Fantasy Underground su dodici livelli – 3°

II. A CACCIA DI MARCHIATI

Sant’Anastasia – Verona – Rosone con lo stemma domenicano
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Il corpo appeso alla forca, penzolante ad una debole brezza serale, emanava un fetore insopportabile. Era morto da due giorni, oramai, e da due giorni si erano spente le eco delle sue urla prima di chiudere per sempre gli occhi, ed ora rimaneva solo il rumore dei corvi che banchettavano le cavità vuote al centro del cranio e della corda di spessa canapa cigolante. Probabilmente era stato un ladruncolo sfortunato che, causa la grave carestia che aveva colpito la regione, aveva deciso di rubare qualche mela dal campo di un ricco signorotto – o di princeps Heorweth, spinto magari da chissà quale sconsideratezza! – venendo poi catturato e giustiziato come voleva la legge – la nobile, giusta Legge. O magari si trattava di un nobile scomodo e decaduto, accusato di chissà quali nefandezze, che era stato eliminato dalla scena grazie ad un’imputazione qualsiasi ed un manipolo di finti testimoni a suo sfavore ben pagati da chissà chi.

In quel momento, però, non le interessava la storia a posteriori del morto, chi fosse o cosa avesse combinato; per quanto le riguardava, era cominciata con l’arrivo di un carro trainato da due bassi pony pezzati, le folte criniere color paglia a coprire loro gli occhi, che portava seduti a cassetta e sul cassone tre guardie armate di lunghe picche e scudi dallo stemma del diamante blu, nonché l’accusato stesso e uno dei giudici servitore del famoso principe Heorweth che controllava la regione. Niente folla ai lati della strada ad invocare clemenza per il prigioniero, che evidentemente dall’aspetto e dal puzzo di escrementi che emanava non era un eroe dai biondi capelli e dagli occhi blu come il mare; né però vi era nemmeno il genere di folla che inveisse contro di lui lanciandogli insulti o sputi catarrosi – o patate marce, non vi fosse stata la carestia: ora si mangiavano anche quelle, affamando i rosei maiali sempre più magri.

A dire il vero, oltre alle tre guardie ed al giudice dalla faccia troppo lunga che aveva pronunciato quasi bisbigliandolo un verdetto oscuro, nella lingua aulica dei potenti, probabilmente ad assistere a tutto era stata solo lei. Da dietro la finestra socchiusa, il vetro rotto in due pezzi simmetrici da cui entravano malefici spifferi umidi d’inverno e zanzare impertinenti d’estate, aveva gettato tre o quattro volte delle occhiate disattente a quanto accadeva pochi metri di fronte a lei, nel centro di una sorta di piazza creatasi dall’incrocio di tre larghe strade sterrate e fangose, che passavano per il paese. La pioggia battente rendeva sfocate le cinque persone affaccendate intorno alla forca sbiadita e sempre presente, montata e bene in vista, in ciascuna città. Delle urla di pietà e di maledizione si erano levate dal condannato, rompendo il ticchettio monotono e ritmato della pioggia e spingendola a rimanere fissa alla finestra. Aveva intravisto uno scalciare convulso delle gambe seguito da urla sempre più in sordina, fino a ché il giudice aveva chinato la testa, in segno di rispetto e di conclusione degli eventi e le guardie, sbuffando nuvolette di fiato condensato, e strofinandosi i guanti di pelle nera e borchiata, si erano allontanai tutti insieme verso il carro, che era ripartito veloce come era venuto.

Vita e morte di un povero condannato, senza però affluenza di pubblico. Di solito veniva l’araldo dal castello del principe, per ammonire tutti gli abitanti degli effetti a cui potevano portare certi comportamenti “deviati”; e lo stesso giudice, quello dalla faccia lunga e sproporzionata nei lineamenti, con una consueta smorfia di insoddisfazione, faceva una predica noiosa quanto inutile. La “predica del giudice Jin” la chiamavano, ed era appunto vana in quanto riempiva le orecchie di sani avvertimenti, ma non le bocche affamate di cibo né le tasche vuote di monete sbeccate d’oro. E la gente era costretta a rubare, o a darsi la macchia. Ecco, era stata proprio la velocità dell’impiccagione e la discrezione con cui si era svolta ad insospettirla; beh, insospettirla era una parola grossa: per la sua mente di umile sguattera delle cucine del nobile principe Heorweth era stata solo un qualcosa che l’aveva incuriosita. Per questo uscì poco prima rispetto era solita fare nei suoi giorni di lavoro al castello, soffermandosi a dare un’occhiata al corpo avvolto di stracci che si confondevano con i nugoli di mosche assetate di sangue, malgrado contaminato potesse essere. Tra l’altro, non vi era nulla di valore che potesse essere recuperato. Ad una prima occhiata il corpo le parve il solito corpo di un povero popolano della regione strozzato dai debiti, dalle tasse, e dalle guardie corrotte che palpeggiavano troppo la moglie nella riscossione di denaro mai da lui posseduto in gran quantità. Poi si fermò di colpo a metà strada e tornò di corsa indietro, inciampando nella veste già sporca ai margini di incrostazioni di fango e, incurante delle gocce appuntite che le cadevano negli occhi costringendola a coprirsi alla meno peggio con lo scialle, alzò lo sguardo verso la faccia del morto, rimanendo annichilita. No, purtroppo non si era sbagliata! No, per gli dei! Sembrava impossibile, ma la sventura e la maledizione aveva colpito il suo villaggio e tutti i suoi abitanti. Non tanto perché il morto lasciato lì a macerare avrebbe portato malattie col diffondersi dei vermi dalle sue viscere, che avrebbero infettato il loro cibo; persino il fetore poteva essere sopportabile. Qualsiasi cosa, tranne la più orribile delle sventure: il corpo che penzolava inerme dalla forca non era un corpo qualunque.

Si trattava di un Marchiato, uno dei Trenta, e la sua presenza lì significava solo una cosa.

La Guerra era vicina.

***

Il fuoco scoppiettava vivacemente nel focolare, alimentato da due grossi pezzi di legno di quercia. Attorno vi sedevano due uomini ai lati, ed una donna al centro, i lineamenti parzialmente nascosti dai cappucci dei mantelli tirati poco sopra il mento; la treccia della donna, legata da un nastrino di seta rossa, ondeggiava ogni qual volta lei alzava la testa per sorseggiare le ultime gocce di liquore dal fondo del bicchiere che le aveva servito il locandiere poco prima. Gli uomini erano intenti a lisciare le else delle loro spade appese a cinturoni di pelle borchiata, che avevano scatenato ben più di un’occhiata curiosa al loro entrare nella locanda.

«Hai sentito anche te, le ultime notizie. Uno dei Marchiati catturato a Sud Ovest di qui ed impiccato nella pubblica piazza da un signorotto locale che fa nome di princeps Heorweth…o qualcosa del genere.» disse uno dei due, continuando un discorso lasciato in sospeso dopo che avevano legato i cavalli al di fuori dell’edificio, prima di entrarvi. «Questo non vuol dire niente. Anche mia nonna mi raccontava di aver visto i Marchiati nei boschi e di non andare quindi ad avventurarmici da solo, quando ero piccolo, ma questo non significava che i Trenta banchettassero lì…la gente farebbe di tutto per poter spargere la voce di una notizia per tutta la Regione della Pianura. Lo sai bene meglio di me, Yvan.» rispose l’altro, gettando un’occhiata dispiaciuta al suo bicchiere vuoto e facendo cenno all’oste per altra birra bionda e spumeggiante. «Forse, e forse no. Nessuno dei più stupidi contadinotti di queste terre oserebbe dire di avere un Marchiato nel villaggio, a meno che non sia vero; la sola notizia se ritenuta plausibile, richiamerebbe da ogni parte del Continente troppe persone, e non tutte con le migliori intenzioni…» ingollò l’ultimo sorso di birra, lasciando colare una goccia lungo il mento sbarbato di recente. Dopo aver fissato la donna, nell’attesa di una sua parola che non giunse, continuò, affermando: «Lo stesso motivo che a noi ci ha spinto qui. La presenza del Marchiato, intendo.» E voleva essere la fine della discussione, per iniziare argomenti più seri. Ma l’altro uomo non ne aveva voglia. «Stento ancora a crederci, sai, Yvan. I Marchiati oramai sono leggenda. Persasi nei tempi quando i Cinque Draghi di Horn si levarono in volo per sancire l’inizio della Guerra. Millenni fa…» «Però mano a mano che ci avviciniamo a quel villaggio le notizie si fanno sempre più precise, hai notato? Se prima erano vaghe e generiche ora sono sempre più minuziose e dettagliate.» L’altro fece un gesto stizzito con la mano, mentre sorseggiava il terzo bicchiere di birra dal forte sapore di malto, quasi a scacciare una mosca fastidiosa. «Non vuol dire nulla. La media delle bugie non fa la verità.» bofonchiò pulendosi la bocca col dorso della mano. «Klim, Klim…ti credevo più saggio. Vedi…il nostro problema non è se quello morto impiccato a Yla possa essere o meno un Marchiato. Se non lo è, tanti saluti. Il problema sarebbe capire se la Guerra è vicina, se si trattasse veramente di uno dei Trenta. Allora ci dovremmo preoccupare per altri problemi.» I due si fissarono negli occhi, e nessuno dei due abbassò lo sguardo in segno di resa, entrambi convinti delle proprie idee. La donna era incantata a guardare il fuoco, le fiamme alte sprizzanti faville che salivano nella canna fumaria annerita da anni di fuliggine. Per un po’ nessuno dei tre parlò, tutti impegnati nei loro pensieri, e fu l’oste stesso della locanda, un ometto basso e baffuto che pareva essere l’oste per l’antonomasia di qualsiasi locanda del Continente, visto anche il camice rosso bordeaux a coprire un ventre rigonfio di arrosto innaffiato da birra e vino, a rompere il brusio sommesso degli altri presenti della sala, presentandosi formalmente con un colpo roco di tosse ai tre individui seduti davanti al fuoco che avevano interessato tutti, lui compreso. «Ehm…se lor signori volessero affittare una stanza, le migliori sono a disposizione.»

Gli rispose il giovanotto dai capelli lunghi e castani, dai riflessi biondi, fissandolo con i suoi occhi verdi come due smeraldi di un tesoro reale. “Un tipo furbo” pensò l’oste tra sé e sé, sorridendo nel paragonarlo al suo figlio minore, per quanto i due nel suo confronto mentale potessero essere diversi d’aspetto fisico come di carattere. Rimaneva piuttosto quell’aria di giovani che volevano vivere appieno la vita malgrado i brutti anni che segnavano tutti i Regni. Da quanto aveva origliato dal bancone, doveva essere quello lo Yvan che insisteva tanto per vedere il Marchiato. “Eh sì, ha la stessa avventatezza dei più giovani…” «Potremmo prima chiedervi, buon’uomo, visto che siamo diretti lì, quanto dista la cittadina di Yla, a Nord di Chakkèä? Senza offesa, ma se fosse abbastanza vicina eviteremmo di sostare qui per la notte.» «Yla? Mi dispiace, signore, ma essa è chiusa da un cordone di soldati di princeps Heorweth, e non è possibile accedervi. Sono spiacente, signore, però come immaginerete anche voi…la presenza del Marchiato…» Era spaventato, la paura si leggeva nella sua indignazione contenuta trovandosi a parlare con dei clienti: poteva capire dialoghi del genere tra gli avventori, ma non poteva essere tirato in causa in una tale maniera; la parola Marchiato provocò nella sala, piccola e bassa, di pianta quadrata, intervallata da colonne squadrate a rozze pietre a secco, un brusio sommesso, che crebbe d’intensità quando l’altro dei due uomini si alzò rinfoderando completamente la spada nell’elsa usurata dal tempo. «Un Marchiato, eh? Voi l’avete visto, dunque?» inquisì con voce grave, squadrando con fare saccente di uomo di mondo l’ometto basso e tremante, che si schermì dietro il suo camice asciugandosi il sudore che gli aveva imperlato la fronte. Il brusio era un vociare sommesso: Yvan temette che si trasformasse in urla nel giro di poco. “Ne ho viste troppe per non sapere che la folla è più pericolosa di un branco di lupi…se fiuta il pericolo, aggredisce. Spero solo che Kliven non dica più di quanto dovrebbe!” «No, mio signore, non l’ho visto…» l’indignazione dell’oste aveva scatenato sulle guance un rossore diffuso, ad accentuare quello già di per sé presente legato al vino. «Questo non vuol dire nulla, però. So solo che principe Heorweth ha dato l’ordine di bloccare tutti gli accessi per Yla, e non ci potrebbe essere altro motivo che questo, se è quello che dicono.» sentì il calore della folla ai tavoli dietro di sé, un gruppo di soldati pronto ad attaccare, teso come una molla, ad un suo gesto, lanciando come dardi di balestra gli spessi bicchieri o caraffe di vetro che avevano a portata di mano; per questo si inorgoglì, chiudendo il suo sprazzo di discorso difensivo con un: «Il Principe controlla la zona fino qua alla mia locanda, signori. Le sue guardie mi hanno sempre scortato nei miei viaggi perigliosi nei boschi oscuri, per raggiungere i porti cui fare provvista: è un ottimo governante, saggio e giusto come pochi. Quindi quello che fa è certo frutto di un pensiero ponderato, ed avrà verificato abbondantemente che quell’uomo là era un Marchiato, se loro signori mi consentono di dirlo.» Un applauso tenue e spontaneo nacque e si spense quasi subito dagli avventori dietro di lui, avvolti nella penombra dell’anonimato. Solo Yvan, Kliven e la donna avevano la luce del focolare a rivelare appieno i loro volti. Quello dell’uomo che aveva affrontato l’oste a viso aperto con domande impertinenti era corrucciato. Pronto a ribattere.

Yvan lo ammonì sottovoce. «Klim…» “Basta che gli dia ragione, per gli dei! Che diamine, vuole farci cacciare da qui?” «Chi vi dice che in questo caso non si sia sbagliato? Per gli dei, sapete cosa significa la presenza dei Marchiati?» “No! Ce li ritroveremo dietro come segugi che fiutano una pista! Vorranno la nostra pelle, adesso!” «Klim…per pietà…smettila ed andiamocene, finché siamo in tempo.» sussurrò Yvan osservando tutte le persone intorno a loro, molte di più di loro tre. Troppe anche per le loro spade rapide ed affilate. Ma l’amico lo ignorò volutamente. «Il Principe…» ribatté l’oste. «Diamine! Il vostro principe è un imbecille come tutti, ed il suo titolo non fa di lui un uomo saggio ed onesto come voi lo osannate.» l’elsa della spada automaticamente si alzò di pochi centimetri. L’eco fu amplificato da almeno dieci spade che furono sguainate contemporaneamente a quelle parole, rumore di acciaio pronto a danzare. Tutte le persone nella sala si erano alzate dai loro tavoli, di tacito accordo, fissando con sguardo rabbioso e cagnesco, iniettato di sangue, i tre forestieri. “I lupi hanno fiutato la preda, ed il branco si è mosso per attaccarla… Klim! Se solo mi avessi dato retta!”

Yvan afferrò subito l’elsa della propria spada, facendo presa sull’impugnatura fasciata in cuoio e sguainandola con uno stridore secco, sibilante, pronto a scavarsi una via di fuga tra la massa di guerrieri e una via d’uscita, fosse questa la porta del retro che dava sui boschi che picchiettavano le colline tutt’intorno, o attraverso le finestre che davano sulla strada principale del paese. Un raggio di luna attraverso il vetro opaco di una di queste, illuminando un tavolo macchiato di gocce rosse di vino. Tra poco sarebbe stato difficile distinguere tra quelle e il sangue che si sarebbe sparso. Più loro, purtroppo, che altrui. Incredibilmente l’oste fu tra di loro ed il gruppo di avventori, pronto a sedare lo scontro. «Signori…signori vi prego! Non nel mio locale, per carità!» urlava con una voce salita di tono, per il terrore di vedere la sua locanda sfasciata. La tensione offuscava l’aria come il fiume acre e grigiastro proveniente dalla cucina e tagliato trasversalmente da lunghi raggi lunari. Quando la eco delle parole dell’oste si fu spento, nella sala piombò il silenzio. Tutto, dentro, si era fermato, e tra poco tutto sarebbe esploso in un boato di clangore metallico. Quando, all’improvviso, una risata di commiserazione squarciò l’aria come una lama affilata e dal gruppo di dieci uomini si distaccò una figura, avvolta in una corazza leggera di cuoio e maglia metallica; alzò la spada con l’elsa verso l’alto, in segno di voler evitare scontri armati. Per il resto, null’altro era distinguibile, se non la sua arma retta come una croce: il suo volto e gli stessi altri nove uomini erano celati dall’ombra delle colonne di pietre grezze. «Non hai nulla da temere, oste. Né tu né la tua locanda. Rappresento infatti il principe Heorweth in qualità di suo capitano delle guardie in questa piccola cittadina di frontiera, e accuso nel suo territorio quest’uomo ed i suoi compagni di offesa alla sua maestà inviolabilissima. Vi chiedo di seguirmi al suo castello ad Yla, dove verrete da lui processati ed avrete modo di osservare personalmente il corpo del Marchiato…ed eventualmente di seguire la sua anima negli inferi…» un ghignò gli deturpò la faccia già ulteriormente butterata dal vaiolo, messasi nel cono di luce del fuoco. «Sempre, certo, che non vogliate farlo prima.» ed afferrò con un movimento rapido l’elsa della spada, facendo ruotare l’arma a mezz’aria. Yvan colpì il compagno con una gomitata in mezzo alle costole. «Non potevi proprio trattenerti?» Ma ebbe come risposta una scrollata di spalle, mentre l’amico sguainava completamente la spada, pronto a combattere.

L’uomo attaccò, veloce, rapido, di punta, mentre i suoi nove compagni, avventori o forse solamente soldati sotto i suoi ordini, si disponevano ai lati della sala, correndo per accerchiare i forestieri. Yvan parò l’attacco, concentrandosi in tutte le direzioni, acutizzando tutti i suoi sensi, mentre volteggiava come un falco in picchiata nello schivare i colpi di altri due uomini. Parò di piatto un fendente diretto contro le sue gambe, mentre evitò spostandosi di lato una falciata che gli sarebbe costata la vita, ed il rotolio della sua testa sanguinolenta sul pavimento. L’orchestra dello scontro si acutizzava, ed anche l’amico Kleil, origine involontaria di esso, aveva il suo bel da fare per evitare i colpi che si succedevano senza posa, usando come armi anche le sedie ed i tavoli che si trovavano nel locale. L’oste urlava frasi di implorazione, chiedeva pietà per la sua locanda i cui clienti si erano trasformati in duellanti, e da fonte di reddito erano divenuti fonte di distruzione. E maledisse la sua lingua colpendosi ripetutamente la testa con dei pugni, mentre osservava le drammatiche scene di devastazione protetto da dietro al bancone. “Sono troppi…non potrò resistere a lungo!” pensò Yvan, tastandosi con la mano sinistra la piccola balestra a staffa che aveva appesa al cinturone dietro alla schiena, sotto il martello. Stava per estrarla, quando un colpo – di piatto, fortunatamente – allo stomaco, lo scaraventò contro il muro della locanda, di mattoni grezzi, facendogli cadere la spada in terra, sotto un tavolo. E presagire la fine. La lama del soldato era troppo vicina al suo volto per evitarla, per proteggersi anche solo con un braccio…chiuse gli occhi, innalzò la sua preghiera agli dei…

Il colpo non giunse.

La donna fissò il corpo dell’uomo divincolarsi un attimo, in uno spasmo nervoso, e quindi rimanere immobile, morto per effetto del colpo ricevuto alla schiena, che aveva tranciata tutti gli organi che si era trovato sul suo cammino, togliendoli prima l’aria per respirare e quindi il sangue per vivere. Quando aveva estratto la lama, con un rumore di muscoli e ossa e sangue gorgogliante, il suo sguardo era diventato di soddisfazione, se soddisfazione si poteva definire un luccichio diverso nel fondo dei suoi occhi. Yvan, senza dire nulla, tentò di ricordarsi se l’avesse mai vista sguainare l’arma che portava sempre di fianco. E si convinse di non averlo mai fatto, aumentando in questo modo la quantità di dubbi che gli rimanevano in mente su di lei. Non era ancora momento, tuttavia. «Andiamocene, su! Klim, muoviti!» con un balzo, lei fu fuori, nell’aria umida della sera, respirando a pieni polmoni la vita, mentre Yvan rimaneva lì ad aspettare l’amico. Quando entrambi furono fuori, decisero tutti i tre di fuggire verso i boschi. Aria, finalmente. Aria fresca nei polmoni arsi dal fumo del camino della locanda, che lo aveva fatto tossire più di una volta e lacrimare gli occhi, con tanto di bestemmie al seguito. I rami degli alti abeti gli graffiavano la faccia, ma lui non vi badava affatto, continuando a correre per lo stretto sentiero costruito dal passaggio dei pastori della regione nei secoli, nel portare le loro mandrie dai pascoli invernali a quelli estivi.

Per il momento, potevano dirsi salvi. Ma le voci fanno in fretta a girare, come il vento che lambisce le cime dei monti e si intrufola tra gli alti pini, riescono a giungere dappertutto. Era meglio andassero un po’ più lontano, da lì.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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