Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.3

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2.

La lezione è iniziata da una buona mezz’ora. Nella classe 5°C è il momento di Italiano, è giorno di interrogazioni e nessuno è davvero preparato. Per non essere ingiusta, la professoressa opta per l’estrazione, o meglio il lancio di un dado e chi viene viene, a chi tocca, tocca. Nessuna scusa, chi capita, capita. Lei non è solita a cose del genere, ma quel giorno è di umore diverso, ha un programma da concludere ed ancora un sacco di cose da fare. Al lancio dei dadi tutta la classe trattiene il respiro, il responso è crudele: Pietro Eugeni. Tutti gli occhi si spostano su di lui, quello strano, che dà poca confidenza, che gira con persone strambe come lui, che studia il giusto e galleggia in quell’acqua bassa, anche senza bisogno di braccioli. Il destino se pare crudele per Pietro, lo sarà ancora più dopo, ma questo non lo sa né può immaginarselo. Stoicamente, sistema le cose che aveva sul banco preparandosi alla sfilza di domande su una materia che meno gli piace in assoluto, lui che ambisce a fare cose più pragmatiche e tecniche, o musicali, azzardate, insomma: tutto ma non l’arida letteratura, una sciarada di parole che non significano nulla, che sono solo un incespicare della lingua nell’articolare dei suoni, che la letteratura non vuol dire niente, è superata, è morta, nell’epoca della notorietà per tutti, in duecent’ottanta caratteri tondi tondi.

«Senti, Pietro…potresti parlarmi del ruolo che deve avere la poesia per Giuseppe Ungaretti e cosa sia esattamente il porto sepolto, facendo anche riferimento al commento stesso che lui ci ha lasciato…insomma, ricordi di quando ne abbiamo parlato e…»

La prof. di italiano lascia la frase in sospeso. Attende la risposta, di sentire la tiritera di parole e nozioni imparate sui libri, tutte uguali più o meno nei concetti.

“Chi cazzo se ne frega delle sue stronzate, e di Ungaretti e Montale e Quasimodo, Saba, Eco, il postmoderno. Cazzate, cazzate e cazzate.” Pensa Pietro Eugeni, interrogato, alla fine dell’anno per tirare su la media, far finta di essersi impegnato. Tanto il debito in italiano non glielo leva nessuno. Sbuffa, senza preoccuparsi più di tanto di nasconderlo. La professoressa, vecchia e rugosa, non lo dà a vedere. Forse non se ne accorge nemmeno, da dietro la montatura dei suoi occhiali rigati e fuori moda, come tutto in lei. 

A Pietro verrebbe fuori una risposta scortese, ma se la rimangia. Il breve silenzio del ragazzo è interrotto da qualcuno che bussa alla porta dell’aula. L’insegnante, logorata da anni di lezioni e ragazzi reticenti, fa ondeggiare i suoi occhi rimpiccioliti dagli occhiali tra il giovane e lo stipite, quindi tra lo stipite e il giovane. Può solo dire: «Avanti.» 

Entra una bidella, si avvicina alla professoressa, guarda anche lei il ragazzo, come se lo conoscesse, ma quella dev’essere un’impressione di Pietro, nulla più. Parlottando all’insegnante, il suo sguardo vuoto vaga tra i componenti eterogenei di quella classe, in quasi eguale numero tra maschi e femmine, dodici ragazzi e tredici ragazze, una classe non troppo numerosa della nidiata del 1993. Finisce il suo parlottare che sembravano le confidenze di una soap opera. La professoressa torna a guardare Pietro, e stavolta gli dice solo, a mezza voce: «Esci pure con la bidella, Pietro. C’è una telefonata per te, in Presidenza.» Il ragazzo non può che essere sorpreso. Lasciando tutta la sua roba in classe, esce con lo sguardo stupito. Zaino e astuccio rimarranno in quella classe indenni fino al giorno dopo, giubbotto escluso. Non c’era bisogno di materiale alcuno, il giorno dopo non avrebbe avuto nessuna interrogazione. 

Sua madre Anna era stata ricoverata in ospedale. Non lo sapeva ancora, ma era per overdose di farmaci, o come si dice altrove, tentativo di suicidio, sarebbe stata la diagnosi che aveva appreso il padre prima di chiamarlo al Liceo. Per il momento, Pietro non avrebbe dovuto saperne nulla: massimo riserbo, e poi i panni sporchi si lavano in famiglia.  Sì, i compiti del giorno dopo e l’interrogazione della settimana seguente potevano ben aspettare. C’erano cose più importanti, adesso, cui rispondere.

***

Non riesce a prendere sonno, Pietro. I suoi pensieri sono tutti accartocciati come fogli appallottolati e gettati per terra. I suoi occhi guardano nel buio, senza distinguere alcuna forma. 

I suoi pensieri divengono eco fastidiosa, nella sua testa: “È nel torpore della notte che i miei pensieri divengono simili a fantasmi, nel loro grottesco perseguitarmi. La mattina riapro gli occhi vinto dall’insonnia e dal cupo terrore che può solo colpire chi, come me, da circa una vita quotidianamente combatte contro i propri demoni. Chissà se potrò mai avere pace…se neppure il sonno, stato più simile alla morte, riesce a darmi sollievo, allora l’inferno è già qui, e così sarà quando diverrò pasteggio per rapaci o vermi (animali o umani non cambia). Amen.”

“Oppure sono solo miei fantasmi interiori, un crudele gioco che mi infliggo per tenermi sempre all’erta, che non si può mai sapere cosa ci riserbi ilk domani, di certo non a me.”

“Se laggiù c’è l’inferno, vai avanti prima te”, dice a suo padre, che l’ha cresciuto abbastanza bene, rendendolo abbastanza sicuro di sé, ma certe volte è troppo, non ce la fa, non è mai abbastanza, ed i suoi bisogni tornano ad essere quei bisogni di tutti, una regressione alle origini.

Certi bisogni non cambiano neppure

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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