Fantasy Underground su dodici livelli – 6°

V. UN’ABBONDANTE NEVICATA

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Il rumore ovattato della neve che cadeva inesorabile sulla campagna circostante, o meglio il silenzio ovattato che riempiva la stanza riscaldata da un tiepido fuoco di grossi tronchi di quercia, la spinse ad andare alla finestra e far vagare il suo sguardo lontano, fino all’orizzonte.

“Rodiepf…mai vista una città più fredda.” si disse mordendosi il labbro, mentre con la mano ripuliva il vetro appannato dal suo fiato, la luce della candela sul piccolo tavolinetto basso e traballante che si rifletteva nella finestra e da lì nelle sue pupille, perdendosi nelle profondità di due occhi svegli e furbi, di un intenso color nocciola che aveva fatto innamorare più di un ragazzo… “E ne ho viste tante. Va beh, almeno non dovessimo più ripartire in questo viaggio che dura da anni!” si mordicchiò le pellicine delle sue mani affusolate e snelle, dalla carnagione chiara che ben si intonava col colore turchese della sua lunga veste di lana conciata.

Lei era Serena Delai, figlia di un ricco mercante di lana della regione dell’Eptarcato, Kyril Delai,  e stava trascorrendo da circa due mesi le sue giornate in un elegante edificio di proprietà del Governatore di Rodiepf; erano giunti lì dopo un lungo viaggio che li aveva visti toccare incessantemente tutte le città del Continente, credeva lei, “assistente” di suo padre da quando sua madre era scomparsa in circostanza anomale quando aveva appena sette anni. Ne erano passati nove, e da allora aveva visitato accozzaglie di popolazioni e culture differenti, usanze, città, ideologie, climi… “Mai una città così gelida.” Mai in una città i palazzi si erano dovuti adattare alla neve perenne mutando il colore delle proprie mura in un grigio madreperlato che si confondeva nel paesaggio monocromatico, candido, puro.

Suo padre diceva che lei aveva preso tutti i lineamenti da sua madre, ma esagerava; ricordava sua madre, per quel poco fatto di immagini fugaci, sensazioni, parole dolci pronunciate da una voce limpida e cristallina, profumi: di lei si poteva affermare che portava i lineamenti gentili, tipici della nobiltà dell’Eptarcato, caratterizzati da una proporzione dei tratti caratteristici del volto, un naso piccolo e che ben si armonizzava con una bocca simile ad una rosa. Due labbra rosee e sottili, per l’appunto, accentuate dall’ombretto rosso che usava per truccarsi attorno agli occhi. Si lisciò automaticamente i capelli castani con una spazzola dono di sua nonna quando lei era nata, e ripensò istintivamente allo stesso gesto che aveva visto fare a sua madre innumerevoli volte; la spazzola di crini di cavallo ripassò sulla massa di capelli mossi e lunghi circa fino alle spalle, di colore castano dai riflessi più chiari. Con movimenti esperti, ravvivò i boccoli che ricadevano sul collo, sorridendo alla sua immagine riflessa nel vetro appannato dalla condensa, mentre la neve continuava a cadere; i suoi occhi si erano fatti lucidi, e scacciò con un buffetto all’occhio una lacrima pronta a scivolare lunga la guancia. Non era quello il momento per piangere, altri in futuro ne sarebbero venuti; tentò di pensare ad altro per distrarsi, facendo ritornare i ricordi alle labbra dell’ultimo ragazzo che aveva baciato, all’ultima cosa che l’aveva colpita di quella Regione, e sentì la calma risalirle nel corpo.

Qualcuno bussò alla porta, e lei si sforzò di sorridere nella sua fierezza dei sedici anni. Si sentiva spesso ripetere dalle donne che aveva l’età giusta per essere una vera e propria signora, autoritaria e gentile al tempo stesso; “Gli uomini dovranno inchinarsi al vostro passaggio, Serena Delai, ma voi dovrete avere il portamento adatto per renderli incapaci di fissarvi troppo a lungo senza il vostro consenso” andavano ripetendo le grasse matrone della cucina sventolando mestoli ricolmi di zuppa di fagioli, cui tutti però allungavano le mani non appena possibile. Sorrise ulteriormente al pensare a ciò, raddrizzandosi nella sua veste, conscia già di chi poteva essere. “Mio padre, chi altri?” Si affrettò ad aprire la porta, mentre il bussare si ripeteva meno discreto, ma quando l’uscio fu spalancato quanto bastava una mano le tappò la bocca e una figura ammantata di nero la spinse bruscamente dentro, facendole reprimere un grido spaventato.

Quando poté parlare liberamente, dopo aver assicurato più volte con cenni della testa l’intruso che non avrebbe urlato, chiese ansimando: «Chi siete? Come vi permettete di entrare nella mia stanza senza il mio permesso, aggredendomi in questo modo? Cosa volete?» Si sforzò di apparire autoritaria, ma si sentì ridicola; l’altro comunque non disse nulla dall’ombra del suo cappuccio ad oscurargli il volto. «Allora?» con movimenti nervosi si sfregò le mani, rabbrividendo per il freddo sempre più intenso che si era fatto; l’intruso si limitò ad avvicinarsi al focolare aumentando il crepitio del fuoco con l’aggiunta di due tocchi di quercia, che scoppiettarono sprizzando faville lungo la canna fumaria annerita. «Allora?» domandò nuovamente, innervosita, e questa volta l’altro decise di risponderle, dopo aver tratto un profondo respiro. «Sono passati molti anni, ma spero che il mio ricordo non sia svanito come la neve di Horn che si scioglie lentamente al sole, mia signora.» si zittì, riflettendo osservando il paesaggio dalla finestra come aveva fatto la ragazza poco prima; afferrò la spazzola riposta sul davanzale rigirandosela più volte tra le mani. «Un regalo di vostra madre?» «Di mia nonna.» «Ah.» Il silenzio calò nuovamente, mentre l’uomo – riconoscibile per un tono di voce profondo, baritonale, immutato e continuamente serio – passava in rassegna gli altri oggetti, soppesandoli e giudicandoli uno ad uno, dalla candela accesa e gocciolante cera calda al medaglione dorato sulla sponda del letto. «Vi ho chiesto chi siete: allora?» Nessuna risposta. L’intruso continuò a vagare per la stanza senza alcuna meta, e la sua attenzione si spostò alle tende di damascato porpora, che richiuse con un gesto quasi paranoico. Continuò il suo raccontare: «Questo non ha importanza, ovviamente. Ciò che conta è che dobbiamo andarcene di qui al più presto. Siete in pericolo.» lo disse con una tale naturalità che Sara Kerjy non poté reprimere un sorriso. «Credete che io sia spiritoso?»

Soffocando una risata, la ragazza lo guardò dritto negli occhi, sedendosi sul letto dal morbido materasso di piume, e commentò con un gesto vago della mano. La situazione stava diventando una parodia di una scena da libretti che qualche volta aveva sfogliato svogliatamente ripescandoli dalla palta di oggetti che vendeva il padre oltre alla lana. «Signore, perdonate la mia…ilarità, ma permettetevi di dirvi che state rendendovi oltremodo…divertente.» soppesò le proprie parole, badando comunque a non contrariarlo. “Potrebbe essere sempre un pazzo cui il freddo ha dato alla testa.” si disse. «Siete entrato nella mia stanza all’improvviso, quasi minacciandomi, dicendomi che…dobbiamo andarcene, che io sarei in pericolo. Ridicolo. Ad Horn nulla può minacciarmi. Sono solo la figlia di un mercante di lana, nemmeno troppo abbiente. Nulla di più. Ed ora…» «Silenzio.» l’altro la bloccò con un gesto brusco, sfilandosi il cappuccio a rivelare un volto che lei non conosceva, scavato da molti, troppi anni d’età, e dall’esperienza che questi anni avevano riversato in quel corpo, in quel viso. Ciuffi di capelli quasi bianchi spuntavano come germogli avvizziti da una fronte rugosa e butterata, giungendo quasi fino a due occhi scavati di un profondo azzurro tale e quale a quello del ghiaccio del lago a pochi chilometri dalla città. L’uomo poteva anche essere del posto, tipica era degli abitanti la smorfia persistente di insofferenza stampata sulle loro facce, freddo nel cuore ammantato dalla neve, ma Sara non conosceva minimamente la figura avvolta nel mantello nero di lana che si era appoggiata con le spalle alla finestra, continuando a fissarla. Il silenzio che l’uomo aveva ordinato, calato bruscamente, altrettanto bruscamente fu rotto dal leggero crepitare di foglie di tabacco arrotolate che l’uomo aveva acceso ed incominciato a fumare, con lente boccate meditative; Sara tossì e lo fissò con astio, gli occhi arrossati dal fumo che le giungeva addosso. «Non so nemmeno chi siate…» commentò, alzandosi in piedi ed avvicinandosi alla porta. «Non l’aprite. Il corridoio buio è poco sicuro, ora come ora. Fossi in voi, girerei scortata almeno da un guerriero fidato. Ah, un’altra cosa: vi ripeto che non ha importanza chi io sia; l’importante è che io sappia abbastanza di voi per poter dire che siete in pericolo, e dobbiamo andarcene. Chiaro, ragazzina?» disse il tutto mantenendo lo stesso tono serio ma assente, fissando lo sguardo nel vuoto; le foglie di tabacco pulsavano di una fiammella arancione, ritmicamente. «Oh, piantatela! Come vi permettete? Andatevene, ora, o chiamerò le guardie del Governatore ed allora vi pentirete di essere entrato qui! Fuori!» Serena sbraitò con tutto il fiato che aveva in corpo, additandolo minacciosa, senza ottenere altro effetto che quello di fargli gettare quanto stava fumando nel focolare, dopo essersi schiarito la voce con un colpo roco di tosse. «Va bene. Starò lontano, ma devo oltremodo proteggervi: gli ordini che ho ricevuto non potevano essere meno chiari e indiscutibili. Vi ripeto, state attenta: più starò lontano, più sarete in pericolo. E non posso permettere vi accada alcunché.» si avviò verso la porta, abbassandosi il cappuccio a nascondere il volto; la sua ultima espressione che Sara distinse prima che aprisse senza rumore la porta e sparisse nel corridoio buio con estrema attenzione che non vi fosse nessuno, era l’espressione di un uomo stanco, ma pronto a compiere il suo dovere fino in fondo.

“Quanto sarà rimasto qui dentro? Questione di minuti. Però mi ha lasciato confusa: sembrava estremamente serio…possibile che…no! Assolutamente! E’ un pensiero ridicolo.” Finì di prepararsi per la cena, chiedendosi se parlare con suo padre di quella strana avventura vissuta. D’altronde, ora che ci pensava, anche il Governatore e suo padre stesso negli ultimi giorni avevano assunto strane espressioni, e quando parlavano con lei sembravano sempre immersi in altri pensieri, come aveva immaginato dalle continue risposte vaghe e sfuggenti che davano a qualsiasi sua domanda.

Una cosa era certa: quegli anni potevano essere molto migliori, per il Continente. Guerre, carestie, lotte per il potere minavano alla base tutte le monarchie di tutte le Regioni, e l’Eptarcato da cui proveniva non era immune da questi mali. E, per assurdo, non era neanche il tempo peggiore in cui gli uomini vivevano; altri peggiori avevano preceduto gli anni in cui lei viveva, e di cui sapeva poco o nulla: una lunga prigionia da parte di Trenta Carcerieri, esseri quasi mitologici, sovrannaturali, che avevano tenuti soggiogati gli uomini per secoli prima che essi si sollevassero contro i loro guardiani ribellandosi con una lunga lotta che ancora continuava, ai confini del Continente. Secoli di guerra per garantirsi una fetta di territorio in cui vivere in libertà, senza – erano parole di suo padre, queste – “che vi fossero, come raccontava il nonno di mio nonno riferendosi ad avvenimenti di suo nonno, ogni giorno guerrieri armati ad irrompere nelle nostre case, minacciare le nostre famiglie, importunare le nostre donne, costringerci al pagamento continuo di tributi ed all’onore disgustato per i Trenta Tiranni, che ci tenevano in un clima di terrore dove persino la luce del sole era fioca e pallida ogni giorno, anche in estate”. Se quanto raccontassero i suoi avi fosse vero oppure una misera storiella che sfociava nella mera leggenda, lei di certo non era in grado di dirlo. Da piccola, certo, aveva ascoltato rapita le favole sui guerrieri che osavano sfidare i Trenta Guardiani, perendo il più delle volte nell’imprese, e non di rado aveva pianto al sentire sua madre raccontare da perfetta narratrice il momento in cui l’eroe “bello, fiero, elegante, generoso, coraggioso” veniva punito con la morte per aver osato risollevarsi dalla polvere.

“Altri tempi.” pensò, continuando a spazzolarsi i capelli guardando fuori dalla finestra. La porta era chiusa ora, e non vi sarebbe stato un altro vecchio bavoso e incappucciato ad entrare di soppiatto nella sua stanza con la ferma volontà di convincerla, preso come doveva essere dal freddo e dal liquore, che lei era in pericolo e che entrambi – entrambi, guarda caso – dovevano fuggire da Rodiepf. “Bah! Non ne vale la pena di dirlo a mio padre: si preoccuperebbe inutilmente e mi riproverebbe di aver aperto così la porta ad un perfetto sconosciuto cui non avevo nemmeno chiesto chi fosse. Lo conosco, farebbe così, tanto vale sorvolare su questa stramba vicenda.” Posò la spazzola sul tavolino, si guardò allo specchio lodandosi per la propria acconciatura e per l’eleganza del vestito, quindi spense la candela e uscì nel corridoio.

Era tutto buio, stranamente, e non c’era la consueta luce aranciastra delle torce ad illuminare il pavimento marmoreo a disegni geometrici, le pareti ornate da arazzi a raffigurare le imprese della nobile famiglia del Governatore: al posto loro, il buio più fitto, rischiarato giusto dall’apertura delle scale alla fine del corridoio stesso. Dopo le parole che aveva appena sentito, l’atmosfera metteva inquietudine, e si ritrovò suo malgrado a percorrere il corridoio di corsa, come una bambina che temesse ancora il buio e i fantasmi. Si rimproverò, ma solo una volta giunta alla tiepida, confortevole luce.

Il palazzo del Governatore, fin da quando era giunta lì col padre, non le era parso un edificio particolarmente sfarzoso, ma piuttosto un castello massiccio cui le nuove mode avevano imposto il passaggio da maniero a qualcosa simile ad un maniero corretto in fronzoli come le guglie svettanti dai tetti e dalle torri, o i giardini fioriti nei quali i cannoni inutilizzati erano diventati elementi ornamentali. Già la notte in cui era giunta all’ingresso, sul carro da mercante del padre, aveva osservato con perplessità quanto gli sfilava sotto gli occhi, chiedendosi se non fosse il caso di prolungare il viaggio interminabile per le regioni del mondo.

***

«Serena, siamo arrivati.» La voce calda del padre la svegliò dal sonno profondo nel quale era immersa, complice il tepore delle due coperte di lana che la coprivano dal mento ai piedi, stesa nel retro del carro, tra balle di altra lana non conciata che trasportavano da una piccola cittadina di frontiera. «Sì, padre.» sbadigliò e si stiracchiò nel buio, cercando di fare abituare i suoi occhi all’ombra, districandosi tra l’ammasso lanuginoso che le si era impigliato tra le caviglie; dopo qualche imprecazione, riuscì a sedersi a cassetta, di fianco al padre, rabbrividendo nella notte gelata. Il cavallo nero cavalcava senza freno seguendo il flebile margine di sentiero, indistinto nell’assenza di luce.

Guardò il cielo: le nuvole oscuravano una pallida falce di luna, e nessuna stella da lei conosciuta si intravedeva tra le cime irte delle montagne, sullo sfondo; né sapeva, dopo ore di viaggio in terra straniera, dove si trovassero. Tentò di capirlo guardandosi intorno, ma il paesaggio continuava monotono: alberi, per lo più conifere, si succedevano in un’ interminabile sfilata di grossi tronchi svettanti nell’ombra, i rami a protendersi verso l’alto come artigli a tentare di rubare la luce delle stelle. Per il resto, dalle loro spalle giungeva il suono cristallino di acqua in movimento: un fiume, o forse un ruscello. Scosse le spalle, senza troppo interesse per saperlo. «Dove siamo, adesso?» «Fra poco dovremmo essere in vista di Rodioepf, una provincia isolata della Regione delle Nevi.» suo padre diede una scrollata alle redini, ed il ronzino aumentò il passo, condensando il suo respiro nell’aria fredda della notte. «Neve, ancora neve!» sbuffò. «Sai bene che è stato per noi un privilegio ricevere il nulla osta della Regina, che ci ha garantito…» “Di passare sul suo territorio, con la promessa di svolgere per lei il difficile compito di smerciare lana per tutta la regione…basta, è l’ennesima volta che lo ripete!” Sara si mordicchiò le pellicine, per non innervosirsi troppo: se suo padre parlava del commercio, o della Regina, non avrebbe cambiato le sue idee nemmeno sotto tortura. «…di passare sul suo territorio, con la promessa di svolgere per lei il difficile compito di smerciare lana per tutta la regione. Non posso rinunciare a questa opportunità.» Rifletté prima di rispondergli, ma non troppo. «Ah, sì, d’altronde sono solo nove anni che ripeti che hai delle grandi opportunità a cui non puoi rinunciare, sai…Se fossi rimasta nell’Eptarcato, probabilmente avresti avuto anche tu delle opportunità migliori per entrambi.» Glielo disse con astio, rinfacciandoli anni di viaggio senza una meta, al soldo di governanti senza scrupoli o mecenati dei pellegrini, senza un giorno di sicurezza su che cosa avrebbero fatto, e spesso anche senza sapere se avrebbero mangiato. “Il commercio della lana varia con le stagioni, e non sempre è buono: una moria tra le mandrie, una carestia che costringe a macellare vari capi, e per noi mercanti è tutto finito, per quell’anno.” andava ripetendo suo padre quando si trovavano in quelle situazioni. Nella sua risposta ripose anche l’intolleranza ad altri discorsi come quello: insomma, perché non poteva vivere una vita normale, come tutti gli altri? Eppure si pentì di averlo fatto quando suo padre, gli occhi lucidi distinguibili anche nell’oscurità, a riflettere la più flebile luce, rispose, con un tono dispiaciuto: «Mi dispiace, Serena. Lo so, è colpa mia; ma cerco anche…di fare del mio meglio. Sappiamo entrambi che le cose non starebbero così se…» si interruppe, commosso; Serena seppe in quell’istante, e fu l’unica volta, che suo padre, sempre pronto in qualsiasi situazione a darsi da fare per lei, senza mai scoraggiarsi di fronte alle avversità, stava piangendo. Si morse il labbro, pentita di aver detto quelle cose.

Per molto tempo l’unico rumore fu il battere ritmico degli zoccoli sulla neve e sul ghiaccio e lo sbuffare del cavallo; la strada si avvicendava in cunette, salite e discese, costeggiando a volte un torrente, a volte superandolo su malmessi ponti scricchiolanti. Altre volte si addentrava nel profondo del bosco, mentre la luna scoperta dal mantello plumbeo delle nubi gettava lame di luce bianca tra le fronde degli alberi, illuminando il carro ed i suoi occupanti, che non si fissavano negli occhi. Tutt’intorno era una cacofonia sommessa di rumori di animali che si spostavano nel sottobosco, scomparendo rapidi al sopraggiungere del carretto per poi sbucare fuori di nuovo una volta che esso li aveva sorpassati; una volpe bianca comparve davanti a loro, svanendo rapida com’era venuta, e Sara credette di essere piombata in un sogno, ed immaginò centinaia di volpi bianche che la attorniavano, e la neve che cadeva incessante sommergendola…

Era un sogno ed era realtà. Grossi fiocchi bianchi cadevano infatti su di lei e su tutto il paesaggio circostante, e molti di essi avevano trasformato il suo mantello invernale in un ammasso biancastro ed umido; si spazzolò i capelli, fissando dispiaciuta suo padre che era rimasto sempre nella stessa posizione immobile, senza badare alle neve che gli cadeva tra i capelli. «Mi dispiace…non volevo dire qualcosa che potesse ferirti, prima. Scusami.» Suo padre la guardò, gli occhi scavati ed arrossiti, ed annuì gravemente, senza rispondere però nulla. Nell’attimo che si era voltato aveva fatto fermare il cavallo, ed ora lo fece ripartire di buona lena, incitandolo a parole e con le redini, che sferzavano l’aria e sibilavano. Sempre lo stesso paesaggio monotono, incombente. Freddo e neve, buio pressoché fitto. Alberi grottescamente carichi che sprofondavano le loro fronde sotto i cumuli bianchi che crescevano sempre più. E l’incedere sempre più lento del cavallo, il suo sbuffare sempre più difficile. «Diamine! Oh, oh!» Suo padre lo fece fermare, all’improvviso, quindi si guardò intorno preoccupato, alzandosi a tre quarti da cassetta, cercando un nuovo elemento nel paesaggio senza differenze. «Perché ci siamo fermati? Tutto a posto?» lo guardò preoccupata, temendo che… «Oh, per gli dei! Questa non ci voleva proprio! Guarda quel ponte, quello traballante e malridotto…ecco. Diamine! Ci siamo passati prima, questa neve ci ha fatto smarrire e ora stiamo girando intorno. Il fatto è che temo il sentiero ora non sia più distinguibile…ci siamo persi.» L’uomo si guardò a lungo intorno e tentò di orientarsi con le poche stelle visibili prima di rimettersi in marcia. “No! Non possiamo esserci persi.” Però, pochi minuti dopo, dovettero fermarsi di nuovo.

Ecco, quella era stata la prima avvisaglia dei problemi che sarebbero giunti dopo. Il pericolo si muoveva sotto molteplici forme.

***

Faceva sempre freddo, a Rodiepf. D’estate non come tutto il resto dell’anno, ma sicuramente era freddo per chi, come lei, proveniva dalle più calde e soleggiate terre del Sud. Serena Delai, figlia del ricco mercante di lana Delai, era abituata a viaggiare assieme al padre aiutandolo come poteva nei suoi traffici; lo aveva fatto fin da bambina, da quando sua madre era scomparsa in circostanze misteriose, e da allora aveva visto luoghi dei più disparati, ma mai così freddi e nevosi come ora Horn in quell’istante.

La piccola cittadina era l’unica che avesse visto ed in cui avesse passato almeno un mese che non gli piaceva per nulla: innanzitutto per il freddo, ma in secondo luogo detestava l’edificio del Governante nel quale lei e suo padre erano stati fatti alloggiare; una specie di castello inizialmente fortificato le cui strutture avevano assunto lineamenti più morbidi con lo scorrere del tempo e l’interrompersi delle battaglie, dando un effetto contrastante di robusto e slanciato al tempo stesso.

L’edificio era vasto, senza ombra di dubbio; dopo due mesi nemmeno lei era riuscito ad esplorarlo tutto: le pareti esterne erano tutte di un candido colore burro che si intonava con la monotonia cromatica del paesaggio e del vasto giardino circostante la cui erba verde e rigogliosa persisteva in ricordi secchi ed ingiallitisi. Se non altro le cucine, piccole stanze continue dalle piccole finestrelle quadrate e strombate, offrivano un certo calore ed una certa allegria – come le labbra di uno o due garzoni nelle quali aveva trovato ristoro più di una volta dal suo arrivo lì.

Il primo piano era costituito dagli appartamenti dei servi e degli ospiti meno importanti: un mucchio di stanze differenti ed a soqquadro, piene di polvere e ragnatele, vivibili giusto come luogo in cui dormire sopra un materasso di paglia, che le ricordavano gli abitanti delle baracche della sua città natale. Il secondo piano era costituito invece da altri appartamenti e dalle sale di circostanza del Governatorato, e quindi lì si trovavano la Sala del Consiglio Segreto, del Consiglio Ristretto e dell’Assemblea dei Notabili, signorotti pronti a guardarti dall’alto in basso, per i quali non nutriva troppo rispetto. Poi al terzo piano c’erano gli appartamenti del Governatore che non aveva mai visto.

Sedeva con i gomiti appoggiati al davanzale della finestra, osservando i tetti della città ed il giardino sottostante appannando di tanto in tanto il vetro della finestra con il fiato; i suoi capelli biondi dai riflessi più scuri erano legati sulla nuca da un prezioso fermaglio in madreperla che conservava da quando era bambina, ed i suoi occhi castani che da sempre suo padre definiva due “squisite nocciole” vagavano senza posa su quanto poteva vedere dal suo punto di osservazione: un gruppo di guardie goffe ed impacciate intente in un’insulsa marcia militare addobbate dei simboli del Governatore; una lavandaia intenta ai suoi lavori nel fiume gelato, le mani arrossate per il gelo e nuvolette di fiato sbuffante che salivano come da boccate della pipa di un vecchio che passava ogni giornata – da quando lei era lì – intento ad osservare il paesaggio circostante, come in attesa di qualche cosa.

All’improvviso qualcuno la toccò sulla spalla, coperta dalla tunica azzurra della sua veste che le ricadeva fino ai piedi, avvolti in morbidi calzari di lana; si girò di scatto, sorridendo alla faccia tesa e corrucciata di suo padre, che la spinse a mutare la sua nello stesso modo, di rimando. Che lei sapesse, il mercante che aveva di fronte era sempre stato un uomo gioviale e capace di momenti di grande allegria, ma in quel momento la figura che gli si era parata davanti, dalla barba incolta ed i capelli ricci neri ad incorniciare un’espressione tesa, con la veste di tunica rossa e nera sgualcita in più punti per essere stata portata troppo a lungo, contraddiceva con quell’idea che aveva di suo padre. Che pure conosceva molto poco, dopo sedici anni.

«Serena. Ti ho spaventato?» Nel luccichio profondo dei suoi occhi grigi lei intravide l’ombra dell’altro padre, affettuoso ed attaccato alla sua unica figlia. Si scoprì a distogliere lo sguardo arrossendo e rispondendo con un flebile: «No.» Poi però la curiosità ebbe il sopravvento. Suo padre era sempre impegnato nel palazzo, e lo vedeva solo a tarda sera per augurargli la buona notte; le sembrò strano che fosse venuta a chiamarla poco prima di pranzo, per cui gli chiese: «Cosa succede?» “Partiamo? No, per gli dei! Ancora in viaggio, no!” «Il Governatore vuole vederci. Ci ha invitato a pranzo. Nei suoi appartamenti. Devi venire, subito.». Trasse un respiro di sollievo; almeno sarebbero rimasti lì a Rodioepf, per quanto non amasse particolarmente il posto. Però la tensione di suo padre non la convinceva, non era tipica del viaggiatore abituato a qualsiasi desco, dalla bettola alla tavola da gran signore. E il Governatore non era certo un personaggio di importanza così grande. «Sei sicuro vada tutto bene? Scusami, pà, ma mi sembri preoccupato e…». «Tutto a posto.» Le strinse le mani, sorridendole poco convinto e facendole cenno di seguirla. «Ieri sera è entrato nella mia stanza un uomo…» A questa affermazione, suo padre non fece alcun cenno di sopresa. Lo sapeva, sapeva che erano in pericolo, o comunque rischiavano qualche cosa di spiacevole, ed allora aveva provveduto a chiedere soccorso a chi di dovere. Da quanto andava avanti, quella storia? «Lo sapevi. Anche quel girare in tondo dell’altra notte non era casuale, vero?» «Volevano soprenderci con un agguato, ho fatto perdere le mie tracce girando volutamente in tondo. È una storia lunga, Serena. Ne parleremo dopo, col Governatore.» «C’entrano i Marchiati?»

Suo padre non rispose, la guardò con un tiepido sorriso di circostanza. Lei si sistemò brevemente i capelli, annuendo di malavoglia. “Ho notato da tempo che non è più sereno, e non mi piace. Qualcosa sta andando per il verso sbagliato, ma terrò gli occhi aperti.” Non vista, afferrò prontamente da sotto il materasso il piccolo pugnale dal manico d’avorio che portava sempre con sé. Con un sorrisetto furbo si disse “Non sono certo una fanciulla indifesa. So fare perfettamente a badare a me stessa, e questo può servirmi utile in caso di difficoltà. Mi ha tolto d’impaccio più di una volta.” Aveva evitato, ad esempio, che Yswil, un garzone delle cucine dalla faccia tipica delle sue terre, giungesse a qualcosa di più dei semplici baci che le stava dando. Evidentemente, i pericoli cui si trovava di fronte adesso non erano le palpatine avventate di ragazzotti ubriachi, o le mani svelte di borseggiatori dei vicoli. E forse, quel pugnale era poco d’aiuto contro entità ben più potenti e malvage. Sempre che esistessero, e non fosse tutto frutto di semplici leggende e mere fantasie ad occhi sbarrati.

«Non devi mai fermarti alla prima impressione che ti si pone dinnanzi, Serena. Mai. Anche nel semplice commercio, bisogna stare in guardia, ad esempio: non è tutto oro quel che luccica, ma solo occhi esperti possono cogliere i dettagli più insignificanti.» «Ad esempio?» «Ad esempio, non siamo in viaggio solo per vendere della lana.» Disse in un tono sibillino. Serena strinse più forte l’impugnatura del pugnale, prima di addentrarsi nel buio del corridoio. Un buio inusuale, strano, che non presagiva nulla di buono. «Ed i Marchiati lo sanno. Per questo dobbiamo stare attenti. Ma è una lunga storia.»

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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