Fantasy Undergroung su dodici livelli – 8°

VII. POST TENEBRAS LUX

Photo credit: wikipedia.com

Brutti presagi si annidavano all’esterno della reggia come avvoltoi in attesa della preda. Con un gesto automatico, il Re chiuse le tende, come aveva fatto davanti alle proteste dell’uomo, poco prima. Anche se aveva avuto poco senso. Personalmente non credeva a quello che aveva visto, ma l’aveva sentito. Aveva ascoltato quelle parole, quelle frasi sconnesse, quei ricordi frammentari ma vividi, oh se erano stati vividi. E quel volto trasfigurato, stravolto, non pareva nemmeno appartenere a quel corpo. Ma più di tutto avevano potuto quelle grida, come se provenissero dalle profondità della terra, e del passato, e delle paure più torbide mai del tutto sopite.Se gli occhi potevano mentire, ponendo in mezzo alla testa allucinazioni, meno potevano farlo le orecchie. E comunque, se sia gli uni che le altre davano gli stessi responsi, allora…Le leggende si erano fatte realtà, ma si erano trasformate anche in menzogne: era stato scritto che il nemico era stato sconfitto, ma in realtà i veri sconfitti erano loro. Però, per un sacco di motivi, non voleva crederci. «No, è impossibile. I Trenta furono sconfitti, vent’anni fa, e ricacciati nelle profondità della Terra.» l’affermazione del Sovrano fu netta, e non ammetteva repliche. «Lo hai sentito o no?» suo fratello si portò le mani alle tempie, massaggiandosele debolmente. «Diamine, mi sembrate tutti impazziti.» «Forse perché tu non hai combattuto la guerra di vent’anni fa. Non hai passato ciò che abbiamo passato noi.» il Re gli rispose con stizza, voltandogli le spalle e chiamando dei servitori affinché potassero via il cadavere disteso a terra, la bava a coprirgli la bocca che aveva macchiato anche il vestito; distolse lo sguardo, disgustato e rattristato. «Scusami, Kliven. Ho creduto che potesse da solo sconfiggere i Trenta, solo con il coraggio instillatogli da me in cuore, solo con una misera spada di acciaio che gli avevo consegnato credendo di morire. E per fortuna non l’ho fatto, altrimenti ora il regno sarebbe in mano a Salal, nuovamente.» lo disse evitando di pensare allo scenario…di prigionia di un tempo. Salal! Potesse essere maledetta tutta l’Aula dei Trenta Guardiani, che le loro anime spirassero tra le fiamme dell’abisso!

«Ci sarei stato io ad evitarlo.» Suo fratello gli si avvicinò dalle spalle e lo fece voltare per parlargli guardandolo negli occhi. «Mio Sovrano, non mi hai chiesto come potessi immaginare che il fedele Erenn potesse essere caduto nelle mani dei Trenta, ma io te lo dirò comunque. Una notizia che a nessuno piacerà sentire. Un racconto lungo, che parte da prima della guerra, per giungere fino ad oggi, per rinfrescarci le idee. Hai tempo?» «Tutto quello che vuoi, e che è necessario.» Il Re, nello svolazzante mantello porpora, andò a chiudere la porta a chiave. «Mio Signore, devo innanzitutto precisare che non potevo immaginare fosse rimasto nelle loro grinfie, fino ad ora, o meglio: da così tanto tempo. Immaginavo potessero averlo plagiato e irretito all’inizio, quando ancora erano potenti, e il loro dominio era non solo a Salal ma anche altrove, anche quaggiù. I Marchiati sono stati scoperti, e questo ci è di aiuto, ma il fatto che siano usciti dall’ombra indica anche che la loro potenza stia tornando alla ribalta. Il fatto che lo abbiano abbandonato forse vuol dire hanno bisogno di altre persone – che so io: una vostra guardia del corpo? un garzone di qualche bottega di periferia, giù nei bassifondi? oppure di nessuno di loro?» «O di te, ad esempio.» lo interruppe il Re. «O di me. Ma come posso saperlo?» «Il buio.» «E basta? E se non fosse il buio, se non fosse solo questo?» «Cos’altro?» «Intendo dire, non solo il buio che c’è fuori, magari il buio che ognuno si porta dentro, inizia a crescere, crescere, diventa talmente forte, talmente evidente, che ogni buio al di fuori pare una luce abbagliante, in confronto. Quindi non ci si ritrae dal buio in quanto tale, ma perché esso è troppo di contrasto, una cosa del genere, insomma.» «Hmmm. È una riflessione ardita, ma interessante.» «La luce deve rappresentare qualcosa, per costoro. Indirettamente, magari. In maniera simbolica. Ce li siamo trovati tra capo e collo senza ben conoscerli, li abbiamo scacciati come facciamo con le zanzare, ma non ci preoccupiamo troppo di indagare sui loro pungiglioni: ci pungono, e ci basta questo. Allo stesso modo, i Marchiati li abbiamo cercati di sconfiggere con la guerra, ma forse basta qualcosa di meno, o qualcosa di più, o comunque qualcosa di diverso.» «E cosa?» «La luce, ad esempio. La temono, la evitano. Bisogna stanarli, e quando sono confusi, colpirli.» «A Salal vi son solo tenebre. Il sole non passa la coltre, non penetra nella valle. I monti proteggono quel luogo come una barriera.» «Perché le nubi circondano le montagne. Ma in pianura non è più così. Basterebbe stanarli, magari col fuoco. Pungolarli per farli uscire allo scoperto. Irretirli.» «E come?» «Facciamo un grande incendio. Il bosco tutt’attorno a Salal, ad esempio: bruciamo ogni cosa dietro il nostro cammino. Il fumo allora sembrerà un’ombra duratura, ma ci sarà sole, e luce, e loro potranno avanzare, poi l’incendio cesserà, il fuoco verrà spento e gradualmente la coltre passerà. Sarà di nuovo luce, e per loro sarà la fine.» «Non è una cattiva idea, te lo riconosco. L’unica cosa è che occorre tempo, per preparare tutto questo. Senza sapere possa avere successo, questo progetto.» «Tu hai alternative?»

Non avevano che da rischiare. In fondo, non era diverso dal lanciare una moneta per aria, in attesa del responso.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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