Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.4

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3.

Il dopo non esiste. 

Diario mentale di Pietro Eugeni.

Quando mi sono risvegliato, stamane, il mondo intorno a me tintinnava in un’immagine sospesa e, a tratti, dilatata, ma non era colpa del bicchierino in piú (vabbè, diciamo anche bottiglia in piú) della la sera prima…no, era ben altro. Non so come, ero riuscito a bere tutta quella roba, senza che mio padre lo scoprisse. Abbiamo ben altri grattacapi, adesso, cazzo. Oh, se ne abbiamo: il fatto è che non so come andrà a finire, questa maledetta storia.

Non appena ho aperto gli occhi, il cellulare ha iniziato la sua litania di squilli. Era Beatrice. Strano, la mia prima impressione nel vedere il suo nome sul mio cellulare, alle otto e qualcosa di mattina, visto che di solito lei non mi chiamava, se non per chiedermi cose frivole, alla sera inoltrata. Ancor più strano quando, rispondendo, ho sentito distintamente lei piangere, e piangeva davvero, non era una cosa finta da ragazzine che devono attirare la loro attenzione, no. Piangeva. Sono rimasto in silenzio, cosa avrei potuto dirle? Come se non avessi il mio fardello personale di problemi non di poco conto. Sta di fatto che però mi faceva tenerezza, sentirla piangere al telefono, le parole giungevano poco chiare, tra i singhiozzi e chissà cos’altro. Non so dove si trovasse, non capivo cosa le fosse successo. La sentivo parlare, parlare, intervallando il tutto ad un misto di singhiozzi ed un tirar su col naso.

«Calmati, basta.» le ho detto con fare sicuro. Altro non potevo aggiungere. «Ascoltami, possiamo vederci più tardi, se vuoi. Vediamoci al solito posto.» Mi ha risposto biascicando un ok, ci siamo accordati per l’orario, quindi ho rimesso giù il telefono. Il solito posto era un bar poco distante da casa mia, faceva drink buoni ad un prezzo amichevole, le bariste erano carine ed il locale era nel complesso rispettabile. Il proprietario chiudeva un occhio se ogni tanto fumavano dell’erba, e questo era abbastanza per le nostre scorribande da giovani in cerca di avventure o di semplice libertà.

Mi sono fatto una doccia cercando di lavarmi via i brutti pensieri dalla testa. I brutti pensieri…come definirli? Una madre in ospedale, un padre che cadeva dal pero, un figlio – cioè, lui – che si trovava immerso nella melma fino al collo, all’improvviso, senza alcuna avvisaglia. Ci mancava solo saltassero fuori debiti mai pagati o chissà quali verità rimaste troppo a lungo celate…Certo, non che lui fosse del tutto a posto, ovvero: la sua ribellione gli ribolliva dentro come un fuoco di paglia, di mille pagliuzze che si spegnevano subito ed altrettanto rapidamente si accedevano, divampando in brevi fiammate di scarso effetto a lungo termine. Un fuoco di paglia, si ripeteva mentre si asciugava i capelli col phon. Un fuoco di paglia, gli sussurrava il phon nelle orecchie con il suo alito caldo. Quell’alito caldo si trasforma nel fiato corto di Sara, quando si sono baciati la scorsa settimana, nel suo rito iniziatico da giovane uomo adulto. Senza scordarsi di quel sapore metallico del sangue, quel miscuglio di umori ed umidità che l’avevano inebriato, per certi aspetti. “Sara, potrei parlare con Sara.” E di cosa? Non riusciva a confidarsi su tutto, di tutto. Non aveva senso farlo, talvolta. A che pro, dire certe verità, impegnarsi in certe confessioni, quando farlo diventa ben poco utile ed ancor meno produttivo?

Qualcuno sta bussando alla porta del bagno da parecchio. Paolo Eugeni deve esserci abituato, a porte che rimangono chiuse dinnanzi a volontà che paiono ferree nel loro perpetuarsi. E forse, in quel momento, per assonanza di pensieri teme il peggio anche per suo figlio, anche se sa che in quella testa di ragazzo ed in quel bagno di casa non ci sono veleni, tanto del corpo quanto della mente. O almeno, per i secondi, crede fermamente. Quasi con fervore cristiano. Per questo sta battendo con una certa veemenza alla porta di quel bagno, e senza degnarsi di attendere risposta, la spalanca facendo sobbalzare Pietro, gli occhi chiusi ad asciugarsi i capelli, sperando che quei brutti pensieri possano essere evaporati del tutto, o quanto meno scivolati via, nello scarico della doccia, insieme alla schiuma dello sciampo ed alcuni pelucchi sparsi.

Il giovane sobbalza, non se lo aspettava, oramai non deve più stupirsi di nulla: quante cose non dette galleggiano nell’aria? Quanta polvere è stata messa sotto al tappeto? Non dice nulla, fa finta di niente, fa finta che tutto sia normale. Sente suo padre svuotarsi la vescica, evita di lanciare lo sguardo a quel non estraneo, anche quando si sciacqua rapido le mani al getto d’acqua fredda. Non si parlano, non hanno niente da dirsi. O meglio: tutto quello che c’era da dire è stato pronunciato. Non resta che il silenzio, a corollario del tutto.

Una volta fuori, all’aria fresca, all’agognata libertà, Pietro può permettersi di sgranchirsi i muscoli, di rilassare il suo corpo, il suo viso. Vede Beatrice da lontano, alza il braccio per salutarla, lei si apre in un gran sorriso, anche se fino a poco prima la sua faccia era stata tesa, ed al telefono doveva essere sicuramente sembrata una maschera tipo la medusa, o la gorgone. Chissà, ognuno tiene per sé i propri piccoli segreti e dispiaceri, sarà al più dal volto che traspariranno, dipinti da un abile artista sulla tela della propria pelle. La carne non mente. E, in fondo ai pantaloni, non mentiva nemmeno quella di Pietro, dato che Beatrice era una ragazza che gli era sempre piaciuta, anche se era una di quelle persone del gruppo dei ragazzi senza nome che conosceva meno di tutti.

«Ciao Bea.» la saluta impacciato, alza la mano in un tiepido gesto di saluto, quasi dovesse prestare un giuramento. Lei lo scimmiotta, gli scambia un paio di baci sulla guancia, si mette a sedere al primo tavolino, senza preoccuparsi se sia libero o no. Quel bar è come se fosse casa loro, d’altronde. 

Beatrice evita i convenevoli, arriva subito al dunque, inizia a parlare come una macchinetta. «È tutta colpa di Giacomo, se sto così. Dovevi sentirlo, l’altro giorno, avresti dovuto esser presente per sentire le sue cazzo di parole del cazzo che mi ha detto. Non so se sia più falso o più stupido, Eugi.» Eugi stava ovviamente per Eugeni, il cognome di Pietro. Lo faceva sempre sorridere, questo nomignolo, perché praticamente lo usava solo lei: tutti gli altri lo chiamavano Pietro, punto. «E poi Giacomo, alla fine, si è arrampicato sugli specchi, ha detto no non è vero, ma cosa non è vero, quando sappiamo tutti e due che la tua puttanella la vedi ancora, la senti ancora, ed allora basta prendermi per il culo, io non voglio essere un tuo ripiego, sono stanca di aspettarti per scopare e basta, perché anche se scopiamo bene, vorrei tanto poterti avere tutto per me, non perso dietro chissà quante altre ragazze, è chiaro, e insomma alla fine lui è stato netto, mi ha preso in contropiede, mi ha detto adesso basta, io e te non siamo compatibili, tu inventi delle scuse ma non ne posso più della tua gelosia…» continuava a parlare senza sosta, se non altro senza accompagnare il tutto da lacrime, notava Pietro detto Eugi, soddisfatto per lo sfogo. Ma sì, che rovesciasse tutto il suo vomito. Intanto era arrivato il caffè, anche se non lo avevano chiesto, ma erano degli habituè tali che il semplice sedersi faceva capire volessero il solito, e questo era abbastanza. Il solito, forse una fumata d’erba poco dopo non avrebbe fatto male, ma non aveva portato la roba con sé, non credeva Bea ne avesse, era inutile chiedere al bancone, il proprietario era fuori, quella mattina. Si sarebbero limitati a guardare raffreddare quei due caffè; forse una sigaretta, forse…

«Vi siete lasciati, insomma.» la interrompe Pietro, se non altro per tirare le fila, per non perdersi una volta imboccato il labirinto tortuoso della mente della ragazza. «Sì.» mormora Beatrice mangiucchiandosi le unghie, trangugiando un caffè freddo e dannatamente amaro, fissando dunque il fondo della tazzina come nella volontà di leggervi chissà quali risposte. Anche se le trova, non devono essere di suo gradimento, visto che monta una faccia schifata. «Per parlare d’altro, Eugi…tua sorella come sta? Salutamela tanto, quando la vedi.» «È via.» risposi di getto, anche se non era vero. Perché quel bisogno di dire bugie, lo stesso che avevo mantenuto da bambino piccolo? «Dove, di bello?» «…In Inghilterra, per un periodo di studio.» «Ah.» «Piuttosto, dovrei dirti io una cosa, Bea. Riguarda mia madre. Si trova in ospedale, siamo tutti preoccupati e tesi, in questo momento, quindi vorrei…» mi fermo tentando di pescare le parole migliori. Che non arrivano. Come mai? Basterebbe dirle che è meglio non lo si sappia in giro, che è una cosa maledettamente delicata, una questione spinosa, e forse è meglio tenere il massimo riserbo, perché i tentati suicidi o gli abusi di sostanze o chissà cos’altro non è mai un argomento piacevole di cui parlare a cena, ecco tutto. Ho un nodo in gola, ma trattengo le lacrime. Non piangerei mai di fronte ad una ragazza. Difatti non lo faccio. «…vorresti?» mi chiede la ragazza, la cui voce mi giunge come distante mille anni luce da me, da tutto, dal caffè ghiacciato e imbevibile, dal bisogno di una sigaretta, dal bisogno di affrontare certi argomenti e certe questioni con una persona di cui possa fidarmi fino in fondo. «…vorrei poterti abbracciare, perché ho bisogno di qualcosa di bello.» È fatta, sono in balia della mia lingua che è andata a briglia sciolta, mi maledico per aver detto certe cose, perché le parole – tutte le parole – hanno un loro peso specifico, e miscelarle e mescolarle e selezionarle è un lavoro certosino, da chimici, da farmacisti, se le dosi sono sballate vengono fuori schifezze, veleni. Chi me l’ha fatto fare, di dirle tutto questo? Forse voglio solo consolarla, ed esser consolato. Non so chi dei due possa star peggio, in questo momento, ma non ha importanza.

All’improvviso, Beatrice si alza, fa tintinnare il tavolino, le tazzine, i cucchiaini metallici. Mi si avvicina con circospezione, quei mille anni luce che ci separavano prima diventano pochi centimetri, si fanno millimetri, e stavolta, santo cielo e tutti i santi del paradiso, non è la mia lingua a muoversi a briglie sciolte, ma la sua, e, e, e…mi spiazza. Avverto il suo sapore in bocca, il retrogusto di caffè, i suoi denti perlacei, le sue labbra, lei, tutto quanto. Mi sento a tre metri sopra il cielo come scriveva Moccia in un suo famoso romanzo della generazione giovane e giovanile, ma forse è più in alto, perché certe cose sono ancora più belle quanto capitano come delle sorprese. E questa è una, forse la migliore.

Ridiamo mentre ci scopriamo che stare avvinghiati non è troppo comodo, avremmo bisogno di andare via, lontano da lì, da quel bar del centro che sembra puntarci addosso tutti gli occhi, anche se non gliene frega niente a nessun altro, di noi due, noi siamo lì, al centro del nostro mondo, e quello che verrà dopo non ha importanza, ne ha ancor meno quello che è accaduto prima, perché quello che veramente conta è l’adesso che vorrei stringere forte tra le mie dita, come i capelli di Beatrice, che mi bacia con la leggerezza di una ragazza che aveva pianto solo poco fa.

È bellissimo consolarla, ed essere consolato, tutto qua.

***

Intanto si è fatto tardi, è quasi l’ora di pranzo, forse dovremmo tornare a casa, dopo esserci sbaciucchiati come due ragazzini (ma non lo siamo, forse? O abbiamo scoperto solo ora di esserlo? Riappropriarci della nostra giovinezza, ecco quello che dovremmo fare, ma questi sogni sono inopportuni per delle menti così acerbe come le nostre, temo), e raccontatici cose assurde, divertenti, strambe, raccontatoci segreti, curiosità, aneddoti, come se non ci conoscessimo da una vita e volessimo entrare di botto nella vita l’uno dell’altra. Le cose vanno in una maniera strana, talvolta. Ci dobbiamo salutare, le sue parole tristi della mattina si sono fatte parole allegre del mezzogiorno, e chissà cosa poi. I suoi occhi umidi mi guardano in attesa di risposte a domande che non mi ha ancora fatto, e che forse non mi rivolgerà mai. Dovremo dirlo ai nostri amici, al gruppo?

«Domani dobbiamo vederci tutti quanti. È l’iniziazione di Artemide.» Artemide? Sarà il nomignolo che Beatrice affibbia a tutti quanti, in quel linguaggio tutto suo fatto di acronimi e formule segrete, quasi che nel suo mondo fatto di belle parole abbia accesso solo lei, e nessun altro. Annuisco automaticamente. «Domani dovremo vederci io e te, prima di tutto. O no?» le chiedo io, su di giri. «Ti chiamo stasera, poi ti dico.» «Come vuoi.» un’ombra di delusione mi passa davanti agli occhi. «Certo, è sempre così, è sempre come voglio io.» mi fa Bea con la sua sicumera. «Non ne avevo dubbi.» cerco di darle un altro bacio, ma lei è già lontana, partita per il suo mondo, le sue avventure, i suoi nomignoli affibbiati a caso, i suoi pensieri sparsi come briciole sul tavolo dopo il pranzo. Rimango interdetto, ma faccio finta di non pensarci, d’altronde ogni cosa è bella proprio perché unica.

Giro senza meta per ore che sembrano interminabili, inseguendo un cuore che brancola nel buio o arranca dietro le proprie chimere irraggiungibili e ammalianti. Col fiato corto, rientro a casa, annuncio la mia presenza, ma nessuno risponde, perché nessuno è in casa, una casa che è ancora più vuota ora che Anna è in ospedale, Elisabetta è altrove ma non in Inghilterra come ho detto a Beatrice, e mio padre è al lavoro, lavorio mentale e occupazioni pratiche, pragmatiche, necessarie, indifferibili. A ciascuno il suo. Io non sono da meno, devo organizzare il mio futuro, devo riacciuffare il mio cuoricino che batte all’impazzata, rischia di scappare via, e poi ho un mondo di pensieri in testa, di confusione in tasca, devo solo fare un respiro e riposare, il letto è freddo e sfatto, ma non ha importanza, il sonno che ho addosso mi pesa come un cappotto pesante, quindi non posso far altro che addormentarmi e sognare un mondo migliore.

Il suono del mio cellulare agisce come una sveglia non richiesta, qualche ora dopo. È sera, si è fatto tardi, la casa è ancora dannatamente vuota – a parte me. Rispondo con in bocca il sapore della dormita. È Beatrice, come mi aveva promesso. «Ascolta, Eugi, volevo parlarti di quello che è successo oggi.» «Eh. Beh…è stato bello, io sono stato bene. Tu? No?» «Certo, certo. Solo…» Sento il cuore incrinarsi. Attenzione, Pietro, attenzione che è delicato, è di cristallo ma non è infrangibile… «…solo?» «…solo che ho bisogno di pensarci, di prendere tempo, non voglio saltare tappe o fare tutto troppo in fretta. Ci devo pensare, non voglio perderti, non voglio rovinare nulla…» inizia la sua tiritera di parole, se non altro stavolta non sono condite da lacrime che rischiano di diventare le mie, ma il mio orgoglio mi impedisce di esprimere il benché minimo disagio agli occhi – alle orecchie, in questo caso – di una ragazza, di Lei, di Bea, per cui in silenzio ascolto, ed annuisco. «Domani ci sarai?» Una pausa lunga, lunghissima, pare eterna. Temo sia caduta la linea, sto per mettermi ad urlare nel telefono, ma sento il suo respiro. Sì, Beatrice è ancora viva, è in mezzo a noi. «Non lo so.» Quel mio cuoricino incrinato si spezza in innumerevoli piccoli pezzi, tutti taglienti, il solo raccoglierli fa male perché ferisce le dita con le sue schegge appuntite, quindi meglio non far niente, servono i guanti, serve la colla, ma io non dispongo di nessuna delle due cose, e l’unica persona che in questo momento ha colla e guanti credo proprio sia Beatrice, ma non so se domani ci vedremo, quindi come posso fare per sistemare un cuore infranto?

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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