Fantasy Underground su dodici livelli – 7°

VI. IN ATTESA

La nebbia si diradava e le montagne si stagliavano sullo sfondo, al tramonto, come uno strappo impreciso tra la tela aranciastra del cielo e quella marrone della terra. I banchi di nebbia si alzarono fino a dissolversi, ma occorse tempo, parecchio tempo. Era già giunta la notte quando, alla fiamma traballante di un modesto focolare all’aperto, poté distinguere il sereno più completo.

Ma non aveva fretta.

Avrebbe potuto attendere anche per millenni, seduto tra l’erba umida e le canne fruscianti e secche, in quella notte d’inverno inoltrato, ad ammirare la luce delle ultime stelle; distingueva la Stella Polare, e la costellazione del Drago, e varie stelle luminose: tentare di riconoscerle tutte gli permise di passare altro tempo; e aveva davanti a sé tutto il tempo del mondo.

Pensò che l’erba sotto di sé avesse assunto la sua forma e l’avrebbe tenuta anche quando se ne sarebbe andato dal di lì, alzandosi dalla postura a gambe incrociate che manteneva; senza dubbio coloro che lo avevano visto – pochi – avevano pensato male di lui, ed avevano fatto in modo di non distinguerlo, per quanto il suo mantello nero foderato di seta porpora spiccasse di giorno sull’erba secca verde scuro; un mercante a cavallo, un altro a dorso d’asino, persino un gruppo di cavalieri armati, con uno stemma sugli scudi ovali di una città delle vicinanze aveva fatto finta di non vederlo, lì seduto come ora e come in seguito, in attesa.

In attesa.

Un suo occhio, chiuso fino a poco prima nella veglia, si aprì all’improvviso: certo, un osservatore esterno non avrebbe potuto distinguere il colore violaceo dell’iride che aveva fatto sorgere troppo domande tra gli abitanti di Gherz ’Thavan costringendolo ad abbandonare quel luogo d’attesa; né, alla luce del giorno sarebbe passata inosservata la cicatrice che marchiava l’occhio sinistro tracciando un segno netto e più chiaro sulla pelle. Pochi avevano tali cicatrici ad incorniciare i loro occhi: una cicatrice troppo particolare per poter mentire anche con il più stolto di essersela procurata in battaglia, o in una battuta di caccia: persino i più imbecilli riconoscevano nella cicatrice tripartita che circondava l’occhio e si congiungeva sopra e sotto esso, che quello era il simbolo dei Marchiati. Un simbolo inconfondibile, maledetto e pericoloso.

Avrebbero mormorato, malgrado il terrore, che egli era un Marchiato in libertà, fuggito dalla prigione di Treos e dai domini della penisola omonima riuscendo a divagare come una macchia di unto nel Continente; in un primo tempo aveva ovviato ai problemi del colore degli occhi e della cicatrice col semplice stratagemma del cappuccio del mantello nero calato sul volto, a nasconderlo in un’ombra comunque non rassicurante. Fino a ché non era stato costretto a calarselo, per problemi che avrebbe volentieri ricordato in un altro momento, sulla pubblica piazza di Gherz  ’Thavan: allora gli abitanti della città fortificata avevano ignorato la cicatrice, concentrando l’attenzione sugli occhi viola…e il caos ed il tumulto erano serpeggiati, e solo il Destino aveva consentito a lui ed al suo cavallo di fuggire prima del linciaggio.

Un Marchiato Occhi Viola…niente di peggio poteva affermare di camminare nel Continente in quell’istante; tutt’al più nel passato, quando i Cinque Draghi Neri di Horn si erano levati in volo per sancire la fine della Divisione…un Marchiato Occhi Viola sarebbe stato considerato al limite della normalità. Poi i draghi neri erano stati catturati ed imprigionati, la Divisione era ripresa e il resto si dipanava come un gomitolo di lana nella sua mente. Immagini più che parole potevano descrivere i 775 anni trascorsi da quei tempi.

Oh, ma poteva aspettare. Rise, una risata cristallina e limpida che contrastò col buio della notte e il crepitio del focolare sul sottofondo dell’ululato dei lupi, nei boschi poco più avanti. 775 anni! Erano niente, per lui…

Una voce lo raggiunse, dall’oscurità, ferma e pacata, custode di una calma che di rado doveva essere stata rotta; poche parole di qualcuno che conosceva troppo bene per far finta di non annoverarlo tra le amicizie. Amici…se lui poteva affermare di averne; l’amicizia aveva toccato di rado le sue conoscenze e troppo poco spesso le sue labbra screpolate ora dal freddo si erano aperte con altri in un reale sorriso piacevole.

«Ridi bene, mio caro Erenn. L’unico dei Trenta Marchiati che abbia il coraggio di sorridere nella sua esistenza; l’ho visto piuttosto fare, dai tuoi simili, in tempo di morte, e tu mi pari lungi dall’onorare il ritorno alla terra.» Una figura avanzò tra la nebbia improvvisamente ridestatasi dalle profondità delle paludi e di tra le canne sempre fruscianti in un ritmo monotono: era un uomo vestito di eleganti abiti scuri nella notte, ed il suo mantello si rivelava dalle pieghe che lambivano, col vento, la schiena di Erenn, uno dei Trenta Marchiati. L’unico dagli Occhi Viola. La figura si sedette con naturalezza sull’erba, come avrebbe potuto sedersi su un alto trono d’oro ed argenteo: e pareva fosse solita compiere entrambe le cose. “Sicuramente il Trono gli è più comodo.” Il pensiero sfiorò per un attimo la mente dell’altro uomo. «Ridere! Per non disperarsi, o Potente; come dice la poesia, “ridere per cacciare il temibile spirito del dolore, ridere per la parca gioia distribuitaci dall’Inizio”. Sono anni che attendo, in pellegrinaggio da una città all’altra del Continente, sempre cercando di rimanere il più lontano possibile dalle segrete di Treos; senza fare mio nessun volto, nessuna conoscenza, né uomo né donna…ridere pensando che ho tutto il tempo, davanti, e non posso…» esitò, a disagio sotto lo sguardo che poteva intuire proveniente dalla figura nella semiombra delle fiamme. Essa stava lisciandosi una corta barbetta grigia, mentre l’altra mano poggiava sul terreno, artigliandolo di tanto in tanto. «Sfruttarlo, intendi? Sfruttare il Tempo, sì. Chiaro. Conosci, però, il giuramento che hai pronunciato, Erenn.» disse con la massima calma l’altro lì seduto, che continuava a lisciarsi la barba e ad artigliare il terreno e a raccogliere l’erba in piccoli fasci. «No, o Potente. Non sfruttarlo a mio piacimento; il giuramento mi impedisce di solo pensare una tale bramosia, né la mia mente ha mai tentato di farlo.» annunciò, anche se incespicando sulle ultime parole. «E questo mi rallegra, Erenn. Altri, più potenti di te, hanno fallito, finendo scoperti ed imprigionati a Treos per l’eternità o fino alla fine dei loro tristi giorni.» ora entrambe le sue mani erano poggiate al terreno, ed egli si rimise in piedi, per squadrarlo dall’alto in basso. Il mantello assunse un colore grigio e di madreperla, a coprire il suo corpo una giubba azzurra come il mare e – avrebbe giurato – quasi dalle stesse pieghe a rendere l’effetto delle onde spumeggianti; tutto l’insieme sembrava ammantato di un’aura di splendore, ed Erenn non poté fare a meno di chinare la testa in segno di rispetto. «Treos.» sputò a terra, sempre inchinato. «Sono fuggito dalla prigione, ma non scelsi io di venire Marchiato! Maledetti!» urlò, l’eco fece alzare in volo alcuni uccelli che dormivano tra i rami dei cipressi lì vicino. «Tu hai giurato, ad ogni modo.» la voce dell’altro non manteneva più la fiera calma e questi se ne accorse e il suo volto si indurì altrettanto. «“Per la rinascita dei Cinque Draghi, e il loro volo. Per la fine della Divisione, e l’Inizio dell’Unione; un Inizio che continuerà per il Tempo.” Tu hai giurato, e nessuno ti ha costretto.» i muscoli del suo corpo si distesero, ed egli si ammantò di ombra uscendo dall’angolo di luce del tiepido fuoco scoppiettante. “Avrei potuto fare altrimenti? Avrei potuto?” sentì le lacrime sorgergli agli occhi e le guance avvampare; si girò, per non essere osservato. «“Marcerò per il Continente e non sottometterò mai il Tempo; né oserò altresì tentare di domare da solo i Cinque Draghi. Perché sono Marchiato e il simbolo del Tempo è mio vincolo.” A quanto pare hai scordato il giuramento; ti invito a rinnovarlo, dinnanzi a me che sono il tuo Signore.» «Ora…o Potente?» balbettò la frase e dovette ripeterla; sentì goccioline di sudore colargli sulle guance, nonostante il freddo. Si slacciò il mantello e lo gettò lontano, alzandosi in piedi e portando le mani alla spada; la Spada. Sentiva l’elsa argentea scorrergli come ghiaccio sotto le mani nude, bensì sapesse che sarebbe stata ben salda in battaglia; intuì i contorni lavorati dei due bracci, che terminavano in un diamante incastonato in ciascuna estremità. Sapeva anche, senza averlo ancora potuto vedere, che sull’elsa era cesellato il simbolo uguale alla cicatrice, il simbolo del Tempo. Il simbolo dei Marchiati. «“Non sfodererò mai la Spada che posseggo se non quando sarà giunto il momento e l’ombra dei Cinque Draghi marcherà il mio cammino.” Fallo, Erenn, e capirai cosa significano i lamenti provenienti dalle prigioni di Salal, sempre che tu sopravviva senza danni a ciò che ti capiterà per il tuo gesto.» Non poteva sfoderare la spada, lo sapeva. Era la Spada, e basta. L’avrebbe sfoderata solo per combattere per la fine della Divisione, e prima ancora i Draghi avrebbero dovuto emettere le loro roche grida di rinascita; eppure le sue mani si saldarono all’elsa ed all’impugnatura di cuoio, pronte a sfilarla dal fodero. «Pazzo! Osa solo alzarla quel tanto…» la voce divenne opaca ed evanescente come la nebbia che lo circondava; nulla aveva importanza, ora. Il motivo della sua attesa, l’importanza del Potente, la storia che si dilungava alle sue spalle in un punto indefinito. La sua storia, la sua vita. “Permetterò loro di incantarmi con i loro trucchetti solo quando sarò tanto scaltro da riconoscerli. Ho rinunciato a troppo fino ad ora e mi pare bastevole.” Fece forza per alzarla, mentre la bocca dell’altro uomo si muoveva lentissima nel pronunciare parole che non giunsero alle sue orecchie: la figura che aveva innanzi avanzò a passi che dovevano essere stati rapidi, ma che risultarono lentissimi. Il fuoco ruggì alzandosi in una fiammata verticale a sfidare le stelle stesse nel loro giaciglio ovattato di nubi. Migliaia di ali turbinarono senza emettere alcun suono e un vento possente sradicò gli alberi meno robusti, lanciandoli nella pianura.

Erenn poteva osservare tutto questo come se accadesse in giorni interi, conscio del fatto che era trascorso molto meno. Ma aveva tutto il Tempo, l’avrebbe piegato e plasmato e… «Pazzo!» la mano del suo Signore si pose sulle sue, spingendo con forza la spada nel fodero prima ancora che ordinasse alle proprie mani di levarla in alto con soddisfazione. «“La cupidigia non sarà il mio pensiero, la bramosia non sarà il mio sogno.”! Questo dice il tuo giuramento, e tu oltremodo hai osato pensare di sfidarmi, di sfidare il Sommo e Potente Signore che ti governa, Colui che Siede sul Trono dei Cinque Draghi! Quali vessilli hai seguito il giorno della prima Unione, se non i miei? Osannando chi hai alzato la Spada alle sue parole, se non me? Io ho guidato gli stendardi garrenti del Tridente che si Riunisce, il Tempo stesso si è dilatato alle mie invocazioni della battaglia! Alle mie grida di avanzata!» le parole lo scossero come avrebbero potuto fare quelle due robuste braccia che ora reggevano una coppa contenente un liquido ambrato. «Rinnova il giuramento, Erenn Davhö. ORA.» gli porse la coppa, che ora era una grolla di legno, ora una vera coppa da Sovrano; sapeva che conteneva il Sangue del Drago: lo aveva già sorseggiato, quando aveva giurato. «Io…»                                                                                                                                                   «Rinnovalo!» Sentì un tepore prendere piede nel suo corpo e subito la sua mente si fece duttile e malleabile: il Potente la plasmò conducendola al sonno, ed Erenn vagò nel Regno privo di Tempo e dove contemporaneamente il Tempo era Sovrano. «Rinnovalo…!»

“Rinnovalo…rinnovalo…rinnovalo…” Si svegliò all’improvviso in una stanza di una misera locanda dal tetto basso e dalle travi a vista; l’umidità aveva reso chiazzati i soffitti che guardava, steso supino sul letto. Sentì ronzare nella sua testa delle parole che non ricordava: cosa doveva rinnovare, e perché? Soprattutto, quando aveva sentito quelle parole? Scosse la testa, sbuffando. Non ricordava niente: per la verità, non si ricordava neppure come fosse giunto alla locanda, dove si trovasse e quale motivo l’avesse spinto lì. Dai vetri appannati della finestra piccola e squadrata proveniva la luce del giorno, perlomeno; si avvicinò dopo essere sceso dal letto e l’aprì, sporgendosi con la testa quel tanto che bastava per osservare fuori quel tanto che bastava. “Ah, sì. Sono a Gherz ’Thavan.” E nello stesso istante rabbrividì, senza saperne il motivo; fuori era abbastanza caldo perché le persone che passeggiavano per la via principale lastricata indossassero dei mantelli leggeri, estivi. Un pericolo in agguato, un timore remoto, forse. Eppure non aveva avuto problemi da quando si era stabilito nella locanda “Giada Marina” ed erano più di due mesi, quel giorno. Sì, ricordava tutto. Scese le scale dopo aver afferrato il suo mantello nero foderato di seta rossa e, la spada nel fodero legato alla cintura borchiata, uscì dalla locanda col cappuccio calato sul volto, senza badare minimante all’oste intento a pulire i tavoli con uno straccio bagnato. Era di spalle e poi non si sarebbe scomodato a chiamarlo per dirgli un misero “Buongiorno”. Non appena fu al di fuori della bassa costruzione a due piani dall’aspetto che consigliava un restauro senza indugiare troppo, notò con una smorfia che qualcosa, nell’aria che aleggiava al di sopra della città non quadrava. Fiutò l’aria come se potesse avvertire, per esempio, il fumo di un incendio, eppure l’odore dell’aria era lo stesso odore di salsedine e pesce morto che proveniva dal porto…no, non era qualcosa riguardante l’odore. In verità, non appena era uscito, la gente si era dileguata come alla vista di un appestato. La via lastricata che tagliava la città in due dal porto alla porta della cinta muraria, era deserta e solo il vento vi si aggirava sollevando polvere e foglie secche con un rumore strascicato.

«Perdonatemi, signore…» qualcuno lo chiamò dalle spalle, prima ancora che Erenn fosse uscito dall’ombra della tettoia della locanda; si voltò e vide un uomo basso e grassoccio, la testa pelata e i lineamenti contriti in una smorfia di terrore e riverenza al tempo stesso. Balbettò una frase, e dovette ripeterla. «Vi devo chiedere…ecco, signore, vi impongo di seguirmi.» secondo il significato della frase, quest’ultima sarebbe stata pronunciata con un tono autoritario e minaccioso, ma ad essere minacciato era lo stesso omino piccolo e tremante. Erenn lo guardò interrogativo, scrollando le spalle e voltandosi per andarsene. «Signore…vi impongo di s…seguirmi ne…nella piazza della città. E’ l’autorità di Gherz ’Thavan che ve lo impone.» la sua voce raggiunse una tonalità stridula che l’altro uomo si innervosì. Lentamente si voltò, e chiese, le mani sui fianchi in una postura indispettita: «Per quale motivo, uomo?» Dall’ombra del cappuccio provenne una voce cavernosa. «In nome del Governatore di Gherz ’Thavan, ti intimiamo di abbassarti il cappuccio e mostrare il tuo volto!» Non fu l’omuncolo a parlare; anzi, costui si dileguò non appena giunse quell’altra voce, dalla parte opposta della strada, più precisamente proveniente da un uomo a cavallo che indossava un’armatura di piastre e aveva calato sul viso un elmo a celata.

Erenn contò mentalmente il numero di spade che potevano essere estratte intorno a lui, o le frecce che avrebbero potuto essere scottate, ed il tempo che poteva occorrergli per tentare di evitare tutto quello. Sconsolato, abbassò il cappuccio.

Un mormorio di stupore si alzò tra la folla che iniziava a convergere sulla piazza. Non poteva sapere della forca che era stata montata nottetempo nel giardino del castello, né si accorse dei due soldati che lo afferrarono da sotto le braccia, per portarlo via da lì, il più lontano possibile. Stavolta non aveva più tempo per rimediare. Il suo destino era segnato. In lontananza, delle campane iniziarono a suonare in coro: la Regina aveva partorito. Era la circolarità del tempo, alla fine: una vita, per una vita. Ed il cerchio si chiudeva sul suo punto di partenza.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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