Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 18

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“Confucio disse: – Se al mattino hai appreso la Via, la sera puoi anche morire.”

(Confucio, Dialoghi)

Questa notte è troppo buia. 

In bocca avverto sapore di terra, ma la caduta non è stata in grado di farmi troppo male. Respiro affannosamente, mi conto le costole e penso sì, in fondo sono ancora vivo. Alla fine, c’è ancora molto da fare. Forse. Si avvicina un’eco di passi, rumori delle tenebre si assemblano e disfanno tutt’intorno a me, l’oggi e il domani si sommano, si sottraggono. Mi pulsa tutto, la testa mi scoppia, il sapore di terra si fa più intenso e misto a quello del ferro, forse la caduta è stata più seria di quanto pensassi. L’eco si fa più vicina, mi sovrasta adesso, la notte mi risucchia dentro a sé, i suoni esplodono, e poi…

È solo silenzio.

Si vede dall’esterno, un corpo immobile steso al suolo, in una posizione strana e scomoda. Qualche animale, domestico, piccolo e mansueto, si avvicina incuriosito dalla presenza di qualcosa di diverso, in quella landa fatta di ferro e cemento ed erba rinsecchita, acida, amara da masticare. Guardandosi attorno, il buio quando è buio è identico ovunque. Una pennellata nera sparsa con distrazione, con asprezza, un grumo di vernice picea che offusca gli occhi, la mente, il cuore. È incredibile come dal giorno alla notte mutino gli animi così improvvisamente, o inutilmente.

Così era stato anche per lui.

Così era stato anche per me, tempo fa, non ricordo bene quando. Ricordo però precisamente il come: io e lei, due persone che si prendevano e lasciavano secondo il correre e rincorrersi dei venti, freschi e frizzanti come coriandoli lanciati con allegria – ma destinati comunque a ricadere a terra. Ed eravamo caduti. In fondo, in basso. La droga. Se all’inizio eravamo l’uno la droga dell’altra, dopo un po’ non era abbastanza, e si era passati alle sostanze vere, reali, o meglio: le felicità fittizie. Perché evidentemente non ci bastavamo più, non erano abbastanza i baci, il sesso in tutti i modi, i progetti portati avanti con solerzia, no…tutto, tutto, tutto era stato sostituito da spacciatori ambigui di sostanze estreme. E’ inutile girarci attorno, così era stato.

Ed era stata la nostra fine. La prima a perdersi fu proprio lei. Non riesco neppure a chiamarla per nome, ma non l’ho dimenticato. E’ difficile ricordarsi di certi momenti quando tutt’intorno a te si fa nebbia e silenzio ed un grattare di unghie tra le sterpaglie per cercare di aggrapparsi a qualcosa che manco esiste.

Una figura si rialza nel buio asfittico della notte imperante. Gli luccicano gli occhi, come animali notturni, o forse sono solo il riflesso delle luci della città sulle sue pupille vuote.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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