Fantasy Underground su dodici livelli – 5°

IV. NUOVI AMORI, VECCHI RIMPIANTI

Photo credit: @luciocampiani


Ylien Kerjy, primogenito degli Eredi al Trono dell’Eptarcato, osservava con apprensione il volto corrucciato del padre, Re Sinienö I del suo nome, mentre leggeva la missiva da poco recapitatagli da un ambasciatore di un signorotto locale dell’Ovest. Da quando aveva compiuto i quindici anni – da un anno, oramai – era stato deciso da entrambi che egli prendesse parte alla vita di corte, preparandosi al governo assieme a sua sorella, destinata a governare con lui, ma che passava lo stesso tempo con la madre, secondo la regola che imponeva la successione dinastica a fratello e sorella, quindi ai figli primogeniti di ambo i sessi di entrambi. Per questo motivo più che per ogni altro osservava con apprensione il volto del padre: in pratica poteva darsi, desumendo dall’espressione sempre più grave, che la lettera contenesse un’accusa esplicita a quella pratica di incesto che effettivamente lì nell’Eptarcato praticavano per la successione dinastica.“Incesto…è questo che pensano di me. E di noi tutti.” Non poté fare a meno di dirsi, aspettandosi di leggere egli stesso le accuse che sicuramente la missiva stropicciata dalle mani del Re conteneva. “Non è colpa mia se così vuole la legge e la tradizione. E d’altronde mia sorella…non è affatto male…” Si vergognò di pensarlo, ma cosa poteva farci?

Eh sì, non c’era dubbio che entrambi fossero di bell’aspetto. Lui aveva lunghi capelli neri picei, che gli ricadevano in ciocche sul collo e sugli occhi, portandolo spesso a scostarli per mettere in luce due gemme color zaffiro, incastonate anni prima da un orafo esperto al centro del volto ben proporzionato, e che sembrava fossero appena state tirate a lucido. La bocca sapeva bene cos’era un sorriso, al contrario di quelle di molti insulsi cortigiani, che pure mandavano avanti più di lui, almeno in quegli anni, il Reame. E poi vestiva sempre elegantemente, come si conveniva ad un Erede, portando abiti comodi di ottimi tessuto, come la camicia bianca, di seta, dalle maniche a sbuffo ed aperta a rivelare un petto muscoloso punteggiato di peluria bionda adolescenziale sopra un paio di pantaloni di colore sempre bianco, di velluto, che indossava in quell’istante. Ecco, forse l’assenza di un paio di calzature stonava, pensò fissandosi i piedi nudi come voleva la moda del momento, ma era solo un pensiero di sconforto in un momento di tensione.

«Ecco, leggi. Non ti piacerà.» affermò suo padre serio, rompendo il limbo dei pensieri che Ylien si era costruito tutt’intorno a guisa di difesa di cristallo. “Lo so già, padre. Devo leggere che mia sorella è una prostituta e che io commetto incesto. O robe del genere. Devo proprio?” tese la mano a prendere la pergamena, la afferrò tremante e scorse rapido le prime righe, costringendosi poi a rileggere dall’inizio con più attenzione. Si era sbagliato. “All’attenzione di sua maestà dell’Eptarcato Sinienö I del suo nome, Sovrano illustre di Gherz ‘Thavan, da parte di principe Heorweth Nile della casata Sheal, signore di Yla e della Regione della Pianura. Illustrissimo Sovrano, questa missiva viene da me scritta a tutti i Reami del Continente, per informarvi di un fatto accaduto sul mio territorio due giorni or sono, e che mi sento in dovere di divulgare. Ho avuto modo di appurare personalmente e con la massima certezza che nella città di Yla dove io governo è stato impiccato un uomo, poi riconosciuto come uno dei Trenta Marchiati che secoli fa vagarono per il Continente, gettandolo nell’ombra e nella disperazione. Questo fatto, come voi ben sapete, costituisce la fine del periodo di lunga pace che seguì dopo la caduta dei Cinque Draghi di Horn; è per questo motivo che con questa lettera io proclamo personalmente l’inizio della lunga Guerra, che sancirà forse un nuovo equilibrio nel Continente. Ed è altresì per questo motivo che dichiaro guerra a tutti voi per pararmi le spalle da eventuali vostri attacchi, in quanto siamo ufficialmente entrati in un conflitto. Ogni rapporto commerciale con voi che sto intrattenendo si può considerare cessato come qualsiasi relazione diplomatica: è altresì certo che ogni vostro abitante sul mio territorio verrà considerato prigioniero di guerra se non si sottometterà a me o se non se ne andrà entro sette giorni da quando riceverete questa lettera. Con questa missiva mi auto-proclamo inoltre unico Re della Regione dell’Ovest, ed a voi chiedo riconoscimento del titolo e sottomissione. Principe Heorweth I del suo nome, della nobile casata Sheal, Signore di Yla e della Regione della Pianura.” “Pazzo…!”

«L’hai letta, Ylien?» la voce cavernosa del padre lo scosse per la sorpresa. Da quel volto barbuto di una folta peluria marrone, e dallo sguardo profondo come le scogliere della costa dell’Eptarcato che si gettavano nel mare cristallino, era stato sempre abituato a sentire, in qualsiasi situazione, una voce calda ed accomodante, piacevole da sentire a prescindere dalle parole in cui si articolasse. No, se la lettera era vera non c’era tono pacato che contasse. Solo rabbia, rabbia contenuta ma pronta ad esplodere. «Sì, padre. Credevo…» si bloccò sentendo uno sguardo inquisitore su di sé. Dov’era finito il Re suo padre che ricordava? «Credevi?» incalzante, la voce gli ricacciò i suoi pensieri di prima, su incesto e offese a loro Eredi, indietro da dove erano venuti. Scosse la testa, mormorando un flebile: «Niente.» «Tua madre la Regina non è stata ancora avvertita. E nemmeno tua sorella Sara lo sa; né entrambe ne verranno a conoscenza fino a stasera. Abbiamo tempo, per ora.» lo annunciò richiedendo con un movimento delle dita la lettera indietro, quindi la appallottolò per gettarla nel fuoco che ardeva in un camino sul lato opposto della Sala del Trono. «Dobbiamo fidarci, padre? Insomma, se posso, questo principe è completamente sconosciuto al nostro Regno, potrebbe anche darsi che egli stia mentendo per scatenare il panico e la guerra nel Continente, e trarne vantaggio.» azzardò con un filo di voce, strofinandosi le mani per la tensione che aveva. «Sì. Non hai torto; però…si tratta di annunciare la comparsa di un Marchiato, di uno dei Trenta…sarebbe come avvertire i ladri di avere la Camera del Tesoro aperta ed incustodita, mi spiego? Nessuno al giorno d’oggi, dopo quanto successe 450 anni fa sul Continente, con l’ascesa dei Cinque Draghi, oserebbe inventarsi tali fandonie. La comparsa dei Marchiati sancisce l’inizio della Guerra, in uno sporco gioco in cui tutti si trovano a combattere contro tutti. Un tempo a vincere fu chi si alzò in volo a cavallo dei Cinque Draghi: oggi sarà al potere chi riuscirà a risollevarli dalle macerie di Horn, avendo dalla propria parte il potere ed i servigi dei Trenta. Per questo motivo tutti i Reami cercano di eliminare gli avversari in qualsiasi modo, per impedire di avere avversari nella corsa al potere.» “Terribile.” Ricordava qualcosa delle antiche leggende…L’Aula dei Trenta, i vessilli che garrivano al vento bollente del deserto del Tempo…La Guerra dei Regni contro i Marchiati, e quest’ultimi che invocavano i Cinque potenti Draghi scagliando su tutta la terra fiamme di distruzione mai immaginate prima d’ora…Ma, chissà come, nemmeno cinque Draghi leggendari, nati dalle stesse rocce dell’abisso delle Aule, avevano potuto sconfiggere tutti gli uomini, uniti sotto lo stesso vessillo, senza distinzioni per la prima ed unica volta nella loro storia… «Ad ogni modo, non è questo il nostro problema primario, non ora. La situazione, per quanto difficile e complicata, non si risolverà nel giro di giorni né di mesi…forse occorreranno anni.» annunciò suo padre lisciandosi la barba che aveva sul mento prominente, raffigurato anche sulle monete che Ylien sentì tintinnare in tasca quanto vi mise la mano, sudaticcia per il caldo e per l’apprensione. «Anni?» «D’ora in avanti sarà una lotta continua per distruggere tutti gli altri, nessuno escluso, e non credo che dietro la decisione di questo imbecille di principe senza terra buona per coltivare cavoli, vi sia la volontà di quest’ultimo di iniziare a farlo credendo di poter conquistare, restando a guardare dalla sua Rocca sulle montagne, l’intero Continente. Dietro di lui c’è qualcuno che vuole approfittarsi della situazione per mettere in ginocchio tutti i Reami impegnati nella guerra, e poi potersi proclamare signore del Continente, costruendo i diamanti della corona con la cenere delle nostre città. Dobbiamo evitarlo.»

Strinse i pugni, osservando suo figlio, forse troppo giovane per capire, troppo giovane per prendere decisioni nel caso lui…non volessero gli dei…Però doveva tenerne conto. Ora che la Guerra era stata ufficialmente aperta, non c’era più possibilità di fidarsi di nessuno. Tradimenti e congiure, non volessero gli dei, sarebbero state all’ordine del giorno. E l’Eptarcato, loro malgrado, si ritrovava in una doppia posizione svantaggiata rispetto a tutti gli altri regni: non solo perché era un crogiuolo di ricchezze e risorse di ogni tipo, dai diamanti all’oro passando per le estese coltivazioni delle tre città più a nord, tra le sette che costituivano l’intero regno; soprattutto, con la scusa di accusare con forza la loro pratica di…incesto? Come definirla, diamine?! I regni, con questa scusa, avevano rifiutato qualsiasi alleanza con loro, volteggiando come avvoltoi sulla futura carcassa del bue grasso che ancora vagava per i campi senza problemi. Ora però la carestia era arrivata, simboleggiata in quella lettera così maledettamente imbecille, così maledettamente frutto dei pensieri di un principe sconsiderato…o di un Re molto furbo. Gli avvoltoi scendevano a spirale sul loro Regno, pronti a lottare o ad accordarsi per spartirsi la preda, pronti a bivaccare con i loro barbarici eserciti nelle sale magnifiche dei loro palazzi, frutto di generazioni di dinastie.

“Incesto…è la nostra religione, la nostra legge…cosa vogliono di più? Il nostro popolo nei secoli decise che i regnanti dovessero essere fratello e sorella, ed avere a loro volta un figlio maschio e femmina primogeniti che li avrebbero succeduti al trono, continuando a loro volta la procreazione…la dinastia. E’ toccato a me ed a mia moglie sorella Hela, toccherà a Sara ed Ylien quando il nostro tempo non sarà più di questa terra. Ma non permetterò che questo mio tempo venga accorciato, e tanto meno che possa succedere qualcosa a loro. Non posso permetterlo.” Strinse i pugni, nuovamente, fino a farsi male alle palme delle mani; fissando suo figlio, di appena quindici anni, vide in lui quello sguardo speranzoso che lo aveva sempre distinto quando si aspettava che fosse proprio suo padre a prendere le redini della situazione anche nei momenti più difficili. Ma cosa poteva fare, ora? Illuderlo che tutto si sarebbe risolto, che avrebbe guidato le sue armate nelle difese di Gherz ‘Thavan e di tutto il loro popolo contro un’eventuale minaccia degli altri Regni? Se suo figlio avrebbe dovuto succedergli, un giorno, non poteva certo imparare da lui la menzogna. Come padre, e soprattutto come Sovrano, si era imposto di essere sempre sincero, e di ammettere i propri meriti così come le proprie mancanze; non era facile, ma se lo era imposto personalmente, e voleva anche che i suoi figli crescessero con questo ideale di onestà dinnanzi a loro stessi prima di tutto che innanzi a loro altri.

Dunque, nella calura che avvolgeva come una nebbia invisibile e madida di sudore e di vestiti appiccicati alla pelle, il suo sospiro flebile che mosse l’aria dinnanzi a suo volto fu il simbolo della decisione presa, a cui non avrebbe mancato. “E’ una situazione difficile.” Mormorò quasi, pensando queste parole. “Tanto vale chiarire tutte le cose, una volta per tutte. Se dobbiamo essere preparati a schierarci contro accuse di ogni genere, dobbiamo anche essere pronti ad esorcizzarle noi per primi.” Si mosse a disagio, sul Trono lavorato in oro ed argento da artigiani di secoli prima, poggiando con le mani sui braccioli lavorati in ali di aquila dispiegate in una salita al cielo. L’aquila, simbolo dell’Eptarcato. L’uccello a volare più in alto, il suo nido sulle rocce più imprendibili, costretto a fuggire alle frecce del cacciatore…mai se lo sarebbe detto, e la presa sui braccioli tremò, scivolò, incerta. Si morse il labbro, imponendosi la calma. «Ylien…» ma la voce che uscì era fremente di emozione. Quello che stava per dire non l’aveva mai sentito dire da nessun altro: era un argomento tabù, praticamente. Non se ne parlava, perché così voleva la tradizione, e quindi per forza non se ne poteva discutere. Suo padre mai gliene aveva accennato, né suo nonno a costui; semplicemente, si erano limitati a continuare la tradizione, senza porre domande. Ed ecco, in quel momento desiderò che lì potesse trovarsi Cerimoniere Griwe, il suo servitore più anziano e fedele, una colonna portante di quel palazzo di oro e diamanti. L’unica colonna di roccia solida in quell’amalgama di luccichii senz’anima. «Sì, padre?» «Ecco, è necessario che tu sia pronto a non rimanere mai…scoraggiato da quanto potranno dire su di noi: accuse infamanti, non vere, atte solo a screditare il nostro regno e la nostra famiglia. Siamo una lunga dinastia da tempo al potere; gli dei o chi per loro hanno acconsentito che i nostri avi, per arrivare fino ai nostri parenti più prossimi e io e tua madre compresi, potessero sempre procreare degli Eredi, pronti a governare il paese dopo di loro. Tuttavia, come sai bene, a differenza di quanto avviene negli altri Reami, che si definiscono senza alcun motivo superiori a noi, la pratica di successione prevede…un qualcosa di differente.» girava attorno al problema, senza riuscire a giungere al nocciolo della questione; ad ogni modo, dal rossore che individuò sulle guance di suo figlio, capì che lui aveva capito. «Sì, tu e tua sorella, malgrado le accuse di incesto che potranno rivolgervi, un giorno darete alla luce due Eredi, se gli dei vorranno. Quello che ti voglio dire, figlio mio, è di non dubitare mai di quanto dovrai fare, o altrimenti soccomberai dinnanzi alle accuse dei nostri nemici, capisci? Solo se sarai convinto di quanto dovrai fare potrai continuare a regnare con giustizia e saggezza senza lasciare che gli avvoltoi depredino quel che rimane del nostro popolo sul Continente.» «Sì, padre.» Il ragazzo si schermì il volto con le mani, con la scusa di proteggerci dalla luce del sole che giungeva dalla finestra dietro al Trono. Il re sapeva però che il motivo era un altro, o almeno lo intuì. Deglutì con fatica, prima di tornare a parlare. «Siamo anche un popolo forte, tuttavia, e non devi disperarti per il futuro; se avrai fiducia in te stesso…le cose andranno per il meglio, e saprai sopportare qualsiasi difficoltà. So che può sembrare banale, ma si finisce troppo spesso per non pensarvici e prendere sconforto nei momenti più difficili.» Notò sulla guancia del figlio una lacrima solitaria a rigargli la guancia, scendendo incontrollata fino al mento, per venire poi asciugata dal lembo della camicia. Sì, Ylien Kerjy stava piangendo, malgrado fosse un ragazzo di quindici anni, malgrado avrebbe dovuto sedersi davanti facce serie di Comandanti dell’esercito e consiglieri senza scrupoli senza mai vacillare. Malgrado tutto, piangeva agli occhi del Sovrano, dimostrando apertamente debolezza. Fu allora il Re di un tempo, di pochi minuti prima, burbero e severo e non tollerante di fronte a certe situazioni. Suo figlio, sua figlia, essi non avrebbero mai pianto. Lo disse chiaramente, con un tono di voce che non ammetteva repliche. «Sei comunque, un Erede, non dimenticartelo. Non puoi permetterti di piangere in questa maniera, come i…bambini appena nati. Mi devo vergognare di te perché sei una femminuccia indifesa e piagnucolante?» glielo chiese quasi con disgusto, facendolo sussultare. Asciugandosi gli occhi arrossati con la manica della camicia, suo figlio lo fissò negli occhi, senza un movimento di ciglia; si era alzato in piedi, ora, rimanendo come incantato davanti a lui, senza però quell’espressione di qualcuno rimasto a fantasticare dinnanzi ad un bel tramonto. Nel fondo del suo sguardo, scavando fino ai recessi più profondi ed irraggiungibili della sua mente, si leggeva una consapevolezza differente, di un qualcosa che solo lui sapeva e che faticava a rivelare. «Padre…il motivo non è quello che credi.» mormorò Ylien, senza riuscire a trattenere un singulto involontario. «Ah, no?» incrociò le braccia sul petto, come a dire “Ti ascolto. Sentiamo la tua scusa.” “No, padre. Stavolta hai dimostrato…di sapere meno di quanto tu credi. Perché non è dagli altri Reami prima di tutto che dobbiamo guardarci…” «Il fatto è che…che…ho sentito parlare di queste cose…accuse rivolte contro di me e mia sorella, mormorate nelle strade, tra la gente.» «Qui?» Da Re Sinienö I uscì un suono distorto per lo stupore. «A Gherz ‘Thavan, esatto, nella capitale stessa dell’Eptarcato. Conosci Capitano Myras, no?» “Quel soldato senza alcune qualità, sempre pronto a far sbocciare sogni inutili nella mente dei miei figli.” «Certo che lo conosco, e sai come la penso su di lui.» Spostò dal tavolo alcuni carteggi, spaziando con un seguente gesto del braccio tutte le rimanenti cianfrusaglie; voleva solo una cosa sul ripiano di legno di ciliegio: i rapporti dell’Ispettore Eliah Livne, il capo delle sue spie nell’Eptarcato. A volte vi gettava solo rapide occhiate, intrigando le parole che scorgeva con le sue certezze; ora voleva essere sicuro di quanto aveva letto – e creduto a lungo; vi gettò una rapida occhiata anche adesso, mentre suo figlio taceva un attimo rimanendo interdetto al suo commento sul Capitano, constatando che i suoi pensieri coincidevano con le parole scritte nero su bianco dal capo delle spie. «Beh, lui dice che in città si mormora di incesto, di quanto mi hai detto te, di offesa agli dei…il popolo stesso ha iniziato a mormorare!» si infervorò Ylien, senza badare a quanto diceva. «Ylien…» cercò di interromperlo, con calma. «Dice anche che in città sono giunti dei forestieri, dal Sud, iniziando a convincere parte del popolo che questa pratica non è consona ai veri dei…hanno pagato anche alcuni sacerdoti del culto, a suo dire, per permettere che…» «Ylien!» urlò. Nella sala calò il silenzio.

Dalla vetrata dietro il Trono su cui sedeva giunse distinto il richiamo cristallino di un falco, uno degli animali che possedeva intento a cacciare nel bosco dietro al palazzo. Poco dopo giunsero le grida di giubilo dei falconieri, che gioivano per la preda catturata, complimentandosi l’un l’altro per la bravura del rapace. Per il resto, nella sala vi era l’assoluto silenzio, ed il Sovrano decise di alzarsi dal Trono, dirigendosi alla vetrata stessa, ed osservando il paesaggio fuori, il suo Regno. Prati veri, collinari, intervallati a metà dell’orizzonte dalle mura merlate ed intonacate di bianco di Gherz ‘Thavan. Gli appezzamenti agricoli erano una scacchiera regolare di alberi da frutto, vitigni, campi di erba medica o di biondo grano pronto ad essere raccolto dalla falce dei contadini dell’Eptarcato. Nell’aria volava il falcone che aveva lanciato il suo grido di attacco, e i servitori intenti alla sua cura sventolavano ancora come un gonfalone il piccione che aveva catturato. «Ho sul mio tavolo i rapporti giornalieri di Eliah Livne, Comandante delle spie. L’Ispettore lavora per me da quasi otto anni, e mai in tutto questo tempo ha mentito su informazioni ben più gravi. Te lo posso assicurare, così come posso assicurarti che il Capitano Myras mente…» si girò a guardarlo, scostando leggermente le tende di damascato porpora, ed attendendo che i suoi occhi grigio-verdi si abituassero alla penombra. «Ma padre…! Lui…» «…Che il Capitano Myras mente, come ti dicevo, oppure che può aver sentito l’opinione di qualche contadinotto ubriaco in una delle taverne che frequenta. Questo è tutto.» fece un gesto che indicava che la questione era chiusa. Definitivamente. Suo figlio abbassò la testa, in segno di resa, tirando su rumorosamente col naso e continuando a fissare un punto indefinito nel pavimento marmoreo. Per un attimo sembrò sul punto di replicare, quindi desistette e tornò a sedersi, in attesa di sentire altro. Non era stato ancora congedato. «Avete altro da dirmi, maestà?» chiese, sottolineando con sfrontatezza l’ultima parola, cosa che il Sovrano ignorò. «Sì.» Non rimuginò a lungo sulle parole da usare: voleva essere schietto, stavolta, nel suo discorso. «Devi metterti bene in testa, che ti piaccia o no, che un giorno governerai al posto mio, insieme a tua sorella: allora dovrete essere pronti a farlo; e bada bene! Questa situazione, con le acque che corrono, potrebbe giungere da un momento all’altro!» batté con forza il pugno sul piano ligneo del suo scrittoio, facendo tintinnare il calamaio e i tagliacarte d’argento cesellato. «Puoi andare, ora. Và, và.» lo congedò con un gesto vacuo, sedendosi di nuovo sul Trono. Attese che Ylien, sbuffando e sbattendo la porta, fosse uscito dalla Sala del Trono, e solo anche quando la eco dei suoi passi si fu persa nel corridoio antistante, si abbandonò con la testa tra le mani, chiedendosi cosa poteva fare. Allora sì che avrebbe voluto lui poter sbuffare ed andarsene sbattendo la porta.

***

La pioggia battente rigava i vetri della finestra della sua stanza, picchiettando con insistenza, ma senza disturbare troppo. Sospirando leggermente, appannando così la parte del vetro da cui stava guardando speranzosa il cielo, cercando i riflessi sereni di una schiarita, Sara Kerjy si alzò con lentezza dalla morbida sedia dai cuscini che parevano ovatta, e con lo stesso incedere tranquillo prese dal tavolo della sua stanza, incerto sulle sue quattro gambe, la spazzola dono di sua nonna, dal decoro di madreperla e con le sue iniziali ricamate in fili d’oro. Dopo il sereno di quel pomeriggio, erano giunte all’improvviso da est grosse nuvole nere cariche di pioggia, ed in breve l’allegro e verdeggiante paesaggio primaverile si era trasformato in una fanghiglia grigiastra, in cielo come in terra. “Ylien ha parlato con nostro padre, stamattina. E non mi sembra che il Re avesse qualcosa di bello da dirgli.” Aveva visto suo fratello di sfuggita, poco dopo che aveva parlato con il Sovrano loro padre, ma lui non le aveva rivolto parola ed anzi aveva ignorato volutamente i suoi sguardi interrogativi. L’ultima immagine che ricordava di aver visto, quel pomeriggio, era stata quella di suo fratello a torso nudo e madido di sudore che si allenava con la spada nella sala degli armigeri, sfogando tutta la sua rabbia repressa contro la lama dell’istruttore. E nessuno si era degnato di informarla di quanto stava accadendo; sua madre non ne sapeva nulla, e suo padre non aveva potuto riceverla nemmeno alla sera, prima che giungesse il tempo di prepararsi per la cena. “Che sia successo qualcosa di grave? Corrono voci…corrono tante voci, a cominciare dalle soavi parole di Capitano Myras. E mio fratello sempre dietro a pendergli dalle labbra…almeno io…guardo il suo bel corpo da soldato delle guardie reali, non sto a badare cosa dice…ma chi lo dice…”  si disse con un sorrisetto malizioso spazzolandosi i lunghi capelli castani dai riflessi biondi, con movimenti continui, dall’alto verso il basso. I colpi di spazzola scandivano il tempo come il tamburellare lieve della pioggia. Tra poco sarebbe scesa per la cena, quando i servitori fossero venuti con discrezione a chiamarla.

Sara Kerjy era un’affascinante ragazza di sedici anni, o almeno si riteneva tale, e le sue convinzioni di certo non venivano smentite dalle alte opinioni che avevano di lei tutti, all’interno del palazzo, fin dal giorno che aveva gettato il suo sguardo celeste sul mondo. Tutto in lei, dicevano ed avrebbero continuato a dire, mostrava la dolce autorità di sua madre al governo: lo avevano notato fin dai rapporti che aveva avuto con suo fratello, e quindi nelle maniere con cui dava ordini alla servitù; fissandosi nello specchio, mutò in una smorfia le labbra sottili accentuate dal rossetto rosellino, osservandosi i seni nascosti dall’abito di seta rosso, non ancora del tutto sviluppati. “Molte donne del volgo, ragazze della mia età anche, possono permettersi di girare, con la bella stagione, nude dalla cintola in su, con tanti ringraziamenti da parte dei ragazzi e degli uomini della città…riderebbero di me, se osassi mostrare queste due…cose.” Se le pizzicò con rabbia, mantenendo il broncio. Per quanto però tentasse di cambiare argomento su cui pensare, finiva sempre per chiedersi, alla fin fine, cosa fosse accaduto quel giorno. Sbuffò di nuovo, rassegnata: almeno avesse saputo qualcosa a cena!

Qualcuno bussò piano alla porta, interrompendo il suo vagheggiare. «Sì? Avanti.» ripose con movimenti rapidi la spazzola e lisciò l’abito, mutando il viso in una maschera di gentilezza contenuta in un tiepido sorriso, quasi avesse timore di venire scoperta nel suo pensare per quanto stesse facendo, o da quale espressione mostrasse. La porta si aprì cigolando sui cardini, un solo battente, e rivelò il viso di suo fratello, non troppo diverso da come lo aveva visto quel giorno. «Ah, sei tu.» sembrava delusa. Ylien restò un attimo sulla soglia, prima di entrare, non come faceva suo solito. Certo, non che le dispiacesse: di solito, infatti, entrava non solo senza bussare, ma senza troppi complimenti si metteva subito a suo agio sul letto di sua sorella, senza badare alla proteste della ragazza. Questa volta, notò senza bisogno di troppo acume, era come se le stesse nascondendo qualcosa e già esitando un attimo nell’entrare aveva rivelato che le doveva parlare. «Perché? Chi doveva essere? Capitano Myras, forse…?» il giovane sorrise, spostandosi da davanti agli occhi una ciocca ribelle. Quindi, ancora sudato della fatica dell’allenamento quotidiano, si avvicinò al tavolo dove era seduta Sara, e si sedette anch’egli, non senza aver gettato un’occhiata speranzosa al materasso di piume d’anatra, ricoperto da cuscini. «Potevi almeno lavarti, dopo aver combattuto tutto il pomeriggio! Sembri uno del popolo!» «Come sei schizzinosa…» suo fratello osservò fuori dalla finestra, sporgendosi per scrutare il paesaggio avvolto dal buio e dal temporale sempre più fitto. Le sentinelle sulle mura del Palazzo rabbrividivano avvolte nei loro mantelli, tremolanti come le fiamme delle torce, ad intervalli regolari, che gettavano riflessi ambrati sulle merlature bianche. Sbuffando, disse: «Oggi dovevo sfogarmi. Ho parlato con il Re.» sembrava scocciato dal ricordarlo, ed evitò volutamente, come quel pomeriggio, lo sguardo di sua sorella. «Con nostro padre, vorrai dire.» «Con chi diamine vuoi. Sta di fatto che…beh, dovevi esserci tu, a sentirlo. Sempre gli stessi discorsi, qualunque sia il vero motivo della convocazione: alla fin fine, tutto ruota intorno alle responsabilità che avremo un giorno, quando dovremo essere noi a governare. Sempre gli stessi discorsi!» stese e contrasse più volte il braccio destro, intorpidito per aver maneggiato per ore la spada, con una smorfia corrucciata sul viso. Sara lo fissò, incerta su cosa rispondergli. «Sara…» cominciò, con un rossore sul viso, come fosse in procinto di confessare di aver rubato la marmellata dalla dispensa. “Anni fa, quando eravamo piccoli, e ci nascondevamo dietro i grossi sacchi di farina, imbiancandoci tutti e tirando scherzi alle cuoche…bei ricordi…” un sorriso le passò sul volto, e questo lo spinse a continuare. «Oggi…credevo che nostro padre volesse parlarmi di quanto mi ha detto Capitano Myras, ricordi? Sul fatto delle dicerie per la capitale, su noi due, e cose del genere. Il motivo, però, era un altro.» «Un altro?» lo squadrò come se lo vedesse per la prima volta. “Cosa può esserci di più grave che gente che osa offenderci, chiamandomi prostituta ed accusando di incesto mio fratello?” «Un altro.» trasse un profondo respiro. «Nostro padre ha deciso di parlarne apertamente stasera, dinnanzi anche ai membri del Consiglio Segreto, nonché te e nostra madre. Tutto è successo oggi, così maledettamente in fretta, che anche io ancora non riesco a capacitarmene.» le cinse le mani, come a doverle annunciare una…morte? Una guerra scoppiata tra l’Eptarcato ed uno dei regni limitrofi, come una ventina di anni prima? Sicuramente non era qualcosa di piacevole da annunciare. Ylien, il burbero Ylien, colui che si definiva impavido, coraggioso dinnanzi a qualsiasi pericolo, aveva la fronte imperlata di sudore nel parlarne. Dopo che aveva sfogato la sua rabbia verso suo padre contro la spada d’acciaio dell’istruttore, giù nella sala degli armigeri, aveva riflettuto più a fondo sulla situazione. Ed aveva compreso di essersi dimostrato stupido, quando aveva avuto una reazione eccessiva nel parlare delle voci raccolte per le strade della capitale, piuttosto che nel sentire che la Guerra, la mitologica Guerra che aveva sconquassato il Continente, si ripresentava alle generazioni secoli dopo la sua fine, pronta a ristabilire l’inizio, il nuovo equilibrio nel mondo. «Ha ricevuto una lettera, questa mattina, da un messaggero di Principe non so come si chiama, che governa nel Regno della Pianura. Un semplice vassallo di uno dei tanti Re dell’Ovest, per intenderci. Me l’ha fatta leggere, e ti posso giurare, Sara, dopo aver sentito le accuse che muovevano forestieri giunti nella capitale contro di noi, che la lettera contenesse quelle stesse offese messe per iscritto.» “Sei mia sorella, e per quanto a volte possiamo litigare duramente durante la giornata, non potrei mai tollerare che dicessero che sei una puttana. O ancor più che chiunque osasse alzare un pennino intinto di inchiostro per scriverlo; allora afferrerei la mia spada e sigillerei col suo sangue la firma del ripagamento del torto subito…lo giuro dinnanzi agli dei!” «Lo so. Sembra che tutti ce l’abbiamo con noi.» gli strinse le mani di risposta, estraniandosi dal rumore assordante dei fulmini e dei lampi, fuori. Che se ne preoccupassero le sentinelle. Il frastuono, quello vero, stava per nascere in quella stanza, da quelle parole. «Si parlava di Marchiati nella lettera. Pare che uno dei Trenta sia stato impiccato in una cittadina della Regione, proprio nel territorio di questo Principe. Stento a crederci, lo so, ma se è vero! Per gli dei, questo significherebbe la Guerra!» Lei si alzò e lo colpì con uno schiaffo sulla guancia, facendolo balzare dalla sedia, rosso in viso, e non solo sulla guancia colpita, che si massaggiò con la mano, guardandola a metà tra il meravigliato e l’offeso. «Ma cosa…! Sei impazzita o…?» «Ylien Kerjy!» sbraitò, additandolo e facendolo retrocedere verso la porta, senza che lui riuscisse a capacitarsi del motivo. «Ti credevo in possesso di un briciolo di buonsenso!» gli ricordava le stesse parole che aveva pronunciato sua madre la Regina l’unica volta che l’aveva vista adirata con lui quando, ancora piccolo, si era nascosto per ore nella dispensa del Palazzo, facendo disperare tutti per ritrovarlo; quando, dopo che sua madre aveva speso qualsiasi lacrima temendo il suo rapimento, o peggio, aveva deciso di farsi ritrovare…beh, la reazione iniziale era stata la stessa di sua sorella, in un crescendo poi che preferiva non ricordare. «I fatti dimostrano il contrario: non hai un anno in meno di me, sei ancora un bimbetto che crede nelle storielle raccontate dalle comari attorno al fuoco. I Marchiati! Bah! La Guerra, i Trenta! Sono leggende, tutte leggende!» «Leggende?» quasi non ci credeva. “Fino adesso, dunque, io e nostro padre è come se ci fossimo raccontati una storiella attorno a fuoco, a sentir lei.” «Non puoi dirlo. Sono cose successe anni fa, per gli dei. Secoli fa, sì, ma sono successe. I Cinque Draghi di Horn…» «I Cinque Draghi di Horn! C’era anche la Fatina dei Soldini, per caso?» ribatté, ironica. «Smettila…vallo a chiedere al Re nostro padre, o ai migliori guerrieri del Regno, o ad ogni combattente del Continente, se credi: ti diranno tutti la stessa cosa. Ti diremo tutti la stessa cosa, qualsiasi uomo che sia in grado di ragionare nel mondo.» «Qualsiasi uomo, sì.» convenne lei, con il suo fare solito che aveva quando discutevano per cose futili, come se la notizia non fosse per lei fonte alcuna di preoccupazione. «Noi donne evitiamo che voi uomini corriate dietro alle leggende, ricordandovi ogni tanto cos’è il buonsenso.» commentò acida. «Se foste solo te e nostro padre, a governare, avreste già arruolato tutti gli abili a combattere, partendo in una delle vostre sognate guerre, contro quel Principe. Io e nostra madre impediremo che ciò accada, come abbiamo fatto in altre situazioni, nelle quali bastava usare l’intelligenza, e non la forza.» «Qui non è questione di intelligenza o forza. Sono i fatti che contano: la Guerra riprenderà, il più presto possibile, ed anche se noi non siamo d’accordo, anche se noi riteniamo siano tutte fandonie, questo purtroppo non impedirà che qualcuno possa attaccarci, isolati come siamo dal resto del mondo. Allora non basterà avere dalla nostra parte il buonsenso, o la ragione.» Le cinse le spalle, gettò un’ultima occhiata al tempo fuori e andò alla porta, senza dire nient’altro. Era turbato, offeso. “Credevo mia sorella avrebbe capito.” Pensò. “Credevo avessimo potuto evitare di discutere sui Marchiati, ed io avrei trovato in lei un po’ di comprensione, dopo il colloquio con il Sovrano. Invece…” «Te ne vai?» anche Sara parve averlo capito, dimostrandosi dispiaciuta. «Esco. Vado in città, vado ad una delle tante taverne, vado al porto…non lo so. Posso farlo, sono un Erede.» disse come per giustificarsi di ben altri comportamenti. “Voglio sentire le labbra fruttate di Jilhein, stringerla fra le braccia e non dover discutere con lei, senza dovermi preoccupare di troppe cose inutili.” “Tu sei promesso a me” aveva commentato una volta sua sorella, quando si era lasciato inavvertitamente scappare il nome della ragazza che gli piaceva. Certo, lui poi non poteva dire nulla se lei ogni volta spiccionava con Capitano Myras, rimanendo affascinata se lui beveva un bicchiere d’acqua o faceva chissà che cosa di banale. «Non ti faranno uscire, se la lettera è stata diramata. Le guardie reali hanno prima di tutto il dovere di proteggerci. Piove, tra l’altro…» «La pioggia è ininfluente, per me; e poi…non è detto che debba passare dall’entrata principale. Sappiamo entrambi quante altre entrare secondarie – e uscite secondarie – abbia il Palazzo. Non sono controllate tutte.» affermò con un sorrisetto furbo. “Ed io ne conosco più di te, casomai avessi l’ardire di seguirmi, sorellina. Le dispense non hanno segreti, dopo gli anni che ho passato a giocarvi.” «Fa come vuoi…Non credere che io ti copra, però. Appena mi chiederanno dove sei, dirò che ti ho visto andare in città, e te la vedrai te con il Re. C’è la cena! Non puoi proprio rimandare? Manderanno le pattuglie in città, e finirà come l’altra volta!» Il ragazzo alzò le spalle. «Sei un imbecille, Ylien Kerjy!»

Lui non le badò nemmeno, ma uscì dalla stanza, correndo poi rapidamente nel corridoio, i suoi passi rapidi attutiti dal tappeto. Le guardie si irrigidirono sull’attenti quando varcò la soglia del Palazzo, e quando si voltò volgendo lo sguardo in alto, verso la finestra della camera di sua sorella, sguazzando nelle pozzanghere nel giardino, non poté reprimere un sorriso di compiacimento. Anche stavolta, aveva vinto. 

L’aria dei bassifondi era umida di calore accumulato nella giornata, che risaliva verso l’alto dal suolo di grossi lastroni di arenaria, pavimentazione delle strade, intervallati nei crocevia con vie minori di acciottolato, che faceva male ai piedi sotto la suola dei sandali. La pioggia era come una doccia calda fatta d’inverno, ed Ylien si sentiva sudare, malgrado vestisse di una semplice maglia di cotone, strappata in più punti, da farlo apparire come uno dei tanti ragazzi di strada in quella parte della capitale. Non poteva certo farsi riconoscere come l’Erede al Trono, se non solo da chi lo conoscesse bene da poter essere cercato da lui ora: Jilhein, e due o tre dei suoi amici, ragazzetti più piccoli che passavano le loro giornate vagando senza meta per il dedalo di vie della zona. Nessuno di più, o allora avrebbe davvero dovuto augurarsi che in giro ci fosse una pattuglia di soldati sulle sue tracce.

Imprecando nell’evitare cumuli di rifiuti e sterco ammucchiati senza ordine per la strada, raggiunse finalmente, illuminata dalla fioca luce di due torce, sotto l’acqua scrosciante, il posto che cercava. Al di fuori appariva come una semplice catapecchia tipica dei bassifondi, a due piani che probabilmente erano stati ricavati dividendo a metà uno solo; per il resto, l’aspetto della costruzione non faceva nemmeno immaginare dal di fuori che fosse una locanda, visti l’intonaco sbriciolato in più punti per l’incuria con cui era stata edificata la locanda stessa, o le imposte cadenti ed uscite dai cardini che garantivano ben poco riparo dal sole o dalle intemperie. Dalle finestre, comunque, non traspariva nulla all’esterno del vociare all’interno, nella grande sala comune, né si scorgevano gli avventori intenti ad ubriacarsi con vino e liquori, o pronti a maneggiare la spada o il pugnale per ogni piccola bega. Una volta, ripensò con terrore, stavano quasi per linciarlo, per una banale questione di soldi; beh…si era fatto scoprire a barare giocando a carte, ed aveva dovuto ridare a tutti quanto aveva vinto, o avevano minacciato di spartirsi tra loro il suo corpo come premio aggiuntivo per la loro cena. Aveva innalzato così tante preghiere agli dei e promesse di offerte e sacrifici – poi puntualmente fatti, per evitare problemi ulteriori –  da pensare che lo avrebbero tenuto in considerazione per almeno molti altri anni. “Non vale comunque la pena rischiare ancora la sorte.” Si disse come avvertimento, badando bene di ricordarselo. Una volta brillo, avrebbe potuto anche dimostrarsi avventato nelle sue azioni.

«Non entri, Ylien?» una voce giunse dietro alle sue spalle. Si voltò di scatto. «Jilhein…mi hai spaventato.» La ragazza era avvolta in una tunica celeste, fradicia di pioggia, che lasciava trasparire i seni voluminosi, e qualche altro particolare più in basso…la squadrò completamente, prima di salutarla con un bacio affrettato. I suoi capelli lunghi, castani come gli occhi che le aveva detto paragonarli a due nocciole, erano appiccati sul suo collo e sulle sue spalle nude, grondanti d’acqua per la pioggia incessante del temporale primaverile, preannunciante l’estate. «Tu, un Erede, che ti spaventi? Ti eri incantato, piuttosto?» «No. Ti stavo aspettando…» le sorrise, lasciando scivolare via sotto quella doccia tiepida ogni preoccupazione della giornata. Fino a notte, o fino a ché le guardie reali non lo avrebbero trovato, si sarebbe potuto divertire, ora, abbandonato tra le braccia della più bella ragazza del mondo – assieme a sua sorella, ovviamente. «Sciocco che non sei altro…speri che io ti creda?» gli sorrise, con un sorriso limpido, solare. Lo faceva impazzire, quel sorriso, ogni volta che lo vedeva, facendogli muovere un certo qualcosa lì, in mezzo al petto. Un tremito lo avvolgeva tutto e solo per quel sorriso si sentiva il ragazzo più felice al mondo. Nessuna preoccupazione, nessun dovere da Erede, solo quel sorriso in cui perdersi, e quello splendido corpo. «E’ la verità!» protestò per finta, stando al gioco. «Dimostramelo, allora.» lo provocò appoggiandosi al muro. «Io…» la abbracciò con passione, baciandola a lungo, esplorando le sue labbra, mentre sentiva le sue mani strette ad arruffargli i capelli corvini. Non badava più alla pioggia: c’era solo lei, ora…scacciò con fastidio le parole ridondanti di sua sorella nella sua mente. “Tu sei promesso a me. Tu sei promesso a me. A me soltanto. Basta! E’ tutto falso. Ci può essere anche una Jilhein, nella mia vita. Per ora, se non altro.” «Ti può bastare, come dimostrazione?» le chiese, ansimando per riprendere fiato dopo il bacio lungo ed intenso. «Forse…» gli rispose la ragazza con malizia. I suoi occhi castani arsero riflettendo la luce delle tue torce, mentre lo conduceva per mano all’interno della locanda, varcando senza guardarsi intorno la soglia costituita da una tenda rattoppata e leggermente scostata, che si oltrepassava dopo aver aperto ed essersi richiusi alle spalle la porta intarlata e scardinata. Lui la seguì senza esitare, come aveva fatto altre volte, fin dal primo giorno che l’aveva conosciuta…quando? “Mesi fa? Un anno? Non mi ricordo.” Si ricordava benissimo l’occasione, comunque. Ce l’aveva sempre impressa nella sua mente, ogni qual volta vi ritornava sopra con la memoria. Si ricordava che era un sera calda, di metà estate, o forse la bella stagione stava volgendo al termine; si era fermato sempre di fronte all’entrata della locanda, le spalle date alla strada, incantato come suo solito ad osservare la costruzione fatiscente che racchiudeva tutta quell’accozzaglia straordinaria di suoni, odori, avventori della peggior specie, un oste fregone e un atmosfera satura dell’aria umida della cucina; il tutto simile ad un guscio d’ostrica, irregolare ed avvolto dalla sporcizia e dalle alghe, ma che contiene all’interno, senza che dal di fuori si riesca ad intuirlo, una perla preziosa. Ebbene, lei si era rivolta a lui allo stesso modo di quella sera, senza dimostrare particolare stupore nel riconoscerlo come Erede, al contrario di lui che si era subito guardato in tutte le direzioni, sudando freddo e portando la mano destra all’elsa di una spada che però non c’era. “Non ti preoccupare, Ylien Kerjy.” lo aveva rassicurato. “Siamo solo io e te, qui fuori. Ti stai chiedendo come faccio a conoscerti, eh? Beh, io le persone interessanti le ricordo al primo sguardo, e tu sei uno di questi. Ti vidi una volta a cavallo per il centro cittadino, attorniato da decine di guardie reali…e poi ti ho visto ultimamente, sempre qui intorno, quasi ogni sera fino a notte tarda. Sempre solo, però…ti manca della compagnia femminile. Ah! A parte tua sorella, certo! Che avventata che sono, nel parlare…non penso mai prima di farlo.” Le aveva detto alcune parole vaghe, senza preciso significato, le stesse che avrebbe potuto rivolgere ad una sentinella per circostanza passeggiando sulle mura del Palazzo. Però aveva avuto il timore potesse trattarsi di una trappola, e i suoi sensi erano tutti impegnati nel rilevare qualsiasi movimento sospetto intorno a lui.

«Ti vedo assorto. Tutto a posto, amore?» erano dentro, ora. Di comune accordo, non si sarebbero rivolti per nome, ma si sarebbero chiamati “amore”; né avrebbero parlato di discorsi particolari, ma se proprio necessario avrebbero usato una specie di linguaggio in codice, semplice da capire per chiunque, dopo qualche minuto di ascolto, ma impossibile da farsi da parte di gentaglia ignorante ed ubriaca. «Tutto a posto. E’ solo…quest’aria pesante che c’è dentro. Ci devo fare un attimo l’abitudine.»

Per farla breve, dopo quell’incontro lei se n’era andata ridendo, lasciandolo davanti alla locanda imbarazzato e pure ammagliato dalla sua bellezza. In quei minuti in cui loro due avevano scambiato qualche chiacchiera, aveva provato proprio un colpo di fulmine, un amore improvviso per quella ragazza dalle curve prominenti e dal sorriso celestiale, divino, paradisiaco, con un briciolo di spregiudicatezza che costituiva la sua arma vincente. Si erano incontrati altre volte, finché non era scoccata la scintilla vera e propria in entrambi, e tutto si era concluso all’angolo di un vicolo buio, sopra di loro la luce della luna piena e delle stelle, stretti in un bacio lungo ed intenso come mai lui ne aveva provati. “Il mio primo bacio, ed il più bello da ricordare…” e da allora, era nata la loro storia. Che continuava, con gli stessi rituali di un tempo, la locanda ed i vicoli e le labbra di Jilhein ed il suo corpo fresco e…

«Mi ascolti? Stavo dicendo che stasera ho incontrato i miei due amici, giù al porto. E ho visto anche quel soldato…Capitano Myrcos, no?» «Myras. Capitano Myras.» «Chiunque sia. Ad ogni modo, ti stavo dicendo che ho incontrato Theo e Wel al porto, e loro mi hanno parlato di una storia sui Marchiati…su roba del genere, sui Trenta e sulla…Guerra. Circolano voci, dicono, per nulla buone. Guerre scoppiate tra i vassalli del Re dell’Ovest, sommosse e ribellioni a Sud, problemi a Salal, nella Culla del Tempo…c’è davvero da preoccuparsi? La Guerra, insomma…ne sai qualcosa, tu?» “A quanto pare i Marchiati non mi stanno dando tregua. Me li devo portare dietro, anche qua.” «Io…non saprei. Credo non vi sia nulla di cui preoccuparsi. Sono tutte voci che corrono.» affermò convinto. «Speriamo, già. Ti rendi conto? Se fosse vero, come si ridurrà il Continente a questa notizia? Quando l’ho sentito da loro, ti confesserò che ho avuto paura. Ci pensi…» guardandolo con occhi sgranati, quando sentì il suo tocco sul braccio si calmò. Non era proprio il caso di farsi notare, lì dentro. Più passavano inosservati, meglio era. “Fa troppo caldo”, pensò, sentendo una gocciolina di sudore scivolargli nel percorso segnato dal sopracciglio, fin sulla guancia. «Cambiamo argomento, eh? Sono solo leggende, o tutt’al più qualche diceria a cui è stata data corda da propagarsi per Gherz ‘Thavan.» «Come vuoi, amore. Come va, in questi giorni? Ti vedo stanco…» «Sarà il tempo.» disse, strattonandosi il colletto della maglia di cotone, per farsi aria al collo. «O quest’afa qui dentro. Ordiniamo qualcosa da bere, piuttosto.» “Possibile che, volente o nolente, debba ricordarmi tutto quello che è successo oggi. Alla fin fine, se sono stanco il motivo è che ho parlato con il Sovrano della lettera sul…Marchiato. Marchiati! I Trenta, possano essere maledetti per l’eternità, loro ed il loro assurdo potere!” La risposta burbera non la soddisfece. Lo guardò imbronciato, fino a ché lui dovette domandarle, in un sussurro: «Per gli dei, Jilhein, cosa succede?» Erano seduti, tra l’altro, ma lui era troppo immerso nei suoi pensieri di poco prima per accorgersene. Le orecchie indiscrete potevano essere tutt’intorno a loro. «Credevo fossi contento di vedermi. Lo sei sempre stato…stasera, ti vedo strano, ecco. Sei perso nelle tue preoccupazioni…ma volevo dirti che io non ti ho obbligato a continuare la tua storia con me. Se hai dei sensi di colpa nei confronti di tua sorella…vorrei che tu me ne parlassi. Non che dimostrassi di sentirti a disagio con me.» gli disse d’un fiato, con la sua solita avventatezza che la contraddistingueva. «Per gli dei!» “Stavolta rasentiamo la follia!” «Cosa stai dicendo?» si sporse verso di lei, sul tavolo. La situazione stava degenerando, come tutto, quel giorno. Una bella dormita, al caldo, e forse la mattina dopo tutto sarebbe andato per il meglio… «Non fare il finto tonto!» gli urlò, e tutte le facce accanto a loro si girarono a guardarli entrambi, deturpate in un ghigno di disprezzo e di scherno. Qualche avventore latrò una risata, dopo aver seguito certamente la vicenda fin dal suo esordio; qualcun altro scosse la testa, quindi le spalle, ed infine scosse il bicchiere vuoto, sporco di alcuni brandelli schiumosi di birra bionda, con uno sguardo insoddisfatto. Jilhein fece per alzarsi, poi cambiò idea, e rimase seduto, guardandolo con un’espressione truce sul volto. «Amore…cerca di capire. Ti spiegherò, ma né qui né ora. Ti spiegherò tutto, ad ogni modo, te lo posso assicurare.» “Ora che ci penso, sembra tutto un sogno. Non sono in grado di controllare gli effetti delle mie azioni, nemmeno ciò che dico o faccio o…penso! Un sogno, o meglio un incubo! Adesso mi sveglio, su…” «Cosa dovresti spiegarmi, di così particolare? Allora su, andiamo.» disse a voce troppo alta, alzandosi in piedi. Come una folata di vento, tutte le facce di poco prima si voltarono per guardarla; senza ridere, ora. Sembravano interessate a cogliere ciascuna parola fosse stata pronunciata. “Come se ora Jilhein si mettesse a chiamarmi per nome…ci mancherebbe solo questo.” La afferrò per il braccio, bloccandola all’estremità del tavolino a tre gambe, barcollante come un vecchio ubriaco, sporco per tutta la superficie di legno segnato dai fondi di bicchiere e dall’usura inconsueta degli avventori, ogni sera di ogni giorno dell’anno. Lei lo schivò con una mossa fulminea, sibilandogli contro: «Lasciami andare, Ylien

Allora fu una cosa troppo veloce da evitare che accadesse. Notò il suo sguardo pentito, pentito per aver osato commettere una così grave imprudenza, e la perdonò subito, notando il suo risentimento nei confronti di sé stessa. La perdonò perché quelli potevano essere i pochi minuti di vita che gli rimanevano, in quella locanda malfamata dei bassifondi. “Magari nessuno ha sentito. Magari chi ha sentito è ubriaco, e se non è ubriaco, magari non ha collegato la mia somiglianza  con l’Erede con il fatto che il mio nome sia lo stesso…ci sono troppi magari, in questa storia.” Tre avventori, come una molla lasciata libera di scattare, si alzarono all’unisono dal loro tavolo poco distante da quello di Ylien e della ragazza, le facce butterate dalla salsedine e dall’alcol forse le meno raccomandabili dell’ambiente. Prima di perdere la calma, li vide come a un segnale deciso in precedenza, fissarlo con un ghigno malvagio a deturpar loro ulteriormente il volto…e dirigersi chiaramente verso di lui, dopo aver messo in evidenza le else delle spade e le lame dei loro pugnali. “Non mi resta che pregare.” Al passaggio dei tre uomini armati, gli altri clienti della locanda li lasciavano passare aprendosi come onde, mantenendo la distanza di almeno due metri dai tre; il vociare scese in brusio e quindi in silenzio, mentre sentiva tutti gli occhi puntati su di lui. “E’ la fine.”

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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