Per aspera ad astra, in dieci passaggi – III

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Le stelle sono tante, milioni di milioni…

Lo ammetto, la vita orbitante, in una nave che a volte sembra alla deriva, altre volte in mezzo ad un Oceano vasto come galassie intere, non era semplice. Tutti volevano fare i comandanti, espimere le loro opinioni, dare i propri consigli non richiesti, ma nessuno voleva fare il mozzo, occuparsi delle questioni spicciole, delle pulizie necessarie, dei controlli inderogabili al cuore pulsante della nave spaziale.

Il progetto Nephia era partito, non senza intoppi, ma non per questo indegno del successo. Il problema non era né il prima né il dopo: il vero problema era rappresentato dal durante, perché non si poteva sapere quanto sarebbe proseguito il viaggio, per quanti anni (anni? e perché non lustri, decenni, se non – la peggiore delle ipotesi – secoli?) la nostra convivenza coatta sarebbe dovuta andare avanti e poi, beh…il problema del sesso, della riproduzione, perché su un nuovo pianeta non poteva certo giungere un’intera squadra di vecchi, destinati solo a morire laggiù in un non-dove, senza lasciare ricordi per i posteri e senza alcuna lapide da poter omaggiare. No, non era una bella prospettiva, ma questa cosa emerse quando erano passati già sei-sette anni dal “rimbalzo” sulla Luna, il fly-by sopra Marte – la Terra Rossa, ed aver salutato gli anelli di Saturno. E poi? Dove potersi dirigere, a velocità non distante dalla velocità della luce? Tenendo presente che era come andare in bicicletta da Roma a Pechino con la pretesa di avere una Ferrari. No, avremmo dovuto essere più realisti, prima di barcamenarci in progetti di così ampio respiro. Adesso non c’è posto per i rimpianti, si possono avere solo rimorsi.

Parlo al presente perché sono ventisei anni che mi trovo qui, assieme ad una compagine di duemilacinquantasei persone, alla deriva in un buio informe ed inquietante. Mancano stelle polari e albe rassicuranti, punti di riferimento e carte geografiche galattiche. Siamo i primi esploratori di un vascello dimenticato da tutti. Le comunicazioni hanno smesso di giungere quindici o sedici anni fa, non ricordo bene. Qua dentro è tutto corroso dai segni inclementi del tempo, e dell’incuria. Sì, c’è anche dell’incuria, perché dopo il primo sbigottimento iniziale – quattordici o quindici anni fa, all’incirca – è seguito un periodo di rassegnazione, fino ad una decina d’anni fa, quando io e pochi altri abbiamo deciso di prendere il comando dell’astronave e cercare di guidarla in un qualche punto d’approdo sicuro. E poi, forse, tornare anche indietro. Sempre i motori possano reggere, e l’animo dei viandanti, e la nostra scorta di viveri, e un sacco di altre cose.

Non so se sulla terra parlino ancora di noi, di quelli della Fenix II. Un nome beneagurale che si è dimostrato una truffa o un’amara disillusione, invero. Potrei dire che molti, o parecchi qua dentro, non sanno nemmeno cosa sia una Fenice. Non hanno studiato mitologia, non avrebbe neppure senso, in fondo: non sono cittadini terrestri, né lo saranno mai. Sono nati dello spazio (o nello spazio), figli delle stelle (nati sotto un astro infausto?), perché sì, la vita ha trovato il suo cammino, anche quassù, in questo non luogo che fluttua in nessun dove. Eppure la vita ha lottato per imporsi. Non che fosse proibito, assolutamente: era semmai consigliato che la riproduzione avvenisse una volta giunti su altro luogo abitabile e degno di essere esplorato in ogni suo meandro, ma tant’è. Non si può impedire alle giovani coppie – o anche meno giovani, in effetti: pensateci: chi desidererebbe morire alla deriva senza aver mai avuto occasione di creare qualcosa di nuovo? Magari i posteri avranno possibilità di…di…di tornare indietro? Di procedere in avanti? Per quanto a lungo? Fino a dove? Fino ai confini dell’Universo (no, non è possibile, quella è pura fantascienza).

Sta di fatto che la nostra epopea sta proseguendo, nel silenzio più assoluto, dimenticati anche da qualunque Dio possa esservi qui vicino. Quei pochi preti di qualunque religione che erano saliti all’inizio o sono morti, oppure hanno rinunciato a svolgere le loro funzioni, perché i passeggeri (sì, possiamo chiamarli così) ad un certo punto hanno rinunciato ad entrare in chiesa o pregare immagini vecchie e stantie di divinità che si chiamavano chissà come. La paura della morte ha portato ad un rigurgito di vita, e sono iniziati a nascere i figli. Maschi e femmine, i nuovi Adamo e le nuove Eva, senza alcun peccato originale, perché non avevano nessun cordone ombelicale con quella Terra matrigna da cui ci eravamo allontanati, finendo per trovarci in compagnia solo di noi stessi.

I primi anni della presa di coscienza non sono stati semplici: c’era sempre la speranza che le comunicazioni riprendessero in qualche maledetta maniera, o che qualche pianeta si presentasse all’orizzonte, come capitò all’equipaggio di Colombo – ma chissà se i nostri posteri tratteranno di Colombo, e di storie di una terra (di una Terra?) che neppure conoscono, quando ne avranno loraltri di storie, da scriverne, e dell’odissea (anche questo sarà un concetto presto dimenticato, tra di loro) della loro nave, e delle possibilità perdute per un soffio, le opportunità sprecate invano, la mole di chimere dietro le quali ci si è gettati indomiti…- Beh, così non fu. Alla sorpresa seguì la delusione, alla delusione lo sconforto, allo sconforto il dramma, al dramma la depressione. Un’ondata di umore nero come il cielo là fuori permeò per qualche anno tutta la flotta, me compreso. Ogni attività era a regime ridotto, ogni fonte di svago bandita, ogni nascita rimandata a tempi migliori – ma quali? Veniva voglia di lasciarsi andare alla disperazione. Vi furono, purtroppo, suicidi, anche se pochi, ma ve ne furono. Le loro ceneri si aggiunsero alle polveri dello spazio esterno, gettate in chissà quale settore della galassia, a chissà quanti parsec dalla nube di Oort.

Gli ultimi anni sono stati tracciati dalle vane speranze: il primo anno della rinnovata fiducia (li chiamiamo così, in questo nostro calendario personale, visto che non possono esserci punti di paragone in questa storia scritta giorno per giorno, passo dopo passo) fu caratterizzato dalla sensazione di stare girando intorno, poiché il panorama mutava in una maniera strana, e qualcuno iniziò a dire che la tale formazione celeste, o la tale nebulosa, o il tale complesso di asteroidi li aveva già visti, all’inizio del viaggio o poco dopo o comunque non gli parevano una cosa nuova. Era difficile smentirli, per il semplice fatto che non tutti c’erano e coloro che c’erano potevano cadere vittima dell’allucinazione collettiva, o della speranza messianica. Ecco, la nuova religione! L’eterno ritorno in chiave moderna. Il sacro ritornare alle origini, a casa, accolti magari come il figliol prodigo dalla casa Terrestre (e terrena). “Perdonaci padre, più non fuggiremo dietro ai nostri assurdi sogni.” era il mormorio che si propogava nelle condutture d’aria, le notti più notti quando anche le luci dell’astronave si spegnevano in parecchie stanze – o settori – per permettere il giusto riposo, quando più non si aveva cognizione di giorno e notte, di 24 ore e di un sacco di altri punti di riferimento.

Poi il secondo anno: l’anno delle captazioni radio. Probabilmente un quasar, o l’emissione di un buco nero, sta di fatto che giunse un segnale, anzi, si ripetè qualche volta un segnale radio, di difficile interpretazione, ma dannatamente simile ad una comunicazione terrestre. Se un tempo si scandagliava lo spazio alla ricerca di voci aliene, adesso si sperava di sentire una banalissima voce umana. Come un assetato nel deserto vede miraggi ovunque, così la maggior parte di noi prendevano per voci a loro note e familiari il semplice respiro dell’universo. No, non erano voci umane, non erano comunicazioni terrestri, non era niente di niente se non: onde radio sfuggite da qualche stella, e basta.

Quindi il terzo anno, che poi è questo, anche se sta giungendo alla fine. Stavolta siamo tutti convinti stiamo per arrivare, perché all’orizzonte si è fatto un colore diverso, una sfumatura meno scura, una debole luce (è davvero una luce?) in fondo al tunnel (perché chiamarlo tunnel?) alla fine del nostro viaggio (siamo davvero in un viaggio?). Ogni tanto pare anche a me di vedere un pianeta abitabile, all’orizzonte, ma è la mia fantasia malata di necessità di approdo, un approdo sicuro, per far finire questa diaspora, questra traversata del deserto. Non siamo il popolo eletto biblico, ma il nostro Dio (la nostra astronave) deve pur amare i suoi figli, dato che le permette di perpetuarsi e sopravvivere. Sarà una macchina non senziente, ma ogni tanto credo avverta i nostri umori, percepisca i nostri sentimenti, e si comporti di conseguenza. I tempi sono maturi, altrimenti per quanti anni ancora devo – dobbiamo – sopportare una notte senza fine?

Guardo un’ultima volta la fotografia che mi avevano spedito via satellite dopo la nostra partita. Un cono di luce che si riflette in un laghetto, tanto verde, tanta speranza, tanta vita rigogliosa – e, sul retro, il saluto di mia moglie, dei miei figli. Buona fortuna, Comandante, ha scritto l’ultimogenito con la sua calligrafia infantile. Adesso saranno tutti uomini, chissà se li potrò mai rivedere, chissà se potrò mai fare ritorno a questo mondo, che oramai fatico a ricordarne le fattezze, e le rivedo riflesse negli specchi opachi degli oblò di questa mastodontica nave spaziale, che naviga senza fine in una bolla di perfetta quiete. Personalmente ne dubito, ma non ha importanza. L’importante è che continuino a partire astronavi dal nostro pianeta morente, magari un domani anche mia moglie ed i miei figli, e potremo diventare, chissà, vicini di stella.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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