Per aspera ad astra, in dieci passaggi – II

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Come in terra così in cielo.

Partiamo dall’inizio: tutto incominciò la notte del 23 gennaio del 2032, quando in cielo non volavano aquiloni da tempo immemore, e le scie visibili erano quelle delle navette spaziali che facevano la loro spola tra terra e cielo. Come le antiche preghiere, che narravano appunto: come in terra, così in cielo. Ma non erano state abbastanza, oppure non erano state troppo forti, se nessun Dio ci venne a salvare, e fummo costretti ad arrangiarci meglio che potevamo…meglio è una parola grossa, semmai: alla meno peggio. Per fortuna avevamo un bagaglio di conoscenze scientifiche accumulate negli anni, e di macchinari in grado di portarci ben oltre l’atmosfera terrestre.

Ma un conto era spostare uno sparuto equipaggio ogni qualche decennio, un altro era smuovere migliaia (milioni?) di persone nel più breve tempo possibile. La corsa si rivelò frenetica, e nella fretta si sa che le cose non possono andare tutte bene.

Al primo tentativo, la Asimov I era pronta alla rampa di lancio, sull’attenti come un soldato di guardia, una folla muta che la guardava trepidante a terra, in attesa. In attesa, come quando si aspettano i fuochi d’artificio esplodere in cielo la notte di Capodanno. Ecco, più o meno si può dire andò così. L’equipaggio era formato da quattordici astronauti e centotrentasei civili di età compresa tra i dodici ed i cinquantasei anni, di ambo i sessi in proporzione 1:1,3. Loro titolo di studio andava dalla terza media ai master di secondo livello, erano tutti quanti individui singoli, nessuna parentela tra di loro – il motivo era presto detto: se si doveva procreare, era opportuno evitare parentele di qualunque tipo. Le loro razze andavano dalla caucasica all’inuit, anche quello per consentire il massimo assortimento genico. Ma tutti questi dettagli suonano inutili, ora, per il semplice fatto che allo scoccare dell’ora zero, la partenza ci fu, eccome se ci fu, ma ci furono anche i fuochi d’artificio. La Asimov I si librò in cielo come una libellula, esplose in volo come una meteora, ricadde a terra come Icaro, le ali bruciate, tutto in cenere.

Ma dalla cenere rinasce la Fenice, e si tentò, dodici anni dopo, un altro tentativo. Fenix II, un nome arcaico per un ritrovato della tecnica frutto di un lavoro certosino delle migliori menti del globo. Vi si dedicarono tutti quanti, nessuno escluso: ingegneri, fisici, ma anche psicologi, medici, agronomi, persino netturbini: nel brainstorming ognuno – sì, tutti quanti, nessuno escluso – diede il proprio contributo al disegno, con ben poco di divino e molto di umano. Una mente inquieta partorì il Progetto Nephia: solo chi ha il caos dentro di sè può dare vita ad una stella danzante, come diceva Nietzsche. Chissà se chi arriverà lassù in cielo si potrà ricordare, un domani, dei pensatori del passato. Sempre possano dire di avere un passato, coloro che viaggiano e volano proiettati unicamente nel futuro.

La Fenix II fu una mezza vittoria. Suo obiettivo era meno ambizioso e più concreto: partire e, dopo una breve circumnavigazione del Sistema Solare, tornare al punto di partenza. Come un cerchio, che per chiudersi deve tornare alla propria origine. Quel giorno la folla a terra, a debita distanza di sicurezza, era tre volte tanto quella che aveva assistito la disastrosa partenza dell’Asimov lustri prima. In collegamento video avrei potuto dire c’era mezzo pianeta, miliardi e miliardi di persone a fissare lo schermo con gli occhi socchiusi, trattenendo il fiato come bimbi il giorno del proprio compleanno. Non ci si poteva permettere sbagli, per nessuna ragione. Era stato tutto calcolato al millesimo. E la partenza fu ottima, nessuna sbavatura, niente che andò male. Il problema fu il dopo, se ci si pensa, perché la Fenix II partì rapida come un ghepardo che si lancia contro la sua preda ed ancora adesso, forse, deve acciuffarla, perché non è più tornata ed i contatti radio si persero dieci anni dopo la sua partenza. Forse, un domani, farà ritorno a casa come il figliol prodigo della parabola evangelica, ma chissà se troverà ancora una casa abitata, o un pianeta ridotto a macerie, svuotato di ogni bendiddio come una casa svuotata dai ladri.

Arrivò così, sette anni dopo, ovvero adesso, grosso modo, questo momento in cui scrivo, il terzo tentativo – non c’è due senza tre, in fondo. Hawkings III, il nome scelto in un concorso internazionale, come se i nomi abbiano una qualche importanza, ed in fondo sì, ce l’hanno, perché il nome è il propio destino, te lo porti dietro tutta la vita, non si può chiamare un’astronave con un nomignolo buffo o un acronimo tecnico (astronave è poi riduttivo, per definire un ecosistema di tre moduli che, una volta entrati nello spazio, verranno uniti tra loro a livello della stazione orbitante, e faranno un breve pit-stop, per il salto gravitazionale, a livello lunare, e la miriade di calcoli occorsi equivalgono ad una potenza di computer di miliardi di petabyte, per non dire dell’energia elettrica necessaria a tali calcoli, qualcosa come il fabbisogno di una città grande come NY per sette-otto mesi, insomma, altro che astronave).

Adesso siamo tutti in attesa, della partenza della Hawkings III. Non sarà l’ultimo tentativo, ovviamente, comunque vada. L’uomo è folle, l’uomo non rinuncia mai, e comunque, ogni volta che cade, si rialza. Lo fa, è nel suo DNA, è scritto nel suo cervello, inciso nella sua pelle, nei suoi geroglifici di cicatrici che gli ricordano non tutte le volte che è caduto, ma tutti i tentavi che ha fatto: più sono, più è stato coraggioso. Bisogna rischiare, bisogna tentare, bisogna buttarsi nel folle volo.

Osservo le lucine della rampa di lancio lampeggiare come decorazioni natalizie. È un ben altro 25, siamo solo a settembre, ma sarà comunque un bellissimo Natale. Stavolta non sarà il giro dei tetti delle nostre case con la slitta trainata da renne a portarci doni, ma saremo noi a spedire regali nel buio profondo dell’altrove. I nostri coloni saranno esploratori del cielo, dello spazio. Si propagheranno come le spore ed i pollini, per portare la vita ovunque riesca ad attecchire. E ci riusciranno, sono certo che ci riusciranno. Il conto alla rovescia è appena partito. Malgrado sia un uomo di scienza, chiuso in una vecchia casa e ornato di una sbilenca vecchiaia, faccio il più classico dei gesti scaramantici: incrociare le dita. La trasmissione in mondovisione mostra le facce allegre dei Comandanti della Spedizione. Progetto Nephia, prima fase.

Se tutto andrà bene, faranno da apripista ad altri che li seguiranno a breve, come gli animali che si muovono in branco, come gli uomini che si aggregano in folle, come tutti coloro che sanno guardare il cielo tenendo bene i piedi per terra, ma con in testa l’indomita volontà di spiccare un salto. Le navette traballano prima della partenza, i motori al massimo. Stanno per sganciarsi da terra. La luce diventa abbagliante, è notte fonda ma pare l’alba o il cuore di una stella.

Passano minuti che sembrano infiniti, adesso la Hawkings III è lassù in cielo, una delle tante stelle che trapuntano la volta. Ce l’abbiamo fatta, mi dico, bisogna brindare. Un telefono suona chissà dove in casa, lo vado a cercare, lo trovo, rispondo. Mi fanno i complimenti, si rallegrano con me per la missione compiuta. Mi schernisco, ringrazio, senza che ci sia nessun altro in casa oltre a me, probabilmente arrossisco. Ci vediamo, ragazzi, ora andate a riposarvi, è stato fatto un buon lavoro.

Esco di casa, la terra è tiepida, mi stendo come un bambino per osservare il cielo sopra di me: è artigliato da rami di alberi, forse anche loro vogliono afferrare il cielo. Si sentiranno così i coloni che guarderanno il cielo di Marte, o chissà quale altro pianeta che abiteranno? Si stenderanno per terra, magari brulla, a guardare quegli alberi artigliare il cielo e vegliare su di loro, con rami che sembrano mani con innumerevoli dita? Era una domanda oziosa, adesso. Ma occorre sempre qualcuno che possa sognare, anche cose assurde, per poter arrivare dove la ragione fatica a spingersi. Come tutti coloro che avevano progettato quelle astronavi. Come anche lui.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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