Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.5

                                                                                              

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4.

La sala d’ospedale è asettica, lo inquieta ogni volta che ci entra dentro. Paolo non vuole vedere sua moglie, non sa cosa potrebbe dirle, adesso che è uscita dalla sedazione farmacologica, e i medici dicono stia iniziando a riprendersi, anche se è opportuna una supervisione psichiatrica per almeno un mese. Andrà tutto bene, gli hanno detto comprensivi dietro i loro occhiali costosi. Andrà tutto bene, gli ripetevano le infermiere nelle loro litanie da beghine. Andrà tutto bene, è il mantra che lui stesso deve ripetersi, pensando a sua moglie, alla cazzata che ha fatto, che non comprende, non capisce, non si capacita come una persona come lei possa aver tentato di farla…No, preferisce non pronunciare quella brutta parola, neppure mentalmente. Sono cose che vanno al di là del suo comprendonio di persona con i piedi per terra, forse c’è stata troppa polvere buttata sotto al tappeto, troppa, troppa. Quelle medicine…dove le teneva? Perché le prendeva? Da quanto tempo? Da chi andava, quando si sentiva “un po’ giù”…? Ed i loro amici, sapevano tutto questo o ne erano all’oscuro, come Paolo stesso? Una ridda di domande artigliano la mente dell’uomo, vorrebbe proprio per questo non esser lì, essere altrove, in qualunque altro posto ma non in un ospedale a vedere sua moglie che lo guarderà con occhi distanti, uno sguardo lontano, se la immagina perduta nei suoi pensieri, nei suoi altrove, forse gli stessi dove Paolo vorrebbe essere, o forse no, d’altronde non è nella testa di sua moglie, e, si rende conto con amarezza, non lo è mai stato. Un pensiero gli scivola lungo il collo: sono come due sconosciuti, uniti semplicemente da un contratto di matrimonio e due figli adolescenti.

Non bussa neppure, per entrare. La porta era socchiusa, come gli occhi di sua moglie, attonita ed immobile in un sudario bianco. Ma non era il corpo di Cristo, quella…pazza. “Pazza” è l’unica parola che gli può venire alla mente, e «…pazza…» è l’unica ingiuria che riesce a sussurrare mentre varca la soglia. Fortunatamente, sua moglie non lo sente, perduta in un qualche suo pensiero sospeso, o nell’umidità lattiginosa dei farmaci al giusto dosaggio. O sovraddosaggio? Si chiede Paolo, le mani sudaticce. «Ciao.» le dice per farsi sentire, comunicare la sua presenza lì ed ora. Non gli vengono altre parole, ovvero parole gentili a dirla tutta, ma non può certo infierire con una persona comunque malata…Malata, sì, ma da quanto tempo? «Cazzo.» mormora, ma stavolta sua moglie lo sente, ed il suo sguardo si dirige scrutatore su di lui. ”Maledetta, maledetta.“ pensava riversandogli addosso tutto il suo disprezzo – o la sua incomprensione: nessuno era perfetto. Ma di questo pare non accorgersene, perché non dice nulla, e probabilmente adesso sua moglie può giusto comprendere il linguaggio parlato, più che quelle sfumature non verbali del corpo…

«Ciao. Paolo.» sillaba le due parole con estremo torpore. È sedata, ma pur sempre viva. «Ciao.» le ripete una seconda volta, le si avvicina circospetto, le prende la mano libera dalla flebo, gliela stringe un poco. Pare fragile come una crisalide, ed incredibilmente invecchiata nel giro di pochissimo tempo; forse era la stanchezza, di entrambi, a dare quelle sensazioni particolari. «Ascolta. Paolo. Io…» sussurra le parole, una ad una, era il dannato stordimento dei farmaci o chissà cos’altro, si dice suo marito, si stacca da lei di scatto, quasi fosse una cosa infetta o che bruciava. La guarda come se non la conoscesse più, o non l’avesse mai conosciuta prima d’ora. Pensa quasi di aver sbagliato stanza, o di essere piombato in un incubo dannatamente reale. «Silenzio, silenzio. Mi racconterai…tutto. Quando te la sentirai. Adesso…riposa. Sono solo venuto a vedere come stavi, tutto qua.» «Sto. Bene. Davvero.» «Non dire stronzate.» «Eh?» È tutto assurdo, maledettamente assurdo. Assurdo e ingiusto, a dirla tutta. «Ne sono sicuro, scusami ma devo uscire un attimo, devo fare una telefonata. Torno subito.» No, Paolo non è in grado di reggere oltre la vista di sua moglie in quella stanza, sembrava imbambolata o mezza scema, chissà cosa le avevano fatto con tutte quelle medicine – chissà se erano state le medicine. Forse no, qualcosa si era rotto dentro di lei, era arrivato un momento tale che tutto il castello di carte che sapientemente doveva essere stata in grado di montare, semplicemente era crollato. Capita, più spesso di quanto si possa credere – o temere. Poteva esser stato un colpo di vento, o una porta sbattuta con troppa violenza, non aveva importanza: sta di fatto che tutta quella patina si era incrinata, ed era venuta a galla la verità. L’amara verità, o la bile che gli sta risalendo dall’esofago, pronta a trasformarsi in un fiotto di vomito e succhi gastrici aciduli.

Si appoggia su una delle sedie scomode che stavano a metà corridoio. Non c’era nessun medico in vista, giusto un paio di infermiere giravano guardinghe come camerieri in attesa delle ordinazioni. Saluta con lo sguardo una di loro, portandosi poi le mani davanti alla bocca, tentando di mostrarsi il più calmo possibile. No, non lo era per niente. Non sapeva cosa fare, cosa dire, come comportarsi con una persona che, di punto in bianco, ti cambia sotto il naso, ti senti crollare un mondo addosso, perché quella normalità conquistata poco a poco nel tempo si incrina e crolla sotto i colpi di un cigno nero, una persona che vuole – crede – sia giunto il momento di ribaltare il tavolo, di cambiare tutto, di…Era troppo anche per una mente analitica come lui, non comprendeva le discrepanze, le smagliature nella trama ordinata della sua – loro – borghese esistenza. “Non ce la posso fare, ad andare avanti così. Anna dovrà pure aiutarmi, uscire da questo buco nero in cui è caduta – sempre che si possa anche uscire, dai buchi neri, e comunque se ne possa uscire non troppo cambiati, nel corpo, nell’animo – sempre che non dica che è meglio lasciar perdere tutto.” Se la immaginava condannata a restare a vita in un ospedale, quindi in una residenza psichiatrica, ad ingurgitare ogni giorno beveroni di vitamine e psicofarmaci, per valutare i progressi, i progressi della sua cara moglie. Sì, migliora, gli avrebbero detto i venerabili medici in abito bianco, anche se a lui ricordavano più che altro dei macellai, ma è lo stesso, ne uscirà pure anche lui, la sua famiglia, tutti, tutti quanti.

Si sente dannatamente agitato ed ha bisogno di fumare, lui che non è mai stato agitato né ha mai fumato una sigaretta, insomma, a rimetterci le penne alla fine sarà lui, l’anello debole della catena. Si dice che è un esperimento, magari, non di quelle cose trash tipo scherzi a parte, ma una cosa ben più seria, ordita da chissà quale organizzazione parastatale, per metterlo alla prova ed al contempo metterlo in guardia – no, non c’entra nessun dio, che nessun dio esiste, quaggiù su questa merda di terra o lassù in quella fogna di cielo, no, no, no…

Teme di impazzire, di non reggere il colpo, è che improvvisamente si trova gravato di un peso che non voleva, ed ha bisogno di una boccata d’aria, a finire quella finta telefonata che ha usato come scusa per liberarsi dalla visione di sua moglie, distesa come una malata in un letto candido di ospedale. Gli sembra tutto assurdo, e forse lo è per davvero. Ma una chiamata la vuole fare comunque, prova con suo figlio, al massimo non risponderà come sempre, quando al pomeriggio è in giro con gli amici che neppure conosce. Alla fine, è tagliato fuori da tutto, si sente un perfetto estraneo in una casa non sua e appendice di una famiglia di sconosciuti. Andiamo bene. Mormora a mezza voce afferrando il suo cellulare. Sì, un pacchetto di sigarette, di qualunque marca, stavolta non gliele leva nessuno.

Chiama suo figlio, in maniera asciutta gli dice che stasera tarderà, quindi non deve aspettarlo a cena, può ordinare una pizza, oppure far venire a casa anche i suoi amici, se vuole. No, tutto a posto, mamma sta meglio, ho solo un paio di cose da fare, vedere delle persone, adesso poi che tua madre deve stare un poco a riposo – no, ho detto che sta bene, ma i medici preferiscono tenerla in osservazione, per un poco, sai come sono i medici, loro preferiscono pensare alla salute innanzitutto, quindi è meglio così, tutto il tempo che le occorre per riprendersi, però ti stavo dicendo che stasera tarderò, quindi fai quel che vuoi (“fai quel cazzo che ti pare, ma smettila di tempestarmi da tutte le tue domande da adolescente” lo pensa senza dirlo, o lo dice senza pensarlo, sta di fatto che la chiamata ad un certo punto si interrompe, uno dei due deve aver lasciato cadere la comunicazione, nel vuoto, nel vago, nel nulla delle non risposte, perché non possono esserci adesso risposte a domande mai fatte). L’importante è che sia giunto forte e chiaro il messaggio. Ora può tornare da sua moglie, sopportarne la vista e le parole assurde che mormorerà.

***

Pietro è rimasto interdetto dall’ultima telefonata con suo padre; ha capito le parole a sprazzi, ha compreso solo che ha la casa libera questa sera, ed allora si dice, allora può anche chiamare Beatrice, anche se all’ultimo momento, magari lei vorrà fare un salto a casa sua, passare un poco di tempo assieme, vedersi e poi chissà cosa può succedere, tutto è possibile, ma meglio chiamarla subito, altrimenti rischia di perdere l’attimo. Carpe diem, carpe diem, carpe diem, si ripete in testa tre volte, con il cellulare ancora fermo in mano, troppo emozionato per digitare numeri o parole a caso sulla sua tastiera. Le emozioni lo colgono sempre alla sprovvista, ma questo lo imparerà solo un domani, nella sua vita. Beatrice non tarda a rispondere, all’inizio è titubante, poi sembra più tranquilla, chiede solo di non far troppo tardi, la assicura che sarà così, mangeranno qualcosa al volo, vedranno un film al volo, magari su netflix, in fondo è una cosa semplice per passare un poco di tempo assieme. Perché no, si convince Bea. 

Pietro è contento, felice, raggiante: la sua inquietudine è salita a mille, e non ha la benché minima idea di come gestirla.

Arriva all’ora giusta, Beatrice detta Bea. Le pare più bella che mai, crede di trovarsi di fronte una persona diversa e sconosciuta, ma non per questo meno affascinante. La testa gli si riempie di complimenti da rivolgerle, ma gli paiono tutti scontati, fuori luogo, banali. Rimane allora senza parole, goffo, buffo nel suo silenzio, tenero nel suo rossore. Fortuna che la penombra lo aiuta a celare il suo imbarazzo e le sue emozioni, altrimenti sarebbe un corpo trasparente. Si immagina Beatrice che gli guarda attraverso la carta velina della sua pelle, che gli legge i pensieri più reconditi.

Iniziano a chiacchierare del più e del meno, aspettano che arrivi il cibo da asporto, il fattorino poco più grandi di loro che darà tre colpi di campanello con il take away in una di quei borsoni di plastica celeste o arancione fluo. Arriva il fattorino, che è in realtà una ragazza che potrebbe essere loro madre, ma è lo stesso, se non altro il cibo è quello che hanno ordinato, non è neppure troppo freddo, “se vuoi lo riscaldo nel microonde”, le dice, alla fine ridono tutti e due, sono felice, evidentemente sono felici. 

Quindi Paolo si allontana, va in un’altra stanza, accende la musica, si spande in tutti gli ambienti, entra nelle loro orecchie, iniziano a ballare come due ragazzini – in fondo sono, due ragazzini – e si abbracciano. Le accarezza i capelli, gli stringe i fianchi, si buttano sul divano e, come ovvio, iniziano a sbaciucchiarsi.

Quando Beatrice si risveglia, è tardi. Parecchio tardi, tanto da farle bestemmiare qualcosa, salutare un Paolo ancora assonnato, arraffare tutte le sue cose alla meno peggio e scappare di corsa che altrimenti sentili i tuoi genitori il giorno dopo o la notte stessa.

Come ogni Cenerentola moderna che si rispetti, a casa di Paolo ha dimenticato il suo lucidalabbra. Ma non sarà per lui un problema ritrovarla, domani.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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