Fantasy Underground su dodici livelli – 4°

III. RIMANI PRIGIONIERO ANCHE QUANDO CREDI DI ESSERE LIBERO

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Una triste pioggia battente scrosciava ininterrotta da due giorni sulla regione di Thräem.

La cittadina di Ytla era avvolta in una cappa fuligginosa e umida, che non permetteva nemmeno alla luce del sole di rischiarare tenuemente attraverso la massa omogenea di grossi nubi plumbee e grigiastre. Poteva essere giorno oppure notte, nessuno riusciva a notare la differenza mentre la vita della città proseguiva pigramente per il suo corso, lasciando tutto sommato ben pochi increduli ed attoniti a commentare l’eccezionale situazione di maltempo. Tutti gli altri si dedicavano alle loro attività come se nulla fosse, probabilmente abituati a ben altro che a della pioggia forse un po’ troppo insistente, probabilmente inclini a pensare al peggio, attendendo senza trepidazione l’attimo in cui sarebbe accaduto.

Un uomo incappucciato uscì guardingo da una locanda male illuminata, lasciandosi alle spalle un breve vociare fragoroso e rumore di boccali sbattuti sul tavolo. La porta cigolò alle sue spalle mentre si avviava a passo veloce per la strada principale che attraversava l’abitato da est a ovest; un lampo illuminò per un secondo il suo cammino, sfarfagliando su un medaglione rotondo e dorato che portava al collo, simbolo di potere, ricchezza e austerità, antico simbolo di un ordine ormai decaduto, fuorilegge, nemico. Con un gesto rapido e stizzoso l’uomo fece scomparire il medaglione al di sotto del mantello color pece, lanciando un’occhiata alle sue spalle per controllare che nessuno potesse averlo notato. Poteva star tranquillo: la città era deserta e la strada echeggiava del rumore monotono dei suoi passi unito a quello della pioggia che cadeva senza sosta.

Quella che poteva essere la notte – o anche il mezzodì – trascorreva in una piatta tranquillità, come se gli abitanti di Ytla si fossero rassegnati ad un diluvio eterno e ad una vita umida e piovigginosa. L’uomo fece una smorfia di disappunto mentre sulla strada si proiettavano le ombre falsamente festose di un’altra locanda piena di avventori…come se annegare le proprie preoccupazioni nella birra calda come piscio e amara come fiele potesse essere anche un buon metodo per risolverle! Scosse la testa e il suo cuore fu pieno di bramosia. Non della vita di quegli stolti, non delle loro vuote risa e parole, non dei loro boccali atti a riempire botti di legno marcio ancor più che uomini i cui avi erano stati destinati alla gloria. Da quella gloria persino essi erano decaduti, la loro progenie era adesso un’ingenua massa di avventori di locande e frequentatori di bordelli, sottomessa a osti e puttane e a qualche moneta d’oro da poter scambiare con loro. Ma lui non aveva fretta, era semplicemente in attesa.

***

Altrove, la luce del tiepido sole di inizio estate filtrò attraverso le vetrate colorate che davano sul giardino, andando a colpire il volto del giovane uomo, in piedi di fronte al Trono, colorata di un verde che rappresentava sul vetro i prati del Regno, tutt’intorno al castello. Costui si schermò il viso con una mano guantata di ottimo cotone delle terre del Sud e allora dal Trono si alzò una figura più vecchia, ma non per questo curva sui propri anni, che anzi aveva costruito sopra essi il motivo per ergersi più fiera e possente di un tempo, e raggiunse essa stesse le tende di damascato porpora serrandole davanti alla fonte di calore, di rinascita della natura e della vita.

«Non ve n’era bisogno, mio Signore.» affermò l’altro uomo arrossendo all’improvvisa comparsa del buio – un buio che ricordava altre cose, altri momenti, altre lotte all’ombra di Salal…cose che l’uomo preferiva non ricordare. «La rinascita di questi mesi è fittizia, mio caro Ereb: preannuncia l’arrivo della morte, del freddo…e del lungo inverno. Lo sai tu, lo sappiamo bene entrambi.» L’uomo si ritrasse da quelle parole, rabbrividendo per il nuovo richiamo al Buio. BUIO. Assaporò l’amaro di quella parola, tremando di terrore. A Salal era stato buio tutto il tempo, non esisteva il sole, a Salal. Né alcun uomo poteva affermare cosa vi esistesse. Era più facile dire cosa non vi esisteva. «Salal.» continuò il Sovrano, quasi in un gioco sadico al richiamo dei più spiacevoli momenti che dovevano essere stati della vita di entrambi; anche il Re parve assaporarne il ricordo, gustarne ogni più piccola sfumatura, ma era un sapore diverso, di vendetta incompiuta che presto si sarebbe realizzata. L’altro uomo, lo poteva distinguere ora, nell’oscurità a cui i suoi occhi si erano abituati, stava per accasciarsi a terra e piangere. Ciò lo spinse a continuare a parlare. «Ricordi, Ereb, quando sguainammo le spade al vessillo dei Carcerieri, guadagnando a stento la libertà dalle tenebre…lo ricordi? Quando ad assisterci sul campo di battaglia non potevano giungere nemmeno le stelle, oscurate dal velo nero e perenne di Salal?» Quanto tempo prima? Venti anni prima, secondo il loro calendario. 20 A.R., Anno della Rinascita. «Sì, mio Sire. Lo ricordo. E ricordo quando voi mi lanciaste la vostra spada perché io proseguissi con il resto dell’esercito, voi caduto da cavallo ed attaccato dall’Esercito dei Marchiati, circondato. Mi urlaste: “Compi ciò che devi, e che questa mia spada torni ricoperta di sangue dei Carcerieri. Affrontali tutti e trenta, uno per uno, atterrali e concludi il dominio del terrore.” Ma quando entrai essi erano fuggiti, il loro dominio disperso, e le prigioni vuote e echeggianti di silenzio fin nelle profondità del Continente.» Lo disse come per giustificarsi. La fronte era imperlata di sudore; l’uomo strinse l’elsa della spada con movimenti convulsi della mano, come se il contatto con quell’oggetto conosciuto potesse riportarlo alla realtà. Ma qual’era la realtà?

Vide un luccichio provenire da dietro le tende, ma lo confuse con l’immensa Porta fiammeggiante per tutta la sua altezza quando avevano fatto irruzione nelle Prigioni, per ridare la libertà. La Porta intagliata da artigiani secoli addietro e che aveva rappresentato il dominio dei loro antenati trasformata in un cancello di reclusione, nessun rampicante ad ornarne le volute ed arrampicarsi lungo i cardini, nessun intaglio impreziosito dalla colata d’oro delle miniere delle terre del Nord: la ricordava ancora, nella sua mente, la porta ricoperta di graffi e tagli, da asce e accette e martelli a tentare di sfondarla, irta di frecce come un animale braccato dalla caccia, mentre loro però dovevano entrare. E quando la Porta simbolo del loro antico dominio era crollata, suggellando la fine dell’altro dominio, quello usurpatore, traditore e schiavizzante, il suo cuore e quello dei suoi compagni aveva gemuto come i cardini d’argento divelti. Fuori dal corridoio echeggiarono dei passi di alcuni servitori, ma li udì quali i propri mentre, solo, si dirigeva verso l’Aula dei Trenta, invocando la protezione degli dei sulla spada che reggeva e sulla mano che la impugnava, e sullo spirito che la guidava affinché rimanesse saldo nonostante tutto quello cui avrebbe potuto assistere. E superò il colonnato che introduceva all’Aula e che, ai fianchi, dava sul Vuoto, che conduceva alle profondità della Terra stessa. Il pavimento era di pietre lastricate e sconnesse, scivoloso come per il muschio che neppure lì comunque poteva crescere; le colonnine di marmo nero risaltavano per grazia di una luce che fino ad anni prima riteneva impossibile in quel luogo, e che scoprì essere intrinseca del luogo, emanarsi dal Nulla e sul Nulla riflettersi, e la sua mente stava per essere soggetta a quelle illusioni quando distolse i pensieri e continuò, senza voltarsi ed affacciarsi dalle finestre ogivali continue che si avvicendavano al ritmo rapido dei suoi passi. Eccoli, i suoi stivali che risuonano per il corridoio, e lui, Ereb D’Lyn, che supera la porta e irrompe nell’Aula, la spada sguainata unica mera difesa dai…Trenta Carcerieri!

«Nooo!» urlò, e si inginocchiò a terra, la faccia raccolta nell’incavo delle mani; il miglior guerriero del Reame, dopo il Re, che singhiozzava come un bambino appena nato, scosso nella sua cotta di maglie finemente intrecciate, lo stridio della lama della fodera della spada che raschiava sul pavimento di marmo bianco e nero a creare forme geometriche di vario tipo. Il Re non vi badò: aveva visto interi eserciti fuggire sgomenti dinnanzi al Buio, alla paura più totale, abbandonando le armi e gli stendardi che fino un attimo prima garrivano al sole ed al vento sul desolato campo di battaglia, dinnanzi ad un nemico che nessuno aveva mai saputo descrivere. Aveva osservato con disprezzo e tristezza i cavalieri della sua scorta lasciarlo solo nel momento del massimo bisogno, gli stalloni schiumanti per lo sforzo di scampare alla morte: eppure lui aveva continuato a combattere, ed aveva esortato a svincolarsi dal giogo di Salal, ricacciando i Trenta Guardiani nelle profondità delle tenebre da loro create. Però, dovette ammettere con grevi cenni della testa, mentre accendeva una candela e la avvicinava al viso del suo soldato più fedele, per osservarlo alla luce, dovette ammettere che lui non aveva percorso il Corridoio né era riuscito a trovarlo, dopo i labirinti di scale della Prigione, e non aveva fatto irruzione nell’Aula come Ereb aveva raccontato inconsapevole nel filone dei suoi ricordi. Ora l’altro si era interrotto, ma egli doveva apprendere di più, doveva sentire la fine del racconto, apprendere se il suo più fedele aveva adempito alla missione, abbattendo con la spada che gli aveva consegnato i Trenta, oppure…

«Poi cosa successe, Ereb?» domandò accomodante, mentre l’altro uomo continuava a singhiozzare, anche se in silenzio, ora. «Dimmelo.» mosse la candela in lungo e in largo, per avvisarlo della fine del buio, ma non aprì le tende perché sapeva che anche la troppa luce avrebbe paralizzato la lingua ed i muscoli dell’uomo. «Dimmelo.» La cera calda gli calò sulle dita, costringendolo ad appoggiare sul proprio tavolo la candela, la fiamma a ballare la danza del suo respiro affannoso, di colui che si prepara a sentire una verità già conosciuta e serbata nei recessi del proprio cuore, ma troppo dolorosa da poter ammettere.

La porta dietro al Comandante Ereb D’Lyn che si aprì con discrezione e con un cigolio il soldato la confuse con il rumore della porta che si aprì molto lentamente per quanto con forza vi avesse spinto per irrompere nell’Aula. Non l’aveva osservata troppo a lungo, pur distinguendone, alla luce flebile della fine del lungo corridoio sospeso, la fattura, le nere assi lignee che la componevano, mentre si innalzava per centinaia di passi sopra la sua testa scossa dall’incredulità. Un solo simbolo, semplice, al centro, a contraddistinguere il dominio a cui gli schiavi ribellatisi avrebbero dovuto assoggettarsi, in seguito: una fiamma nera, che risaltava sul nero del portale per mezzo di una lamina d’oro, quadrata, per sfondo.

Là sedevano i Trenta, che tutti insieme si alzarono, additandolo. Dai loro cappucci che oscuravano il viso provenne un monito muto, di avvertimento, ed egli sentì i loro sguardi su di lui; brandì la spada, senza intimorirli. Essi infatti avanzarono a lunghi passi verso la porta presso cui era rimasto in attesa; levarono i cappucci, mostrando i loro volti. Sguainarono spade nere come la pece che raccolsero l’ultima lama di luce mostruosa di quel luogo, ed allora egli non potè fare altro che tentare di bloccare i guizzi del suo sangue dai tagli…su tutto…il corpo!

«Nooooo!» Erenn urlò, lacerando l’aria della stanza al punto che essa si riempì subito delle guardie del Sovrano e dei suoi servitori spaventati. Qualcuno corse per spalancare le tende, ma il Re lo bloccò con voce ferma, chiedendo a tutti di andarsene; quando anche l’eco dei passi si fu spento e rimase come unico suono di sottofondo il piangere aritmico e sconvolto dell’uomo lì inginocchiato di fronte a lui, sapeva comunque che nella stanza era rimasto qualcuno. Ma non disse nulla, aspettando che Ereb – il suo fidato Ereb! L’uomo cui aveva lasciato il Regno durante i suoi viaggi più di una volta, negli anni a venire la battaglia – si riprendesse dallo stato in cui era caduto. La verità tornava a galla, come un pezzo di legno tenuto a forza sott’acqua: tornava in superficie spruzzando scintille di verità inimmaginabile simile alle lacrime del soldato o alle piccole schegge di vetro che pugnalavano il cuore del Re. «Vai avanti, Erenn.» Difendersi era vano, inutile. Corse indietro per il corridoio, tentando di bloccare l’avanzata dei Trenta, tentando di non guardare oltre le finestre nell’abisso senza fondo; il buio era ovunque, ogni passo un tranello, ogni movimento uno scalino in più nella discesa verso le prigioni più remote. “Tu ti sei ribellato a noi, uomo. Hai osato entrare nell’Aula dei Trenta Guardiani, ed interrompere il nostro Consiglio. Hai avuto l’ardore di guidare i tuoi eserciti fin qui e darci battaglia: tu non ci conosci.” Le parole gli martellavano in petto, nelle ossa: le ripeté in preda a convulsioni, mentre il Re lo guardava sgomento. Dissero ancora: “Tu vorresti annientarci, farci capitolare. Pazzo! Ti getteremo nell’abisso per l’eternità, e ti rinchiuderemo in spesse gabbie mai più apribili, facendoti soffrire per sempre. Ti marchieremo al nostro volere e tu non potrai più ribellarti. Puoi tornare indietro, se vuoi. Essere nostro strumento nel mondo che si crederà affranto al nostro dominio.

«Puoi accettare il nostro volere, dandoci in pasto la tua anima, come un tempo. Scegli: la prigionia, o la dannazione! No! No!» artigliò il tappeto posato lì vicino, tentando di nascondersi da qualcuno, da qualcosa. Cominciò a sbavare, in preda a violente convulsioni, mentre la stanza vorticava nei suoi occhi, si confondeva, sbiadiva e si trasformava stabilmente nel ponte sospeso d’accesso all’Aula, che si sbriciolava alle fiamme del fuoco della fiamma nera che scaturiva dalla porta stessa. Con un rumore sordo, le pietre si sbriciolarono e piombarono nel Nulla, trascinandosi dietro le colonne di marmo nero e tutta la struttura, mentre cadeva…cadeva…per sempre…spariva nell’abisso.

«E’ svenuto.» annunciò il Sovrano cupamente, andando a far entrare la luce di prima dalle finestre velate dalle tende; fu un sollievo per lui rivedere lo stesso sole ad illuminare un prato verde e rigoglioso che sapeva essere di contorno al suo castello. I suoi figli vi correvano e giocavano, là da qualche parte. Sua moglie doveva trovarsi con loro. Bei ricordi.

Sbuffando, si concentrò per tornare alla realtà impellente di quell’attimo: la persona che si trovava nella sala del Trono era suo fratello, come aveva intuito. Il quale commentò: «Ora che i Trenta lo hanno abbandonato, è morto.»

Pubblicato da Lucio Campiani

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