Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.7

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6.

A casa, finalmente.

Dove abito da una vita, si dice Elisabetta varcando la soglia. O un confine. Oppure, un punto di non ritorno. Addirittura! Si potrebbe commentare, però non è del tutto lontano dal vero, perché per anni ti sei detta che quella sarà l’ultima volta che vorrai…un mucchio di cose, ma alla fine, tutto torna e tutto ritorna. Un cerchio, per chiudersi, deve tornare al punto di partenza. Forse era tutto partito da lì, da quella casa di un centro città anonimo, o forse era la casa anonima in sé, oppure erano loro ad essere dei perfetti sconosciuti gli uni agli altri, o forse era lei la vera sconosciuta, l’anonima, il refuso non corretto. Le luci sono spente, non c’è nessuno. Va al comodino, alza la cornetta del telefono. Chiama l’unico numero che ricorda a memoria in quel momento.

«Sono io. Sono qui.» quattro parole, ermetica come sempre, o come richiede il contesto. D’altronde, quali fronzoli occorrono in una situazione siffatta? «Ci siete? C’è nessuno?»

Una casa vuota ed inospitale. Come sempre. Ecco che ritornano i fantasmi, pensa Elisabetta tremando leggermente per uno spiffero d’aria fredda. I fantasmi del passato, che ogni tanto torna, e titillare le stesse ferite non aiuta. Angoscia, angoscia tremenda nel varcare la soglia, nel sentire quei muri premere su di sé, come innumerevoli mani che stringono il suo esile collo. Aria, bisogno d’aria. Cerca una delle finestre di una delle innumerevoli stanze che punteggiano quell’appartamento dimenticato da tutti ed abbandonato da Dio. Aria, anche se condita dai fumi tossici di tubi di scappamento e industrie della città ostile. Però, pur sempre, aria. Respira a pieni polmoni, ma sono i prodromi di un attacco di panico, che cerca malamente di scacciar via.

Eccola, la ragazza tutta d’un pezzo che cede sotto il peso di responsabilità e pretese una volta eccessive ora sacrosante. Eccola, che vacilla e si accartoccia sul pavimento, la stanchezza e il sudore stantio a far da corollario ad una corsa all’ultimo per raggiungere una famiglia in fiamme. Ma lei non è una pompiera. È la tensione, lo stress, una corda che si spezza, è una donna in un corpo di bambina, anche i migliori funamboli cascano per terra, è tutto questo, è tutto assurdo, vorrebbe dormire e vorrebbe un abbraccio, o forse avrebbe solo bisogno di capire cosa diamine stia succedendo, in quella famiglia disgregata e nella sua testa che gli pulsa e gli fa un male cane, stringe i denti, si rialza, cerca a tentoni un interruttore della luce nel corridoio, perché la sera sta scendendo inclemente su di lei e su tutti quanti possano aver abitato quella casa, quelle quattro mura sbrecciate che hanno sentito pianti e risate, hanno visto feste e divorzi, hanno vibrato al ritmo di musica e parole, in risonanza col mondo, con lei, con tutto il resto dei presenti. Le luci si accendono e gettano ombre ambigue sulle pareti che sarebbero da ridipingere, come quella famiglia da risistemare, quella faccia da rilavare sotto un getto d’acqua, perché il trucco ora è sbavato, le lacrime hanno creato un bell’impiastro col fondotinta, e poi la solitudine che le preme sul petto fa il suo macabro gioco di ombre e di specchi.

Quando padre e fratello tornano a casa, trovano la porta aperta; appoggiata al muro, come si fa con gli scatoloni dei traslochi, lei. Sta dormendo un sonno non ristoratore, e la giornata si prospetta ancora lunga. Se non altro, finalmente, Elisabetta è tornata. È strana, questa casa, riflette Pietro guardando sua sorella accasciata per terra, il trucco sbiadito dal pianto. Tra quelle mura è stato uno spettacolo d’arte varia, come fosse un circo: ieri l’altro, lui con la sua ragazza, a sbaciucchiarsi come adolescenti. Qualche giorno prima, le telefonate concitate di suo padre con l’Ospedale. Prima ancora, Anna che crollava sotto il peso della vita e del sovra-dosaggio di medicinali. E prima ancora? La sua memoria non riusciva a spingersi troppo lontano, il suo pensiero si focalizzava sul qui ed ora, ragionando sul fatto che alla fine degli spettacoli circensi entrano i clown, ed in fondo l’aspetto clownesco sua sorella un poco ce l’ha, se non ha fatto sapere a nessuno che sarebbe tornata in fretta e furia dall’Australia, quando i rapporti coi suoi genitori non erano in fondo dei migliori, e la madre non era mica una malata terminale, insomma…aveva fatto una scelta un poco comica, volendo. Sempre che non fosse la naturale risposta ironica alla tragedia che stava vivendo. Forse questa possibilità era più credibile.

Adesso c’era da sistemare, in casa. Fare le pulizie di primavera. Rammendare strappi mai ricuciti del tutto, gettar via pattume rimasto per troppo tempo fermo allo stesso posto. Chiarire i punti oscuri, capire dove si aveva sbagliato e come poter rimediare. Insomma, un repulisti generale in un contesto non banale, perché le parti in causa erano più d’una. Se era vero che loro madre aveva fatto una scelta personale, bisognava anche tener conto del fatto che questa scelta derivava in un contesto allargato. 

Una volta dato il via, non si può fermare la cascata di eventi che ne consegue, in un grottesco meccanismo di concause ed effetti.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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