Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 21

Photo Credit: @luciocampiani

“Il mondo è fatto per finire in un bel libro.”

(Stéphane Mallarmé)

Lo specchio scheggiato

Mi guardo nella opaca superficie del lavandino. Qualche pelucchio sparso qua e là, nulla più. Si trova ad un’altezza adeguata perché non debba alzarmi in piedi, tanto non posso farlo. Non più, oramai. 

Mi chiamo Giacomo ed ho 16 anni. Un fiore appena sbocciato, in pratica: eppure, qualcosa non è andato come doveva, nel periodo di sviluppo, se difatti una malattia mi ha costretto a fare della mia vita una lunga seduta, guardandomi dimezzato su una carrozzella a ruote, una vita rallentata ma che si muove su una minicar a quattro ruote indipendenti. Un fuoristrada per chi fuori dal seminato ci è andato un paio di anni fa, o poco più. Dicono che tanto più sei giovane, tanto più facilmente potrai recuperare, un domani…appunto: un domani lontano, distante, in un futuro remoto che chissà se mai arriverà.

Il fatto è che questa stanza al secondo piano, questo appartamento avvolto in una quiete urbana di un verde che non è più troppo diffuso, al giorno d’oggi, mi consente di spaziare lo sguardo tutt’intorno, e cercare risposte a domande mai fatte. Il tempo da trascorrere per conto mio, in compagnia dei miei pensieri e delle mie solitudini, ne ho piú che abbastanza. Ma ne ho anche più che abbastanza di questa situazione, che non riesco ad accettare fino in fondo, parendomi ingiusta, assurda, crudele. Potrei capire una storia d’amore che finisce, meno un ragazzo come me che finisce costretto a letto, a non poter più camminare.

Non guidavo io, quel giorno, mi ripeto fissandomi i gomiti. Tirerei volentieri un pugno al lavello, ma mi era già capitato di farlo, e la fasciatura alla mano l’avevo dovuto portare per una settimana. Le bende le lascio alle mummie, all’Antico Egitto e compagnia bella. Potrei leggere uno dei libri della sterminata biblioteca di mio padre, ma non penso che i libri possano dare particolare consolazione: sono semplici pagine di carta, fragili come me: tra simili ci si capisce, ma non si va da nessuna parte. Potrei guardare la tv, allora, ma i programmi del pomeriggio feriale sono tutti identici, tutti piatti, tutti assurdi, tutti prevedibili. Al massimo posso rivedermi le storiche serie tipo OC o Gossip Girl, ma al momento non sono dell’umore giusto. La troppa solitudine in casa rende misantropi, credo. O amplifica caratteristiche che uno aveva già in partenza? Ero un abbozzo di misantropo? Mi domando mentre mi lavo i denti, sapore di menta in bocca. Sputacchio nel lavello un grumo di saliva sangue dentrificio. Le gengive fragili di chi non è capace di mordere la vita fino al midollo, insomma. Di bene, in meglio.

Finito in bagno, torno nella mia stanza. Posso sempre aprire skype e vedere se c’è qualcuno in linea, anche se oggi è domenica, è una bella giornata. Francamente, adesso, non so bene cosa fare: posso sempre dedicarmi alla scrittura, anche se più di 7, non ho mai preso, nei temi. Boh, scrivere comunque aiuta. Dicono che sia malattia e terapia al tempo stesso. Proviamo: “Mi guardo nell’opaca superficie del lavandino. […]”

***

Pubblicato da Lucio Campiani

Write Writing Written

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: