Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 20

Photo credit: facebook.com & crocetti editore

“L’avvenire è di coloro che non sono disillusi.”

(George E. Sorel, ‘Riflessioni sulla violenza’)

In fondo è un destino che mi sono scelto.

Piove, piove forte in questa fredda città che minacciosa mi circonda. Sento che è tardi, ma non conosco l’ora, forse il tempo si è congelato in un eterno presente di innumerevoli gocce d’acqua. Pliccando grevi si infrangono nella luce ambigua di un lampione, sparuta presenza nella notte, indelebile assenza del giorno. E domani?

Passerà pure, mi dico; finirà magari, mi esorto; anche questa sigaretta accesa da chissà quanto sta per concludere la sua tiepida esistenza, perciò la notte, il buio, questa pioggia e molte, troppe altre cose, infine avranno tutte, tutte quante, il loro requiem. Un latrare di cane in lontananza, una eco di clacson in apparente risposta. Un correre di passi sul selciato bagnato. Tre semplici cose apparentemente legate da un rapporto di causalità, oppure è solo l’immaginazione (la maledetta!) a volerle unire assieme. Un cane, una macchina, della gente; ciò che è rimasto come scarto della giornata, ciò che non è stato setacciato via dallo scuotere blando compiuto tra queste fredde pareti di asfalto e lapidi di cemento, fondo di bottiglia che conteneva una brodaglia di vita sopra-vissuta, in un alternarsi di doveri e svago (di cemento ed asfalto. Appunto, insomma.)

Scrivere queste parole rivolte ad una realtà che non mi trova, è quanto mi viene meno peggio. Tutto il resto è disastroso, mi confesso ogni volta la sera, nel letto (a me stesso: ad Io) prima di prendere congedo da questa assurdità in cui naufrago spesso e malvolentieri. La vita, il mondo…mi dico: entrambi fallaci, entrambi interdipendenti: la voglia di vivere equivale al voler stare nel mondo. Ritirarsi dal mondo non è dunque dissimile dal morire, no? Ed il sonno fa quasi altrettanto: si potrebbe evitarlo, credo si vivrebbe di meno, riempiti sino all’orlo di tutte tutte le esperienze che quotidianamente ci perseguitano. Sembrano discorsi di un disilluso o un amareggiato, a parlare così, e forse lo sono. Ero partito, al via di questo immenso monopoli srenza fine, pieno di buoni propositi e belle speranze. Poi, casella dopo casella, mi sono reso conto che le speranze erano illusioni ed i propositi meri sogni. Niente più. Malgrado ciò, ho sempre cercato di far buon viso (di bluffare, alla fin fine), in questo solitario di poker, dove si perde sempre, anche contro sè stessi, inevitabilmente, essendoci ipotecati la vita prima ancora di nascere. O meglio, può anche darsi che la vita per come la intendiamo altro non rappresenti che l’atto finale di tutto l’infinito prima di noi. Poiché nulla può durare per sempre (è una legge simile a quella dell’entropia: nulla si crea nulla si distrugge nulla dura per sempre né può mai finire, ma l’unica eternità è un continuo divenire). Panta rei.

Ho tra le mani delle cartoline, quando ancora ci si spediva cartoline da posti assurdi scrivendoci sopra cortesie ovvie. Alcune sono della mia fidanzata di un tempo, altre di amici che non vedo da una vita, altre ancora da un’altra ragazza, che avevo conosciuto quando mi sembrava assurdo stare sempre fermo nello stesso posto a vedere cose sempre uguali a loro medesime. Le sfoglio una ad una, le faccio a brandelli e ne lancio i rimasugli alle mie spalle, dopo averle dato fuoco con l’accendino. Fuochi fatui della notte, ricordi di un passato che non ritorna, briciole di Hansel e Gretel mangiate dagli uccellini. Il pavimento della mia stanza si riempie di cenere, ma oggi non è Mercoledì.

Devo interrompermi perché suonano al campanello: chiunque sia, non andrò ad aprire.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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