e fango e sputo di molecole. I nostri peccati sono frutto della nostra presunzione: troppo potere richiede troppa responsabilità, e siamo in fondo come bambini alla guida di aeroplani o multinazionali, ergo incapaci o puerili nei loro (nostri) desideri. 

Un tempo alzavamo gli occhi al cielo perché lassù volevamo andare: appunto, si chiamavano desideri. Allo stesso modo, il ricordare è portare le parole al cuore. C’è sempre un incessante movimento, un turbinio inconsulto, nelle nostre avide menti. Quando ci innamoriamo di qualcosa, o di qualcuno, ad esempio, ancora oggi diciamo che sentiamo le farfalle nello stomaco. Nelle interiora degli animali i nostri avi scrutavano il futuro. L’interiorità è la nostra introspezione: il guardarci dentro, il prendere contatto con il nostro io interiore. Allora ci è utile, ritengo, rimanere nelle caverne di questo pianeta, studiando, meditando, operando alacremente per costruire, progettare, programmare, e capire che è difficile trovare una casa sicura, perché mai prima avevamo abitato altrove. Avevamo costruito il nostro pianeta ed eravamo stati forgiati da esso, in una relazione duale e simbiotica: altrove, in altri pianeti, dove albergano – probabilmente – altre forme di vita, ogni nostro arrivo è visto come un’usurpazione, un’invasione, un flagello. Anche se il Pianeta in oggetto non sarà senziente, sarà la nostra Storia personale e collettiva a renderci inadatti ad esso. Dobbiamo solo avere una tenace pazienza. Forse qualcosa cambierà, un giorno, e potremo esplorare l’Universo come un viaggiatore in cammino per i boschi, altrimenti ci toccherà tornare a casa, come il figliol prodigo di un’altrettanto famosa leggenda, di decine di millenni orsono. Passano i tempi, ma le persone non cambiano.

Mi sono accorto, in questi ultimi mesi, che la nostra percezione di questo mondo è stata stravolta,  ed in un certo modo pare sia stato tutto rivoltato come un calzino. I pilastri delle caverne sono crollate, ed è emerso lo spazio aperto del cielo: i nostri ricordi si son fatti desideri, volgendo gli occhi oltre i vetri delle finestre metalliche delle nostre quarantene spaziali. Le farfalle nello stomaco son diventati gli sfarfallii esterni dei nostri schermi grandi come palmi di una mano, alla ricerca dei dati migliori da far collimare per compiere, finalmente, il balzo. Partire, andarcene altrove. Altri prima di noi lo hanno fatto, ed altri dopo di noi lo faranno. 

Le nostre introspezioni sono diventate bisogno di contatto, i nostri pensieri si sono fusi e confusi nelle parole che non siamo riusciti a trovare per spiegare l’assurdo che ci martella dal di fuori, tutti quanti, ma cercando di coltivare la speranza, didentro. Se riusciremo a capire veramente questo pianeta, riusciremo a comprendere meglio noi stessi, e che cosa vogliamo davvero.

L’importante è aver capito cosa ci aspetta, d’ora in avanti, e inghiottire senza paura quell’ignoto che ci circonda, e ci alberga dentro. 

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Pubblicato da Lucio Campiani

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