Per aspera ad astra, in dieci passaggi – VI

Photo credit: ibtimes.com

Lontano, lontano, nel mondo…

L’atterraggio non era stato semplice, per il semplice fatto che era la prima volta, in assoluto, che capitava. Capitava una cosa del genere, intendo, per la quale non sarebbe valsa nessuna simulazione di laboratorio. Quel pianeta – questo pianeta – è ospitale ed inospitale al tempo stesso: di giorno, l’assenza di atmosfera e raggi ultravioletti micidiali non consentono di sopravvivere, ma la notte cambia tutto: trasuda dal terreno un vapore respirabile, una rugiada sottile, che dura tutta la notte, e smette di evaporare quando le zolle scorticate vengono di nuovo colpite dai raggi della stella attorno a cui questo pianeta vortica velocemente.

Qui, un giorno dura un giorno e mezzo terrestre. Potrei dire 36 ore, ma non sono esattamente le ore terrestri, perché a seconda dell’influenza delle sue due lune, ci sono momenti in cui il pianeta ha giornate leggermente più lunghe, altre meno. I gemelli, sono state chiamate le due lune del cielo, che è di un colore aranciastro oppure a tinte bluastre, e la terra è nera picea. Dobbiamo vivere sottoterra, ed uscire solo quando è notte. Siamo diventati animali notturni, ci abitueremo anche a questo, ma non credo vivremo a lungo quaggiù. Il tempo di riparare o rimettere in sesto l’astronave, e poi ci dirigeremo verso un’altro pianeta, sperando in un’abitabilità maggiore. Anche questo non era stato preso in considerazione. Il fatto di trovare un pianeta abitabile non implicava il fatto di doverlo o volerlo o poterlo poi lasciare, un domani. Non è che la prima scelta fatta è necessariamente la migliore, no? Siamo stati in viaggio per tanti anni – giusto i più anziani possono avere memoria di quanti, con esattezza – dunque perché non prolungare la nostra diaspora per qualche lustro ancora?

Come fare a ripartire? vi starete chiedendo voialtri. Beh, basta ricostruire la rampa che ci fece partire decenni orsono dalla terra, e sfruttare poi una delle due lune come avamposto prima del rimbalzo, insomma, non è una cosa che si fa dall’oggi al domani, ma se siamo fortunati – se siamo fortunati, ripeto – probabilmente in un paio di generazioni dovremmo farcela. Parlo al condizionale, perchè vi sono fin troppe variabili in gioco. Non so se nemmeno io potrò vedere l’inizio di questo progetto artigianale, approssimativo, imprevisto. Si proseguirà a braccio, con l’aiuto di tutti e di quelli che verranno.

Sono quindici anni che abitiamo qua, oramai ci abbiamo fatto il callo. Dopo l’iniziale alloggio nella nostra astronave, abbiamo iniziato a scavare nella roccia dura di questo ambiguo pianeta, per ricavarne grotte e ripari naturali, onde passare il giorno prima dell’arrivo della dolce notte. Sono cambiate le nostre abitudini, il nostro orologio biologico si è gradualmente invertito: viviamo di notte, e dormiamo di giorno. Come animali notturni, come predatori, come vampiri, come ladri: ci sentiamo estranei a questo pianeta, che forse non ci vuole del tutto e cerca di fare tutto per lasciarci andare via. Altrimenti non si spiegherebbero certe cose strane che sono iniziate ad accadere dal secondo anno della nostra permanenza quaggiù; ad esempio, quando i nostri scavi sono terminati, dopo un alacre lavoro senza sosta, sono iniziati ad arrivare dei terremoti. Non delle scosse telluriche particolarmente forti, semmai delle brevi scosse, come quelle della coda di un cavallo quando vuole scacciare le mosche. Forse rappresentiamo delle mosche, per questo pianeta cui ancora non abbiamo dato nome.

Fallito il tentativo dei terremoti, il pianeta ha cercato di scacciarci in altro modo: rendendo meno lungo il periodo di aria respirabile, e la possibilità dunque di rimanere in superficie e poter portare avanti l’assemblamento della rampa di lancio, una gigantesca arca di noè moderna che possa portarci in salvo il prima possibile. Come se non bastasse, sono iniziati a proliferare dei parassiti, portati chissà come e chissà da chi, di sicuro non terrestri, che hanno iniziato ad attarci anche sottoterra. Io ritengo sia il pianeta che abbia messo in atto tutte le contromisure, come un sistema immunitario; non vorrei che l’ultima opzione fosse l’autodistruzione, ma ne dubito. Questo pianeta non può né deve essere senziente, ma ogni tanto ho come la vaga impressione e timore ci scruti, ci spii e cerchi i nostri punti deboli, per colpirci, per mettere a segno il colpo, per…eliminarci.

Non so se qualcuno leggerà questo mio scritto, lasciato in una capsula che si autodistruggerà tra un migliaio di anni, ma se qualcuno adesso lo sta facendo, allora vuol dire tre cose: sì, siamo stati qui; sì, ce ne siamo andati; sì, dovete andarvene.

Fuggite al più presto, per il vostro bene. Questo pianeta non vuole ospiti, fa di tutto per anniettarli. Chi cerca di colonizzarlo – o chi ha cercato di colonizzarlo, potrebbe darsi che altri essere, prima di noi, abbiano tentato di ambientarsi su questa indomita chimera – viene, semplicemente, sputato via come il nocciolo di una ciliegia. E se l’ospite non riesce a capirlo con le buone, allora si passa alle maniere forti, ma non ho idea fino a quale punto possa spingersi questo infido pianeta. Fuggite, finché siete in tempo.

F.to Arthur Neyman, Comandante della Nephia

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Pubblicato da Lucio Campiani

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