Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.6

5.

Elisabetta aveva ricevuto la notizia in Australia, dove si trovava per il suo anno all’estero. Non era proprio dietro l’angolo rispetto all’Italia, perciò si chiedeva se fosse il caso di tornare per almeno una decina di giorni a casa (a costo di una spesa non indifferente, peraltro) o rimanere laggiù, i cui pensieri vorticavano in testa più dei canguri che balzavano ogni tanto nel suo campo visivo, laggiù nelle grandi distese australiane.

Sì, forse era meglio tornare, si diceva la sera prima di andare a dormire. No, non è necessario, ripeteva la mattina dopo non appena sveglia. Il dubbio la tormentava, ma i suoi pensieri non si esaurivano tutti lì, anche perché aveva un lavoro altalenante che la impegnava cinque giorni a settimana, in quelle lande aride, ruvide, selvagge. Senza contare lo studio, e la lingua straniera, e gli occhi dalle striature azzurrine di un ragazzo del posto, insomma: un amalgama di cose difficili da miscelare. Tutte assieme era troppo, troppo anche per lei, che delle cose complicate non era certo a digiuno.

Il rapporto coi suoi genitori era sempre stato conflittuale: suo padre era stato drammaticamente assente, nella vita di Elisabetta; sua madre, eccessivamente tesa nel relazionarsi con la figlia primogenita. E adesso era in ospedale, di certo non sospesa tra la vita e la morte, ma tra il bisogno di espiazione e quello di comprensione. Li odiava, ed aveva messo un’invalicabile distanza tra loro: però, però c’era suo fratello. Era questo il problema. Non che avesse timore di lasciarlo solo – era sempre stato in compagnia dei suoi pensieri, il ragazzo – ma temeva fosse necessario intervenire almeno per il momento, dargli una parvenza di normalità. Fargli capire che non era solo. In realtà, era inutile. La solitudine si era appropriata di ogni cosa, in quella famiglia, e gradualmente li aveva contagiati tutti. La solitudine tra loro aveva fatto breccia nell’elemento più debole, ovvero sia la madre che, come Atlante, reggeva il piccolo mondo borghese sulle sue spalle. E quel far breccia aveva intaccato poi tutti gli altri elementi, come la muffa o come la ruggine. E, inesorabilmente, questa muffa o ruggine aveva corroso e ammorbato il gruppo intero, costringendo Elisabetta a mettere le più ampie distanze da quel focolaio. Sì, era stato così. Suo padre era stato incapace di accorgersi di tante cose, ma non poteva fargliene troppo una colpa: non era abituato a cose del genere, non poteva avere idee di come gestire una cosa che non funzionava, non poteva pretendere prendesse coscienza del motore che iniziava a perdere colpi non essendo mai stato un meccanico, per dire. Se non hai orecchio per certe cose, difficilmente lo potrai fare in futuro.

Pertanto, l’unica alternativa sensata di quella sua storia assurda era fuggire, anche se non si poteva scappare dai problemi, in eterno. E forse, a dirla tutta, il focolaio era lei. Sì, perché anche Elisabetta aveva dato i suoi bei grattacapi alla famiglia, all’inizio, comportandosi da ragazza sopra le righe, da donna giovane e bella e capace di tutto ma incapace di molto, ed insomma non era stata altro ché una figura indomita, un refuso non corretto, una smagliatura nelle calze, un pizzico di sale nel caffè. Chissà come sarebbe stato tornare a casa all’improvviso, senza avvisare, e cercare di sbrogliare il bandolo della matassa. Ma non era suo compito, in teoria…Al più, era una Cassandra, perché in un certo qual modo, aveva previsto che le cose sarebbero precipitate dopo la nascita di suo fratello. Un battito d’ali di farfalla scatena un ciclone: il caos è determinato da piccole perturbazioni consecutive.

Inutile a dirsi, si era trovata in breve tempo a prenotare un biglietto di solda andata – momentanea – per l’Italia. Sarebbe arrivata all’aeroporto di Bologna e da lì preso un treno per giungere nella sua cittadella d’origine. Mentre cercava di riordinare i suoi pensieri, sfogliava con poca attenzione una qualche rivista da quelle che si riescono a trovare solo sugli aerei o dai parrucchieri, che altrimenti non leggeresti mai neppure sotto costrizione. L’aveva lasciata in trance una fotografia della rivista, l’immagine di un qualche luogo ameno: un mare azzurro, una terra nerastra, un fiume giallognolo. Cose difficili da rappresentarsi assieme, ma era come paragonare tutto quello con la sua situazione d’amblais: la madre, specchio d’acqua d’un azzurro cristallino; il padre, fiume giallognolo, ricettacolo di polveri e sabbie e chissà cos’altro. In mezzo lei, quel terreno scuro, scuro come la pece.

Per un perverso gioco della mente, ebbe la sua epifania, mentre volava in gran segreto tornando a casa, ad assistere una madre malata, un padre allarmato, un fratello sperduto: era stata sempre lei, la pecora nera della famiglia.

«Orange juice or water?» le chiese gentilmente la hostess del volo. «Niente, grazie.» la hostess non parlava italiano, ma bastarono i suoi gesti, o forse la sua espressione mistra tra il contrariato e il distratto, a rendere egregiamente l’idea. L’hostess tirò dritto, propinando la stessa solfa al passeggerro successivo. «Io non ho bisogno di niente.» mormorò al finestrino opaco, il buio sotto di sé che scorreva rapido. «Loro hanno bisogno di tutto.» continuò prima di assopirsi.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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