Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 28

Photo credit: bakeca.it

“Talvolta penso che il Paradiso sia leggere continuamente, senza fine.”

(Virginia Woolf, ‘Lettere’)

I libri sono la mia droga.

Mi definiscono un reietto, e può darsi che lo sia. In fondo, occorrerà pure dover far sera con qualcosa tra le mani e fra i denti, un posto dove poter stare, un quando da poter ricordare. Altrimenti, è la disperazione che prende il sopravvento.

Ogni tanto strappo una pagina a caso da un libro, ne ricavo una sigaretta rollata e la riempio di un po’ di tutto: erba, tabacco, paglia…fumandomi anche l’inchiostro, il respiro degli altri scrittori, chissà che anch’io non possa divenire un giorno come loro, così acuto e così maledetto…no, maledetto no, quello era Baudelaire, adesso ho tra le labbra uno stralcio da “I fiori del male.”…attechisce in fretta, come l’edera o la gramigna o le maschere sui cadeveri putrefatti. Aderisce rapidamente, come una maglietta sulla pelle madida di sudore, come le labbra di due innamorati “per sempre (sempre)”. Il male, intendo, proprio lui, sì. Si insinua in ogni possibile adito ed anfratto che trova, si appiccica come il miele vischioso sulle dita, sibila e tinnisce nelle orecchie come le zanzare nelle notti umide estive. Rapisce, come la danza sguaiata di tzigane suadenti; abbacina, come la luce violenta dopo una lunga galleria percorsa nel buio.

Ma io non sono poeta. Sono un divoratore di pagine di carta e parole d’inchiostro. Come essere un buongustaio, ma non voler mai fare il cuoco. Come voler leggere libri senza volerne mai scrivere: è la soggezione delle parole. Poi, pian piano, così come si impara a cucinare, si apprende ad infilare le lettere una dopo l’altra come perle nel loro filo: ne emegono gioielli.

Mi circondavo di parole, ed ero contento, mi bastavano quelle, stampate ovunque, comunque, e mi lasciavo cullare da esse, mi riempivano gli occhi, erano il mio passatempo…Leggere, leggere tanto e quindi scrivere, in egual misura. Una digestione perfetta. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

In un certo qual modo, tentavo di contrastare l’entropia del mondo, riordinavo quel tiepido caos che mi albergava dentro. Questo fino a ieri, o l’anno scorso. Non sono metodico o preciso nelle mie memorie e rievocazioni, non lo sono mai stato, a dirla tutta. Eppure, quelle parole messe in fila, tutte tutte ordinate nel loro rincorrersi e susseguirsi, mi aiutano, mi fanno star bene; mi proteggono.

Ma sono un ribelle e, se mi scoprissero, a quest’ora sarei già rinchiuso in prigione nell’attesa di essere ricondizionato. Allora mi dimenticherei tutto, e occorrerebbe la nascita di un altro Ribelle, per sperare di porre fine, un giorno, al loro dominio abominevole. Essendo sterile, posso solo sperare un altro lettore, in questo momento, si stia innamorando delle parole e decida di riprodurne a sua volta. Chissà se esiste, chissà se i libri non siano stati tutti bruciati, e manchi quindi un minimo terreno di coltura per far crescere, nelle giuste proporzioni, chi possa perpetrare il concatenarsi infinito delle parole.

Altrimenti, ciò che sto facendo, rischia di non significare nulla.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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