Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 24

Photo credit: menteolistica.blogspot.com

“La verità non arrossisce di nulla.”

(Tertulliano, ‘Adversus Valentinianos’)

Distogli lo sguardo dall’astro infausto (de-siderare).

Era stata una notte opaca, una di quelle notti dannatamente simili a tutte le altre, ma che differivano per pochi dettagli, i quali potevano anche essere indizi. Un mozzicone di sigaretta gettato dal lato opposto della strada, un tono più o meno rauco dell’abbaiare di un cane contro qualche chimera del buio. Oppure un saluto ignorato, un abbraccio respinto, tante piccole cose che accumulandosi potevano rappresentare quel valore aggiunto.

Non mi credete? Allora provate anche voi, una volta: cambiate le vostre anche più minime abitudini, uscite di casa un’ora prima o andate a dormire mezz’ora dopo, cambiate itinerario per recarvi alle vostre incombenze quotidiane, ascoltate un’altra musica o gustatevi un’altra marca di birra: posso assicurarvi che entro un certo periodo, perseverando con queste piccole permutazioni, otterrete…che cosa otterrete? Qualcosa. Tutto. Nulla. A voi la scelta. Ma non divaghiamoci oltre nel racconto.

Insomma, quella notte non era dissimile dalle precedenti e – sperava! – non lo sarebbe stata rispetto quelle altre a venire, questo si diceva la ragazza. Oh, era una bella ragazza, sicuramente più che carina e…no, non era la mia fidanzata. Eh sì, peccato, ma dalla vita non si può mica avere tutto. In pratica, lei si avviava tranquilla a casa. Il suo nome è Vera, Vera Dradi, nata da qualche parte (che importanza ha? Si nasce tutti su questo pianeta, sempre non si faccia parte di quella pletora di personaggi da racconti di fantascienza, ma questa è la realtà, nuda e cruda), una ventina circa d’anni fa. Un bel nome, Vera, di quelli che sanno di freschezza, possono suonare aspri a pronunciarli, ma anche il reale deve poter esser sempre sincero, nel bene come nel male. «Ve-» è un respiro d’aria fresca, la bocca si apre per accoglierla, «-ra» è invece l’agrodolce, il retrogusto, il prezzo da pagare: perché nulla è gratuito, neppure la felicità. E questo lo sapeva bene, la ragazza.

I suoi capelli rossicci tralucevano appena alla luce pulsatile di una sigaretta che andava e veniva tra le sue labbra e le sue dita affusolate. Era la sua torcia portatile, illuminava debole il sentiero sulla via del ritorno. A casa? Al rifugio, così considerava il proprio appartamento. Abbarbicato al penultimo piano di un alto condominio della prima periferia, piccolo ma accogliente – così lo definiva lei ai giovani uomini che vi portava, più per rompere il ghiaccio che per altro – con le finestre che davano su un paesaggio alberato da un lato, ovvero la finestra doppia del soggiorno, mentre quella della cucina si apriva su una strada bisognosa di qualche rassettamento, e quello della camera da letto dava su un’increspatura d’acqua che taluni chiamavano mare.

Sì, c’ero stato anche io, ovviamente. Come si fa? Un annuncio random su una pagina internet aperta per caso. O guidato dal mio inconscio, chissà. Ci eravamo conosciuti per caso, avevamo iniziato a frequentarci per curiosità. Come in tutte le storie di amicizia che può sfumare in qualcosa di piú, alla fine una delle due parti in gioco si affeziona di piú all’altra e rischia di sbilanciare troppo gli equilibri, scombussolare le dinamiche di reciproco affetto purchè non sia troppo asfissiante ed intenso. Come tra me e lei.

Il mio bisogno era cresciuto di pari passo con le sue reticenze, i miei desideri parallelamente ai suoi dinieghi. Finchè, un giorno di settembre (o era maggio? O forse in quel caso era un’altra persona, tutte le storie un po’ tristi alla fine si assomigliano), giunse l’ultimatum.

«…tu mi chiedi qualcosa che io non posso darti. E scusami, sai, ma…sono un po’ allergica alle carinerie.» Se non altro era stata sincera, Vera come il nome che portava. Come potergli dare torto…Quella sera salutai ed uscii prima del solito. Qualche mese dopo mi arrivò un suo messaggio vocale, dove mi diceva che era dispiaciuta per quello che mi aveva detto, ma sapeva che si sarebbe allontanata dall’Italia per un po’ di anni, e non voleva sapermi triste: preferiva mille volte che io fossi piuttosto arrabbiato con lei.

Le lacrime di rabbia hanno un sapore diverso da quelle per amore?

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Pubblicato da Lucio Campiani

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