Per aspera ad astra, in dieci passaggi – IV

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Segni (sogni?) da un futuro distopico

«Una volta venne deciso tutto.» disse l’Esarca al robot che attendeva guardingo in fondo al salone. Esso non fece alcun cenno. «Ti ordino di venire qui.» continuò l’Esarca guardando apertamente nella direzione dell’automa, ed esso si mosse.  Il suo padrone gli sussurrò qualcosa ai circuiti, digitando anche una serie di numeri e lettere sul suo petto metallico. La cosa chinò lievemente il capo e, ronzando appena, scomparve in un’altra stanza. Poco dopo, tornò accompagnando un altro Esarca. Era raro che due Esarchi si trovassero contemporaneamente nello stesso luogo, ma quando ciò capitava era perché i dignitari dovevano comunicarsi questioni particolarmente importanti in maniera oltremodo riservata. Le comunicazioni tramite onde elettromagnetiche erano sì protette, ma più facilmente intercettabili di un colloquio faccia a faccia, cosa talmente rara che ogni volta che capitava la sorpresa su tutti i distretti adiacenti alle Cittadelle era davvero grande. 

Ogni Esarca aveva il suo personale robotico, ed i suoi segreti. La sua corte, insomma. Distanze chilometriche separavano i possedimenti di ciascuno, che si estendevano per ettari ed ettari di territorio eterogeneo. I due Esarchi si salutarono in maniera molto ampollosa, ma così richiedeva il protocollo, da decenni. Prima era impensabile una cerimonia del genere, dato che nella malaugurata ipotesi le cose non andassero nel verso giusto, veniva distrutto tutto quello che apparteneva all’altro, e chi rimaneva con più possedimenti – o meno robot inattivati, meno umani morti – vinceva, inglobando il territorio dell’altro. «Sia lode a a Te, Esarca di TerreAltissime.» TerreAltissime era una locuzione per indicare le catene montuose. «Lode a Te, Esarca di AmpioVerde.», le distese verdeggianti venutesi a creare dopo il sotterramento. 

Sotterramento era stato all’inizio del secolo. Poiché vi erano troppe persone a popolare il mondo, e poiché l’esplorazione spaziale era ancora latitante nei suoi pieni sviluppi in grado di contrastare il fenomeno, oltreché i pianeti colonizzabili erano appannaggio di astronauti ben allenati e nient’altro, allora si era deciso di dedicarsi ad abitare l’unico vero Pianeta sul quale, tutti quanti, si conviveva. Gli scavi erano durati più di vent’anni, ma avevano dato i loro frutti: molti cercano l’oro, pochi lo trovano. Mancava l’automa dell’altro Esarca, che subito mise le mani avanti, dicendo: «Motivi di sicurezza, Esarca di TerreAltissime. Sarebbe troppo avere due Doppelganger degli Esarchi a poca distanza l’uno dall’altro. Sono più aggressivi dei loro padroni, lo sai.» Lo sapeva. Il suo robot attendeva muto al limitare della sala. Sembrava spento, ma i suoi circuiti erano ben attivi. Gli chiese di uscire, e l’automa lo fece. Ora potevamo parlare tranquillamente, e soli.

«Il motivo per cui giungo qui da te, Esarca, è che la mia Cittadella registra un calo di produzione nel suo territorio. Scarseggiano materie prime e prodotti del sottosuolo. Non riusciamo a capire bene il motivo, ed appunto abbiamo pensato che era meglio incontrarci.» L’Esarca di AmpioVerde malcelava il suo nervosismo, e per gli Esarchi era cosa rara. Forse era un novello, allora non era ancora abituato a tutte le macchinazioni che andavano avanti tra Esarchi come un’estenuante partita a carte – comunque carte truccate, eh. Un punto a suo favore, valutò l’Esarca di TerreAltissime. L’altro aveva fatto un errore da pivellino, gli offriva tutto quanto su un piatto d’argento. Sistemandosi più tranquillo sulla sedia, l’Esarca di TerreAltissime meditò in quante mosse concludere la partita. Forse entro sera poteva inglobare…vabbé, meglio non mettere il carro davanti ai buoi. Gli sorrise apertamente, allargando le braccia: «Capita, alle volte. Ma tu sei giovane, Esarca di AmpioVerde, e molte cose ancora non le conosci. Nevvero?» L’altro annuì reticente. Rischiava di essere un viaggio fatto a vuoto, a meno che…gli venne da fare una domanda: «Non voglio dunque farti perdere tempo, ma sono qui anche per chiederti un’altra cosa.» Un’altra? E cosa? Come sarebbe andato il tempo atmosferico la prossima settimana? Non lo faceva così tanto sprovveduto, quell’Esarca Novello. «Quando torneranno?» chiese con apparente disinteresse e noncuranza. «Chi?» «Quelli del progetto Nephia. Per tutti i circuiti neurobotici, credi che non torneranno? Credi davvero abbiano preso il volo e si siano dispersi nell’aria come gas di scarico? Eh?» a quella domanda, l’Esarca di TerreAltissime rimase spiazzato. Dove aveva preso quelle informazioni? E perché, soprattutto, gli rivolgeva quella domanda con quella finta innocenza che mascherava ben altro? Fece finta di non averlo sentito, o di non prestagli attenzione. Chiamò il suo robot, il suo doppio, il suo fedele avatar. Questi si presentò con la giusta deferenza di un’apparecchiatura elettronica. «Accompagna l’Esarca all’uscita, grazie. Il nostro dialogo è terminato.» «No.» «Come, scusa?» «Ordina al tuo robot che può tornarsene a cuccia. Il nostro dialogo non è ancora finito, Esarca di TerreAltissime.» Con questo atteggiamento, rischiava di dimostrarsi oltremodo scortese, e far venire meno secoli e secoli di buone maniere tramandate con non semplicità. Ma non erano in gioco le buone maniere, adesso. C’erano ben altre questioni di cui occuparsi. Perché non gli desse più noia, fece terminare il suo robot. L’ingranaggio si spense e cadde a terra come corpo morto. Ma non era deceduto, era soltanto stato disattivato. Sine die, ovvero per un tempo molto lungo. Anche eternamente lungo, qualora l’altro Esarca fosse… «Perché l’hai fatto?» era tutto assurdo, ma era tutto dannatamente vero, reale. Sembrava di trovarsi in uno di quei film in quattro dimensioni che aveva visto la settimana scorsa. «Perché devi dirmi la verità, Esarca. Se tieni alla tua vita.» disse puntandogli contro un taser. Non uno di quelli che un tempo immobilizzavano le persone, ma molto più letale. «Pensa che è un nuovo modello, non l’ho mai provato prima, ad essere sincero. Se vuoi offrirti come cavia, prego.» era abbastanza inflessibile, nelle sue parole. L’Esarca di TerreAltissime tentennò, poi mise lentamente le mani avanti, dicendo. «Hai ragione, so cose che non tutti conoscono. Ma non è così semplice da spiegare.» Evidentemente, non era un Esarca quell’altro con cui stava parlando. Altrimenti avrebbe avuto con sé un robot, un suo doppio che gli avrebbe impedito di mettere a repentaglio la vita di un altro Esarca, non c’erano dubbi. Forse era un fuggiasco dai sotterranei. Ogni tanto qualcuno ce la faceva, anche se i più venivano rispediti prontamente di sotto, oppure…Beh, era ovvio quale fosse l’alternativa. «Perché non hai risposto ai messaggi di quelli della Fenix? Perché li hai fatti girare in tondo come dei babbei? Eh?» Costui sapeva molto, più che abbastanza, anche se di sicuro non tutto quanto, non la storia nella sua completezza; ad ogni modo, era inutile cercare di tergiversare, prendere tempo o mentire. Non era un Esarca, era un falso. «Perché non volevamo rivederli a casa. Avrebbero portato…brutte cose.» glielo disse d’un fiato, senza guardarlo negli occhi. Probabilmente anche quell’estraneo portava brutte cose. Anzi, era una possibilità molto grande: là sotto le malattie circolavano come banchi di pesci nella corrente dell’oceano: senza sosta, senza fine. Per non dire tutto il resto. Era un mondo che non conosceva, ma che non avrebbe mai voluto conoscere. Bastava aver di fronte quel Falso Esarca. Sì, la sicurezza sarebbe stata decuplicata, questo era ovvio, ed era il minimo. «Brutte cose! Non siamo in un film di fantascienza di millenni fa, su! Alien è datato, è fanta-archeologia per gli estimatori del settore. Non sono stupido.» «Nemmeno io, nessun Esarca lo è. I nostri QI sono selezionati appositamente…» «Non farmi la lezione su cose che conosciamo entrambi. Questo non è neppure un romanzo d’appendice, sai.» «Ma tu non sei un Esarca. Tu chi sei?» «Potrei essere la tua coscienza sporca. La tua e quella di tutti coloro che conoscevano e, in questi secoli o decenni, sono stati in silenzio. Dì la verità: hanno trovato qualcosa di importante, lassù dove stanno?» A questa domanda, l’Esarca annuì. Ma all’altro non bastò quel segno. «Preferisco me lo dica a voce.» Stava registrando, era ovvio. Voleva avere delle prove tangibili da portare a…a chi? Ma aveva importanza, tutto ciò, con un’arma puntata addosso? «Sì, hai ragione. Dici il vero, noi sapevamo che quelli del progetto Nephia avevano trovato qualcosa di importante là dove si trovavano, ma non eravamo in grado di accettarne le conseguenze. Farli tornare a casa avrebbe minato il nostro potere, e non ce lo potevamo permettere. Tutto qua, va bene così? Sei contento?» «Io non sono contento, perché le sapevo già, queste cose. Ma loro saranno felici di ascoltare queste parole.» «Loro chi?» – Vieni con me, e vedrai.

Uscirono fuori, l’ampia distesa terriera, un tempo acri di terra coltivata, era occupata da uno stuolo di astronavi. Come fossero locuste, avide locuste cresciute un po’ troppo. «Quelli del progetto Nephia, che sono tornati e vogliono concludere quello che secoli fa avevano iniziato.» «Che cosa avevano iniziato?» «Beh, portare via tutti. Portarci tutti in salvo. Altrove. Le vedi tutte queste astronavi, Esarca? Quelle rappresentano le nostre scialuppe di salvataggio. Faranno la spola tra la Terra e la Terra Promessa.» Si sarebbero comportati come uccelli migratori, che nei loro estenuanti e lunghi viaggi, alla fine tornano a casa per deporre le uova. «Una volta andati via tutti, voi Esarchi potrete continuare i vostri giochetti da piccoli re. Con un po’ meno gente, direi, ma tant’è: non si può avere tutto dalla vita, no?»

L’Esarca rimaneva in silenzio. Si lasciò cadere a terra, per la stanchezza. La prima astronave si alzò in volo, zeppa di persone che, incredule, guardavano la luce con la stessa espressione di chi non era mai uscito prima dalla caverna.

Ecco, pensò, erano tornati. Ed avevano portato un germe pericoloso, difficilmente debellabile. Quello della libertà.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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