Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 17

Photo credit: italianiaparigi.wordpress.com

“Don’t ya think that you need somebody

Don’t ya think that you need someone

Everybody needs somebody

You’re not the only one”

(Guns ‘N Roses, ‘November rain’)

Inutilmente

C’era un ché di sospeso e assurdo, quella sera di fine Novembre, in Città. Al quinto piano di via Calatafimi 18, il vecchio Ibrahim si preparava qualcosa ai fornelli, mentre subito sotto una ragazza ventenne, di nome Giada, era intenta a trombare senza troppi problemi un ragazzo del quale si sarebbe dimenticata presto il nome. Nel frattempo, lungo le stradine e viali di Modena, la pioggia becchettava inutilmente sull’asfalto, calpestata da un paio di ubriachi ancora svegli e qualche gatto ancora alla ricerca di avventure – considerato che le crocchette, per quanto ben gradite, non avrebbero mai avuto lo stesso sapore di un topolino colto nel mezzo della notte, quel retrogusto di paura mi a sorpresa misto a fanghiglia ed arachidi semi-digeriti, no, nessuna grande azienda di cibo per animali sarebbe stata in grado di replicarlo…

La presentatrice del meteo aveva appena annunciato che il maltempo andava a diminuire, e con buona probabilità il Ponte dell’Immacolata sarebbe stato salutato da sole su tutta la penisola, per la gioia di famigliole, ristoratori, escursionisti della domenica, nullafacenti dei weekend lunghi. Mentre Giada si rivestiva, Ibrahim aveva finito di cenare, entrambi si preparavano ad uscire nella notte, l’uno diretto al suo lavoro l’altra al cazzeggio o viceversa, chi facesse cosa non era granché importante, l’importante era che il mondo si muovesse, in quale direzione era superfluo, meglio muoversi che stare fermi – sotto la pioggia, al freddo poi… – non va mica bene, poi ci si ammala e tocca stare a riposo quei due tre giorni ed osservare dalla finestra su cui batte un bastardo sole, quell’umanità variegata che si muove si muove, tutti i giorni tutte le ore, in una danza orgiastica semi-folle, da folla, che già la sapevano lunga gli antichi greci coi loro riti dionisiaci. No, non si incrociarono sulle scale o in ascensore. Erano due vite separate, due rette parallele proiettate all’infinito: non si sarebbero neppure incontrati il giorno dopo, né quello dopo ancora.

Non si erano mai incontrati, ma si erano visti e scrutati, da lontano. L’uno all’insaputa dell’altra e viceversa. Di sottecchi, sbirciandosi appena, come passanti di quelle città assurdamente piene di persone tremendamente vuote. Le cose procedevano come sempre, nelle loro esistenze frammentarie e spezzettate. Forse un giorno, forse nella prossima vita, si ripetevano l’uno e l’altra, ma senza poterselo comunicare. Erano due vasi comunicanti perennemente vuoti, quindi non si sarebbe verificato scambio alcuno, né ora, né mai.

L’unico possibile contatto fu quando, in un giorno qualsiasi di una settimana qualunque, la terra fu scossa da un presentimento di terremoto, allora sia Giada che Ibrahim ebbero un lieve sussulto. Entrambi erano in quegli appartamenti di un condominio simile ad un alveare, molte cellette vuote perché le api avevano lasciato da tempo il favo. Loro, no. Erano ancora senza ali pienamente formate. Entrambi sgranarono gli occhi preoccupati mentre i muri traballavano senza sforzo, come fossero edifici di gomma. Un poco erano così le loro esistenze: vite impermeabili a tutto, non si potevano mischiare a nulla ed, in fondo, non erano neppure commestibili.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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