Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 26

Photo credit: storiediuneducatrice.com

“La vigliaccheria deriva dal non amare o dall’amare male.”

(Cit. Da ‘Midnight in Paris’ di Woody Allen)

Per interposta persona.

In fondo, era meglio quando scrivevo. Il silenzio mi urla nelle orecchie, non posso far nulla per scacciarlo via, è come uno di quei mosconi estivi che ronzano, ronzano impazziti, schiavi dei loro pensieri che non li portano mai da nessuna parte.

Mi guardo le mani, sporche di qualcosa che può essere fango oppure sangue, ma non credo né di aver scavato la terra umida, né di avere ammazzato persone innocenti. O forse ho fatto entrambe le cose, ma se l’ho dimenticato, è meglio così. O comunque, è colpa mia.

Andiamo per ordine! Mi ammoniva sempre mia nonna. Come se fosse semplice, dover fare ordine tra una miscela di vestiti disfatti, bicchieri sporchi e slavati, immagini sbiadite proiettate da chissà cosa, da chissà dove.

Bevo, dicono. Come tutti, rispondo io. Facile schermirsi così, rincalzano loro. Allora getto la spugna ed affermo – a me stesso, a mezza voce – sì, è vero. Ma cosa è meglio fare, tra bere e morire? e tra morire ed uccidere? Al chè loro – gli Altri – non sanno davvero più cosa replicare, per cui li lascio così, i loro sgaurdi vacui, le loro parole, sporche, in bocca.

Adesso le laverò, queste maledette mani. Davvero non riesco a capire…cioè, sì, capisco che qualcosa è successo, se sono qui, se sono ora. È il che cosa sia – possa essere – accaduto che mi lascia più interdetto, ed allora se oltre alle mani mi schiaffo dell’acqua gelida in faccia, probabilmente sarà tutto più chiaro.

Mi guardo attorno, qui dove sono. Una lampada penzola impiccata dal soffitto di un appartamento spoglio, le pareti bianche come di tomba. Inizio allora follemente a scrivere, su questi muri candidi, col mozzicone di una matita trovata chissà dove, scrivo a caso, scrivo parole senza senso e senza verso alcuni, sono parole sputate contro queste superfici, un catarro di ricordi amari. E quando finiscono le parole – o si consuma il moncherino di mina rimasta – allora inizio con colpi sordi, contro questo parallelepipedo non più immacolato, che soffoca tutto, che incombe su ogni cosa, mi sovrasta e temo che ad un certo punto sì, mi schiaccerà ed infine avrà vinto.

Guardo più attentamente questi geroglifici rossi, pitturati dalle mie dita sporche (di terra bagnata? Di sangue rappreso?) e che gridano ancora sotto la luce: sembrano parole oscure di una magia irrealizzabile, le osservo frangersi contro una realtà insolubile, domandandomi solo se domani sarà tutto uguale. Non posso far altro che premermi il volto tra le mani e piangere in silenzio. Tutte le parole che erano da spendersi sono state impiegate, anche se invano. Non ho più nulla da dire.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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