Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 19

Photo credit: https://jloog.com/explore/Cards-clipart-king-and-queen/

“E tu hai fatto questo… di andartene così, di nascosto… senza dir nulla… come l’altra volta.”

(Maria Grazia Deledda, “Canne al vento”)

Un cielo miseramente vuoto.

“Sai cosa? Non sono riuscito a salvarti, a renderti felice. E questa cosa…non riesco a perdonarmela.” Lo ripeti alla tua immagine riflessa allo specchio del bagno. Un’immagine distorta dalle macchie della schiuma da barba o del dentrificio, dalle piccole, impercettibili seccature date dal tempo, e ti domandi se sia lo specchio od il tuo viso ad essersi ridotto così.

Ti schiaffi in volto dell’acqua gelida, il tuo riflesso non ti sorride, e fuori è ancora buio; una luce cangiante illumina il bagno, ogni tanto essa emette un flebile ronzio come di mosca intrappolata. Prima o poi dovrai sostituire anche quella lampadina. “Certe cose si possono cambiare.”: al bisogno, per forza, malvolentieri. “Altre tocca tenersele così come sono.”: te stesso, i tuoi limiti, le tue paure.

La lampada emette un altro, disperato, ronzio nell’alba incipiente. È ora di uscire – è ora di andarsene. La notte ti inghiottirà ancora. “La notte mi inghiottirà. Ancora.” Ripeti come una litania da beghine, a bassa voce, senza crederci davvero. È tutto scomposto, è tutto fuori luogo. È tutto così assurdo. La lampadina si spegne – di sua spontanea volontà. Adesso, finalmente, tu ne sei fuori: è una questione che più non ti riguarda.

Sei uscito in silenzio, per non disturbarla ulteriormente (per non tediarla più). Dormiva; era bella come sempre, come la prima volta, come allora. Cinque anni fa. Cinque minuti prima. Il marciapiede che percorri assomiglia ad un campo di battaglia, retaggio di una gragnuola di colpi caduti senza pietà alcuna, tanto per – come su di te, come i colpi di un destino beffardo, come le colpe di altri prima di te, e tu che ti senti il capro espiatorio di una pena mai detta, la vittima sacrificale perfetta per un rito mai finito – e ti cerchi in tasca una sigaretta. L’ultima che forse hai rimasto, l’ultimo piacere che si concede anche – persino? – ai condannati a morte. O coloro che dovranno espiare un’infelicità eterna.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

Write Writing Written

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: