Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.2

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1.

Fuori è buio e fa freddo.

Le gocce di pioggia disegnano strane figure pliccando contro i vetri delle finestre. Di tanto in tanto ne proviene un bagliore luminoso, fugace: forse i fanali di una macchina che passa nella strada sottostante, forse un lampo del temporale – ma è inverno, non possono esserci temporali, è più probabile che sia una macchina. Anche se non ne ha sentito il rumore.

Fuori è freddo. Viene buio presto, la sera, d’inverno. Se è inverno. Sento gli spifferi sul collo, e ho i calzetti di lana ai piedi. Sì, è inverno. Se volessi potrei alzarmi ed andare alla finestra e cercare con lo sguardo i passanti e vedere come sono vestiti, se portano un cappotto o un giubbottino leggero, correndo sotto i loro ombrelli. Ma non può essere estate, malgrado questi lampi. Saranno le macchine. Se fosse un temporale estivo i tuoni farebbero tintinnare i vetri delle finestre, e ci sarebbe nell’aria quel classico odore che ha il temporale, e il cielo sarebbe grigiastro e violaceo, non nero uniforme come lo posso vedere ora, magari se spengo la luce cambierà colore diverrà improvvisamente viola, viola come la morte, come l’abito di Don Francesco, quando diceva la Messa l’altro giorno – o era al funerale di Maria? No, donna Maria è morta in estate e noi siamo in inverno! Ricordo distintamente quando è morta, non si stava in piedi in quella chiesa tutti pigiati come sardine sott’olio, lo stesso odore nauseabondo delle sardine sott’olio, e non vedevano tutti l’ora di uscire all’aperto, sotto il sole cocente che picchiava la chiesa di periferia disegnandone crepe grandi e irregolari sull’intonaco di un orribile color verde pisello, sbiadito, spento e anche i parenti di donna Maria non vedevano l’ora di uscire e salutare la loro cara defunta con un ultimo gesto commosso ed affettato, tanto per far vedere i guanti bianchi ricamati portati alla bocca per sbavarli di rossetto, a cercare di tirar fuori un singhiozzo, un singulto, più che a nasconderlo, perché intanto il notaio ha già aperto il testamento e l’eredità è già spartita e loro possono tornare a casa tranquilli, ridendo nelle loro macchine di grossa cilindrata color fumo di Londra, come l’abito del portantino che ondeggiava lieve sotto la canicola e altre goccioline scivolano lungo la sua fronte liscia e imperlata di sudore, bruciandogli gli occhi ma non sono lacrime.

Ma se tornasse Paolo all’improvviso e mi trovasse così seduta sotto la finestra, accovacciata e la luce spenta mi chiederebbe se sto male se mi è successo qualcosa ed io cosa potrei rispondergli se non piangere piangere e piangere

Scoppia in lacrime, la luce accesa, i capelli spettinati e sparsi e castani come la bara di donna Maria che aveva visto entrare nel loculo della tomba di famiglia, marmo e lettere dorate, nascita e morte, una foto di lei che non sorride, più giovane tanto i morti sono morti è inutile ricordare com’erano un anno anziché un altro, li si potrebbe ricordare persino bambini, ora che non sono più vicino a noi. Si sente come il vetro della finestra, avrebbe dovuto chiudere prima le imposte dannazione, la differenza è che quelle lacrime scavano solchi ed hanno un sapore amarognolo, salato, salmastro. Si sente piangere in silenzio, scossa dai singhiozzi e non c’è motivo e oddio Paolo tornerà ma se torna Pietro è anche peggio. Si ferma un istante, incredula, qualcuno ha aperto la porta? Vorrebbe essere il vetro, che se cade si frantuma e si spacca in mille pezzi e non c’è verso di rimetterli assieme, tanto sono piccoli e minuti e fanno male alle mani. Invece no, lei quando cade si rialza sempre.

Piange, piange.

Corre in bagno, accanto alla camera da letto di lei e Paolo. L’armadietto delle medicine è in alto, per sicurezza quando i loro figli erano più piccoli. Ci arriva a malapena; salta e vi si aggrappa con tutte le sue forze. Si apre uno sportello, ne escono barattoli e scatole come caramelle, pillole, antibiotici, flaconi vuoti o scaduti, medicinali vari. Una boccettina. La sua, l’afferra. Pillola rosa. Giù, senz’acqua, c’è abituata e…e…e…

Si alza, va alla finestra. Sospira. Si volta.

Un’altra. Crisi. E’. Passata.

Si china, raccoglie le scatole cadute come gettoni da una slot machine, anch’esse in grado di dare una felicità tanto maggiore – e fittizia – tanto più sono numerose. 

Suonano alla porta.

È Paolo.

Cazzo cazzo cazzo, si dice. Non ce la fa, non ce la può fare, non ce la vuole fare: a resistere, a rialzarsi, a ricominciare. Meglio non aprire. Paolo attenderà, può aspettare, è meglio che resti fuori, Anna vuole compiere una sua piccola vendetta. Sempre così, le vendette: partono in silenzio, per concludersi in grida.

Suonano ancora. Anna vorrebbe urlare, ma sarebbe fuori luogo, come se vi sia qualcosa a posto, in quella casa disordinata ed in quella persona disadorna.  I suoi capelli non li lava da qualche giorno, ma è lo stesso. La sua faccia è stravolta come sempre, ma non ci dà peso. Dentro di lei c’è una confusione inaudita, ma gli altri pare non vogliano cogliere tutto questo, non sono mica degli Sherlock Holmes. Appunto, sono delle persone normali, perse dietro le proprie incombenze e necessità, costrette a correre dietro prospettive che non raggiungeranno mai, e soddisfacendo appetiti altrui che mai verrano del tutto saziati.

 Paolo in compenso inizia a rumoreggiare, là fuori, ma è lontano, troppo distante, è sempre stato distante, nella sua vita, è sempre apparso distaccato dai quei suoi problemi, tutte cose da donne, se lo sbrigheranno loro, tra di loro…Però le cose non sempre vanno come si spera, ed allora Anna ha bisogno di aiuto, e se non lo trova tra le persone, lo troverà nelle cose. Nelle bottiglie di vino, che sono belle da vedersi e buone da gustarsi. E poi, pian piano, le medicine perché dal baratro si può sempre risalire, basta un aiutino, un piccolo aiutino e e e

E poi non è mai abbastanza.

Che almeno passi questo freddo, e si allontani questo buio. Prega in silenzio, tra le lacrime, forse qualche cosa smetterà di essere così brutta, ed in fondo meglio lasciarsi andare, come quando era bambina, aveva timore di tuffarsi in piscina – da adulta ereditò la paura di gettarsi tra la gente. Tutto evolve in infinite forme diverse, dal semplice si crea il complesso, dall’uno origina…

«Ora basta!» urlano dall’altra parte della porta. Dev’essere Paolo, senz’ombra di dubbio, lo riconosce dal timbro della voce. Avrà sicuramente appoggiato la sua ventiquattrore davanti allo stipite, battendo col pugno chiuso, come se alzare i toni equivalesse ad ottenere migliori risposte. Ma cosa ne può sapere Pietro dei problemi di una donna, lui che è un uomo, amorevole, distinto, prevedibile, uomo.

Chissà, si dice Anna, mentre afferra da terra la boccetta, apre la mano come una mendicante, e dal flacone scendono pillole che non sono monete, e le ingoia tutte, senza acqua, le sente avvicendarsi in gola, una alla volta poi tutte insieme, e poi barcollando va alla porta, ne apre le serrature, e poi casca per terra, davanti a Pietro ed alla sua ventiquattrore diligentemente in attesa davanti alla porta.

È troppo tardi, o non lo è mai veramente del tutto.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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