Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 22

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“Quel che molta gente definisce amare consiste nello scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, li ho visti. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un fulmine che ti spezza le ossa e ti lascia lungo disteso in mezzo al cortile. Tu dirai che la scelgono perché-la-amano, io invece credo che avvenga tutto all’aicsevor. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie. Tu non scegli la pioggia che ti inzupperà le ossa all’uscita di un concerto. “

(Julio Cortázar, ‘Rayuela – Il gioco del mondo’)

Quasi uguale a

Rita si é lavata i capelli con lo shampoo alla camomilla, dopo aver messo a letto il suo unico figlio di due anni appena. A 35 anni si sente ancora giovane ma avverte su di sé gli sguardi altrui, che la soppesano e la valutano come mercanzia esposta, anche se non si mette in mostra, anche se un marito “partito per la guerra” (fa solo il muratore fuori regione, ma se ne vergogna a dirlo agli sconosciuti) ce l’ha anche lei, qualche amica la sente ancora, i suoi genitori sono troppo anziani per capirla fino in fondo, troppo lontani per poterle essere pienamente d’aiuto. Le distanze le puoi colmare con le chiamate via internet, con qualche foto sui social, ma é tutta una realtà surrogata, una felicità artefatta, una torta di plastica con sopra due candeline che rimarranno per sempre spente. L’amarezza esistenziale Rita l’ha scacciata con farmaci dai nomi rassicuranti, si porta sempre dietro l’anestetico dei brutti pensieri, in borsetta gira sempre con l’ansiolitico da passeggio. Chissà se poi funzionano del tutto, ma si fida del vecchio in camice bianco, si vede che ha studiato tanto, tanto, che una moglie lo ama tanto, tanto, che un diversivo con la segretaria é un utile palliativo, perché tanto, tanto…

La realtà é altrove, fatta di nottate insonni per cullare chi non riesce a prender sonno, di giornate clandestine quando vorresti stare qualche minuto in più con tuo marito (un matrimonio in comune, alla chetichella, l’odore di fiori le dava il voltastomaco, il rossetto della zia Germana era di un colore troppo acceso). Si era aggrappata a tutti quei piccoli dettagli per estraniarsi da sé, perché un matrimonio era sempre bello, sempre di maggio, sempre di domenica. Ricordava a sprazzi, quel giorno, piú di tutto la voglia di esser presto via da lí, una firma, un contratto, un sigillo, ma poi l’unione doveva esser confermata da ben altri incastri, altro che castità e compagnia bella, se non c’era sesso il passaggio ad avvocati, alimenti e a-mai-piú-rivederci era un nonnulla. Per cui, meglio darci dentro finché si era – abbastanza – giovani e – abbastanza – belli.

Tanto la quotidianità si sarebbe imposta presto come una suocera antipatica, le colazioni di corsa e i bacetti frettolosi. Che diventavano caffé al volo ed abbracci fugaci. Entro quanto tempo? A seconda della pazienza di entrambi. Le giornate intanto passavano lentamente come il volo di mongolfiere in cielo. Suo marito sempre lontano, sempre impegnato, sempre con i soldi da limare al centesimo, perché con uno stipendio solo mica si andava avanti a sfamare tre diverse persone. Rita cercherà un impiego non appena avrà finito il periodo di maternità, anche se alla fine si rimane madri per sempre. In Tv danno il telegiornale delle 20, una rapina sventata, un politico che parla al vento, un traffico di droga…si ferma a metà strada, hanno ripreso una figura uscire con le manette ai polsi, scortata da due carabinieri, la faccia gli ricordava quella di suo marito. Ebbe un sussulto. Non avendo internet, poteva sperare nella prossima edizione del Tg. Aveva il cuore in gola, ad essere sincera. Mangiare, non se ne parlava nemmeno. Uscire, manco per sogno.

Nel dubbio, può sempre provare a chiamare al cellulare Riccardo. Internet non ce l’hanno, i soldi non bastano per attivare una connessione flat a prezzi stracciati, se possono con i loro smartphone quart’ultimo modello sfruttano i wi-fi pubblici. Potrebbe chiedere ai vicini, ma si immagina l’assurdità della scusa: “posso guardare un attimo internet? sai, ho visto in televisione che hanno arrestato uno che assomiglia a mio marito…”. Il telefono, intanto, dà staccato. Potrebbe essere un brutto segno, come no. Non è esperta di presagi, Rita, è una persona semplice, che si lava i capelli con lo shampoo alla camomilla e racconta favole al suo piccolo prima di metterlo a letto. Nè più nè meno.

Attende con ansia l’edizione delle 20.30, ma non parlano di traffico di droga. Forse un altro canale, forse alle 20,45 o alle 21. Inizia a girare in tondo per la stanza, incapace di scegliere se aspettare il peggio o sperare per il meglio o semplicemente, dormirci sopra che l’indomani sarà tutto una paturnia eccessiva di una donna troppo sola. Sta di fatto che, riprovando a chiamare il cellulare del marito, continua a dare staccato: proprio staccato, non suona neppure a vuoto. Le aveva detto che sarebbe rimasto giù tutta la settimana, erano solo a metà, ancora due giorni doveva rimanere, là dov’era, dietro lavori sempre precari, dietro equilibrismi degni di un circense, più che un muratore. Gli venne voglia di pregare qualche santino a caso, ma non aveva voglia di andare in camera da letto a far rumore aprendo i cassetti, rischiando di svegliare loro figlio, no, meglio di no.

L’angoscia continuava a crescerle in petto, anche se la stanchezza alla fine la vince. Alle cinque di mattina gira la chiave nella toppa, con il maggior silenzio possibile. È Riccardo. Guarda sua moglie che sta dormendo, la televisione accesa, il telegiornale della notte che trasmette le sintesi delle notizie. In quel momento un’immagine lo mette sul chi va là: un uomo che assomiglia proprio a lui, portato via ammanettato. Fortuna che Rita sta dormendo, altrimenti vuoi mettere l’angoscia che gli sarebbe venuta cercandolo di chiamare senza sapere che stava tornando a casa proprio per farle una sopresa? Tanto vale comprare delle paste e festeggiare lo scampato pericolo, pensa mentre dà un bacio sulla fronte, alla sua giovane moglie.

Che, a guardarla meglio, è quasi uguale a sua madre, da giovane. Il gioco subdolo dei rimandi e dei ritorni, si potrebbe raccontare mentre prepara la colazione, ma non lo fa perché è una persona semplice, che sbarca il lunario come muratore – ed ogni tanto, anche se non lo può dire, arrotonda grazie ad attività leggermente losche. Ma quella è un’altra storia.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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