Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 23

Photo credit: alchetron.com

“…però poi arrivi tu

ti siedi dove vuoi e butti giú

la mia malinconia di vivere

e tutto sembra già possibile per me…”

(Neffa, ‘Il mondo nuovo’)

Tradimento

Da dietro la montatura dei suoi occhiali, il prof. Guido Rossi avrebbe stentato a riconoscerla. Non tanto per l’età trascorsa – per entrambi: quanti anni, una decina, una ventina? – che ne aveva asciugato e modificato i lineamenti, ma piuttosto per il suo essere entrata per ultima, a conferenza già iniziata, per poi andare a sedersi nell’ultima fila di scomode seggiole rosse, tutte uguali, badando di fare il massimo del silenzio possibile. Un vestito anonimo, non troppo sgargiante; un profumo delicato, di quelli che si avvertono appena, per non disturbare, non fare rumore, neppure olfattivo. Era stato ad un tratto, nel bel mezzo di una frase ardita su un ragionamento ostico riguardante la tragedia negli antichi greci, che era rimasto per un attimo impercettibile fermo, bloccato; il braccio semi-protratto, a cercare di raggiungere il suo pubblico, tutti i presenti, gli altri. Gli altri, sì, ma non di certo lei. Fu quindi un leggero colpo di tosse – partito forse inavvertitamente da uno dei pochi tra il pubblico – a farlo tornare alla realtà del qui, ora; di quella conferenza preparata da lungo tempo su una cultura passata e morta – quella greca – frutto di un mondo antico che già sapeva della sua prossima caducità. La nascita della tragedia: così si sarebbe potuta chiamare la figlia mai nata di Guido ed Anna. Una tragedia dimessa, muta, ignara; un ché di divertente, di diverso: qualcosa di cui poter parlare per parecchi anni a venire, mentre si è seduti con amici in qualche osteria tra le più notorie di Roma o Bologna o Torino, e l’alcol ha già fatto ampiamente il suo mestiere di tirar fuori dai soggetti tutti quei ricordi più lontani, uno per uno ricacciati fuori con tutta la loro potenza, sfida.

Anna era arrivata volutamente in ritardo; aveva parcheggiato la sua macchina poco distante dalla sala della conferenza, non senza troppa fatica per trovare un posto libero. Lentamente, aveva raggiunto il luogo pubblicizzato dai vari manifesti che tappezzavano le viuzze più o meno strette di quella cittadina abbarbicata sulle colline romagnole; infine, tranquillamente e con una classica movenza femminile, aveva scelto il posto dal quale poter ascoltare il docente universitario. Per lunghi, quasi interminabili minuti le due persone si erano fronteggiate, viste, annusate: uno delle due, però, non sapendo di chi potesse essere il nuovo arrivato. Anna aveva fissato per tutto il tempo la faccia di Guido, ne aveva cercato dei segni, dei messaggi celati, dei tic impercettibili; ne aveva seguito la musicalità della voce, quasi si trattasse di un concerto di musica classica, un caldo assolo di pianoforte. Si era abbandonata a quelle parole, a lui, mantenendo però sempre viva l’attenzione, perché non si accorgesse senza venire notato, perché non capisse prima di lei.

La conferenza procedeva, procedeva a rilento, la materia non era semplice, l’argomento non era il gossip spicciolo da domenica pomeriggio; sembrava non dovesse finire mai, pensava Anna che valutava se restare fino alla fine o andarsene senza darlo troppo a vedere; non sarebbe parso strano, in fondo era qualcosa di aperto al pubblico, ognuno poteva ben avere le proprie incombenze cui dover correre poi dietro, finché ad un certo punto, come ad un ordine implicito, tutta la platea cominciò ad applaudire all’unisono. Avevano annunciato dieci minuti di pausa, questo né Anna né Guido l’avevano previsto. Il dubbio prese la mente inquieta del professore: andare a salutarla? fare finta di niente? farle intendere che si era accorto di lei oppure ignorarla? Aveva senso? Si poteva ben permettere di crogiolarsi in questa ridda di domande, dopo la pausa avrebbe parlato un altro suo collega, poteva ben dirsi esente da altre parole, né vi sarebbero state domande a bruciapelo. Poteva stare tranquillo, era in una botte di ferro.

Entrambi stettero fermi ai rispettivi posti, fissando ogni tanto cose a caso, l’ambiente intorno, l’orologio che pareva congelato sempre sullo stesso minuto se si escludeva la lancetta dei secondi che compiva i suoi soliti giri a vuoto. Anna aveva incominciato a muovere la sua borsa, nervosa, incerta se palesarsi oppure rimanere anonima nel campionario di pubblico per conferenze. Non sapeva se voleva fargli un complimento o un dispetto, all’amato professore Guido R., che tanti anni prima le aveva fatto brillare gli occhi quando le aveva detto che la sua figura assolveva tutti i canoni di bellezza greca, era una perfezione in terra, e l’imperfezione era stato avere un flirt – una relazione? – con lui. Lei, giovane universitaria con una borsa piena di speranze – ora quella borsa era piena di bollette da pagare – e lui un professore ad inizio carreria. Se quindici anni di differenza non si facevano notare grancé, allora, a vent’anni di distanza la differenza risultava più all’occhio. Lui un professore quasi sessant’enne oramai persosi nell’eterno ritorno delle nozioni vetuste e degli studenti meno capaci; lei, giovane donna nel fiore degli anni e della carriera precaria, una laurea interessante ma non equivalente alla professione che faceva, come tutti, come molti.

Erano stati capaci di non far trasparire, decenni prima, la loro storia: perché darlo a vedere proprio ora? ecco la domanda che si proiettò davanti agli occhi di entrambi, quando i loro sguardi si incrociarono mentre tutti quanti riprendevano posto, si preparavano ad un’altra mezz’ora almeno di parole al vento. Lui fece cenno al suo assistente che poteva proseguire senza problemi, doveva fare una telefonata – reale? fittizia? – ad un collega, una cosa veloce, cinque minuti appena.

Nel procedere verso l’uscita della sala, con il telefonino fintamente all’orecchio, nel passare accanto alle fila di poltroncine rosse toccò il braccio di Anna. Certo che l’aveva riconosciuta, certo che non si era dimenticato di lei. La donna trasalì leggermente, quindi tornò a rilassarsi sulla sedia scomoda di velluto rosso. Un sorriso fugace si dipinse sul suo volto, come una Gioconda moderna, come una Venere di Milo. Era contenta che il professore si ricordasse di lei, anche se non gli avrebbe mai detto del loro figlio. Quella era materia di ben altre conversazioni e conferenze.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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