Adolescenti inquieti e come coltivarli, in dodici capitoli – 1.1

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“Sii libero, capo. È l’unica cosa che conta.”

(John Fante, ‘A Ovest di Roma’)

PROLOGO

La banda dei ragazzi senza nome: ci eravamo chiamati così, forti del fatto che, seguendo le idee allora in voga di giovani idealisti, non c’erano nomi ma solo persone, non c’erano fragili identità ma la forza del gruppo. Si era tutti uguali, quindi meno distinzioni si ponevano tra gli uni e gli altri, meglio era. Già era abbastanza il sesso di ognuno, unico marchio indelebile. Nelle nostre utopie, eravamo contenti così, senza porci troppe domande di cos’era giusto o sbagliato, ma seguendo l’indole della massa variegata che ci componeva, null’altro.

Come rito d’iniziazione, avevamo quello più strambo che potessi immaginare. Dovevamo afferrare un coccio di vetro e passarselo sulla guancia o sul polso, a seconda del nostro coraggio. Una ragazza, o un ragazzo a parti invertite, doveva poi leccare via il sangue che era uscito dalla ferita, baciare in bocca l’iniziato e poi sputare via, per terra, lontano, come fosse un veleno. Erano le ragazze quelle ad essere più a disagio, spesso infreddolite nei loro abiti leggeri, ma i patti erano quelli. Talvolta c’era una delle più coraggiose tra loro che protestava, ma veniva sempre ed immancabilmente invitata al silenzio, e non poteva far altro che tornare al suo posto, mogia. I ragazzi non protestavano, a loro faceva piacere essere baciati, la maggior parte di loro da Beatrice, ma anche Elisabetta aveva un suo perché. Io, beh, io avevo i miei gusti e le mie preferenze e graduatorie personali, e poi c’era anche da dire che Elisabetta era pur sempre mia sorella. Non capitavano queste cose, tra noi, né sarebbero mai accadute. Fortunatamente.

Era un tardo pomeriggio autunnale quando giunse il mio turno. L’aria era carica di attesa come in procinto di scaricare la potenza di un temporale estivo.  Non ero l’ultimo a cui toccava il rituale, ma non ero stato nemmeno tra i primi, e la cosa mi pesava un poco. In un certo qual modo, le ragazze avvertivano il mio disagio, che si rifletteva nei loro volti seriosi, gli sguardi impegnati a dirigersi in tutte le direzioni tranne la mia.                            Avevo paura di sbagliare qualcosa, in quell’inusuale sequenza di gesti; o forse era solo una masturbazione mentale, riflettendoci a distanza di anni da quella stramba sera. Sta di fatto che il coccio di vetro, trasparente nella sua lucida crudeltà, mi capitò in mano e, volente o no, dovevo farlo. Non fece troppo male, non subito. Il dolore giunse tutto dopo, come una puntura d’insetto. Qualche goccia di sangue scivolò fino agli angoli delle mie labbra, ed avvertii il classico sapore metallico del sangue, quindi gustai il sapore di Sara che mi baciava leggere quegli sbaffi coloro porpora. Le nostre lingue si presentarono con un poco di titubanza; fu una cosa rapida, indolore, e soprattutto bella. Avevo chiuso gli occhi, complice il buio e le emozioni e quel profumo fruttato di ragazza, una miscela di sensazioni esplosive che mi spinsero incredibilmente a ringraziare un che Dio che fossi vivo, che fossi lì e che fossi giovane.

Dopo, sarebbe cambiato tutto.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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