Per aspera ad astra, in dieci passaggi – VII

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La settima aurora

“Vieni, guarda. Quando il sesto giorno declina, verso il tempo della sera, una stella brilla nel lato settentrionale e con essa altre settanta stelle. La stella colpisce le altre, così che tutte si raggruppano in essa e di settanta divengono una sola. Essa si dispiega, e diviene come un rogo ardente, in tutti i lati. Allora quel rogo si diffonde attorno a mille monti, e sta come un filo che circonda. Il rogo di fuoco attira a sé altri colori, che sono al suo interno. Il primo colore è il verde: quando questo colore si è manifestato, il rogo di fuoco sale e balza in alto, sul colore verde: penetra all’interno e fa uscire il verde, di modo che il verde sta all’esterno e il rogo di fuoco di stella, formato [da settanta altre stelle], sta all’interno. Poi attira dopo di esso un altro secondo colore, un bianco, e questo bianco penetra all’intenro. Quando questo colore si è mostrato, il rogo di fuoco della stella sale, fa uscire il colore bianco, penetra all’interno. E così per tutti gli altri colori: li fa uscire, penetra all’interno, e si avvicina al punto nascosto, per ricevere luce.”

(Zohar)

Era un pianeta strano, quello su cui eravamo giunti dopo anni di peregrinazione. La nostra terra promessa dopo l’esodo nel deserto oscuro, dove anziché sabbia la nostra compagnia erano i granelli di buio? Eccoci qua. Eccomi qua. Non siamo più rimasti in molti, a dire il vero: avremmo dovuto pensarci prima, organizzarci meglio, partire non con poche sparute navi in cielo, dirette verso l’ignoto, ma con una flotta, un nugolo di insetti o uno sciame di api che si sposta di fiore in fiore – di pianeta in pianeta – per produrre il proprio miele. Non sapevamo a cosa saremmo andati intorno perché non conoscevamo quello che da millenni ci circondava, silente; lo reputavamo quieto, si è rivelato infido. Pensavamo ad uno spazio inerte, si è rivelata una terra ostile. Siamo stati traditi dal buio che proiettava all’infinito, e dalle sparute luci che rappresentavano le oasi del deserto: erano solo miraggi. Questo considerando il campo largo.

Entrando nei dettagli, i pianeti. Ciascuno, a modo suo, inospitale, se non apertamente ostile. Solo la Terra, la primigenia terra di partenza, era stata la nostra culla, ma era stata addomesticata, negli eoni, resa più docile da terremoti, cataclismi, meteoriti. Una gragnuola di colpi per far ragionare un pianeta che rendeva altrimenti il tutto non semplice. Per gli altri, tutti gli altri, non solo quelli del Sistema Solare da cui ce ne andammo qualche secolo fa, occorreva ancora tempo, affinché capissero che chi vi giungeva non era come le locuste che tutto depredano per poi fuggire altrove, ma come ospiti che entrano in casa, chiedono permesso, e pernottano finché non sanno che sono di disturbo. E poi, portano anche qualcosa in dono. Ma questo, ai Pianeti, non basta. “Timeo danaos et dona ferentes” scrisse qualcuno millenni fa, in un libro che ora non è polvere, casomai li si possono definire atomi sparsi ai quattro angoli dell’Universo, tanto per rendere l’idea…Eppure, queste parole non sono finite in polvere, perché tramandate di bocca in bocca sono diventate più dure di qualunque cosa. Forse, se forgiate chissà come e chissà dove, potranno sopravvivere anche alla fine stessa della nostra cultura e Civiltà, o quel grumo di sputo che ne resta.

Faccio fatica a scrivere queste parole, su questo Pianeta, perché la luce delle sue sette stelle nane è fioca, e le mie mani tremano leggere. I polpastrelli sono corrosi dal mercurio e dal piombo dei tasti metallici di un armamentario ricavato dal motore della nostra astronave, visto che questa Nuova Terra non gode di tanti minerali o, se vi sono, sono troppo profondi per esser da noi raggiunti. Non l’abbiamo esplorata tutta, malgrado siano decenni che la abitiamo. Ogni tanto sogno i miei colleghi astronauti. Me li immagino perduti, altrove, forse in un eterno peregrinare, o finiti in un dormire senza fine: il criosonno si disattiva quando un sassolino, più o meno grande, e più o meno ospitale, viene intercettato nel loro muoversi senza sosta. I motori atomici di ultima generazione possono andare avanti per millenni, il criosonno più evoluto consente un’esistenza sospesa altrettando durevole.

Erano o sono tuttora persone semplici come me o te, lettore ignoto di chissà quale pianeta – la lingua di lettura viene ricavata dalla captazione dei segnali neuronali emessi dal tuo Sistema Nervoso mentre fissi lo schermo traslucido di questo dispositivo, se tu fossi inglese sarebbe tradotto in inglese and if you were an alien, probably it would be transferred in numbers and symbols as PY909d? ^alkdjanei saoisfn 2341 n1 i3nriqw o4i5 – se mi stai leggendo, ma certo che lo stai facendo, altrimenti non si sarebbe attivato il protocollo di sovradettatura a scrittura automatica degli appunti del tenente colonnello Kasper J. Mayer. Titoli altisonanti per persone di bassa lega, da qualche parte abita il mio superiore, il Generale Supremo Otto Ugujali, nome strambo per un tizio ancor più strano che ci guidò fin quaggiù. Chissà se sapeva come sarebbe finita, questa assurda e buffa storia. Mi devo ricordare di salutarlo, più tardi, prima che si faccia penombra e caschi una miope notte su questa desolata landa.

Il tempo è inclemente, su questo pianeta. Tra qualche secolo o chissà quando, giungerà la settima aurora. Cioé, la settima stella splenderà più vivida di tutte. Secondo calcoli astronomici, si sta sempre più avvicinando al suo Pianeta. O meglio, è lui che le sta andando sempre più vicino, ovviamente. Le stelle sono fisse, i Pianeti vorticano in tondo come trottole e, ad un certo punto, per un certo motivo, cascano per terra. Non essendoci Terra, cascheranno nel vuoto, ma verranno fagogicate da una delle Sette Sorelle, che si riveleranno una delle Sette Possibili Teste Fameliche. Perché non ho un brivido, sapendo tutto questo? Perché tutto questo accadrà molto tardi. Il tempo scorre lentamente, per noi esseri umani, ma per l’Universo equivale a meno di un battito di ciglia.

Stiamo imbastendo la nostra ripartenza, alla fine. La Terra Promessa si è rivelata una chimera. Forse la probabilità di trovare un Pianeta altrettanto abitabile come la nostra Terra primigenia è prossima allo zero, per lo meno in questa galassia. Bisognerebbe provare su altre galassie, ma l’ammasso locale non è così semplice da percorrere, e poi tra una Galassia ed altra c’è davvero del vuoto. Quell’horror vacui di cui parlavano gli Antichi ha un fondo di verità: esso esiste e, sarò sincero, ci fa paura. Perché qualora si fosse in grado di raggiungere il Vuoto (per il Salto Nel Buio, tutti concetti scritti a caratteri cubitali per rendere l’idea di come essi possono rappresentare la nostra Religione, oggi come oggi) poi non si sa dove si potrebbe arrivare. Un conto è gettarsi da un burrone con una corda, o con un rete di protezione sotto di sé, altro discorso è correre di notte a folle velocità con gli occhi bendati. E poi, mancano le strutture di sviluppo, di tutto questo. Siamo coloni, non scienziati. Forse, un giorno, giungerà qualcheduno che possa aver sviluppato una Nave Spaziale Laboratorio che consente di portare avanti tecnologie altrimenti impensabili, tra queste distese di terra brulla ed avida di sangue e sudore ed imprecazioni a mezza voce.

Forse. O forse no. E dunque siamo condannati: a morire qui, a vivere invano, a sperare per niente in un domani migliore. No, a volte mi dico non cambierà nulla, cercando risposte in queste sette stelle dal retrogusto amarognolo, in bocca ed in fondo al cuore. Gli urlo domande sacrosante, ma non ottengo risposta alcuna: semplicemente mi rivolgono occhiate ottuse, nella loro stupida fissità. Allora scendo nella Caverna (chiamiamo così le profondità di questa Neo Terra) per tornare nella mia puerile ignoranza.

“Per favore, o Stelle, datemi una vostra risposta, anche se non sarà quella che posso accettare.”, ripetevo ogni giorno, piú volte al giorno, o una volta sola per gli innumerevoli giorni che mi vorticavano ubriachi davanti. “Mi basta una sola Risposta, e non vi porrò piú alcuna domanda.”

Strano a dirsi, qualcuno mi ascoltò. Un’altra stella un giorno parve muoversi dal gruppo, ma non era una stella. Il mio desiderio si stava avverando. No, non era una stella cadente, ma un’astronave, grande come un grattacielo o anche piú, che nella sua goffa frenata, moderno Icaro dalle ali bruciate, rovinò a Terra, senza poi far altro che dispiegare le sue mastondotiche vele. A molti di noi parve un segnale di resa.

Quando il coraggio si riappropiò di noi per vedere chi fosse l’autore di tale miracolo, dovettimo con calma ricrederci. Per quanto vasta, la nave era desolantemente vuota. Dov’erano finiti tutti, se mai vi era stato qualcuno?

Un nome risplendeva sulla fiancata. Sbiadito, ma leggibile: Fenix II. La fenice, un animale mitologico che rinasce dalle proprie ceneri. Un maledetto gioco del destino l’aveva fatta incrociare col nostro Pianeta? O erano state impostate da tempo immemore le coordinate per raggiungerci? E se a questa domanda la risposta era affermativa, chi poteva averlo deciso? Era stata abbandonata e fatta ripartire senza passeggeri a bordo? Erano tutti morti nel frattempo? Era un vascello fantasma, frutto delle nostre allucinazioni, retaggio di notizie frammentarie lette e tramandate dalla Storia? In passato una nave dallo stesso nome era partita e mai più tornata. Forse eravamo noi a dover temere chi ci mandava doni non richiesti? Domande inquietanti iniziavano a serpeggiare tra tutti quanti, mentre cercavamo di capire se quella vecchia Nave era in grado di riprendere il suo cammino e portarci via.

Si decise per votazione, una piccola maggioranza acconsentì la si rimetesse in sesto per andarsene il prima possibile. Così fu: alla settima aurora, ripartimmo.

Quando lasciammo il Pianeta sapendo che non vi avremmo mai più fatto ritorno, le sette stelle danzavano follemente in un cielo sempre più nero.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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