Fantasy Underground su dodici livelli – 2°

1 – UN NUOVO EREDE

Photo credit: ogigia.altervista.org

La donna, avvolta nel letto a baldacchino da stuoli di cuscini di piume e coperte di lana arrotolate su loro stesse per garantirle un comodo giaciglio per la testa, urlò con tutto il fiato che aveva in corpo, stringendo con forza la mano della serva che le stava accanto. I suoi lunghi capelli color nocciola, scompigliati come un’aureola intorno al suo capo, si agitarono a destra e sinistra mentre si dimenava piangendo e gridando, sempre più flebilmente, trattenuta a stento da un’altra serva accorsa accanto a lei per calmarla. Un parto non era mai una cosa semplice, per le donne, e quella era una situazione un poco più complicata delle altre, a quanto pareva. Specie se a partorire era la Regina, e non una persona qualunque.

La stanza, nel complesso, era occupata da sole donne, come era pensabile nonché ovvio. Qualsiasi uomo, fosse stato anche il Sovrano in persona, sarebbe stato d’intralcio, lì; sarebbe rimasto con gli occhi sgranati e con le mani congiunte in grembo, a disagio e senza sapere cosa fare, quando un parto richiedeva mani esperte e azioni pronte, nonché spirito saldo per qualsiasi evenienza. “Lascino fare a noi donne ciò che ci compete, e pensino a fare bene loro il loro mestiere…che spesso sbagliano.” pensò la levatrice afferrando il nascituro e soppesandolo reggendolo per i piedi e dandogli due o tre pacche per fargli respirare la sua prima aria vitale. “Troppo poco pesante…dovrà rimanere sotto il mio controllo, per un po’. Quando sarà diventato ben robusto, allora potrà stare con la madre, e penserà a tutto lei, poi.” D’istinto guardò la madre, una donna ancora giovane nei suoi trent’anni da poco compiuti, che neppure lo sforzo intenso per il parto che l’aveva stremata da quasi otto o nove ore – da quando si erano rotte le acque – era riuscito a sfibrarla, né nel fisico né nello spirito. Il secondo parto, per lei, a un anno di distanza, e la levatrice la invidiò, mentre le serve le detergevano il sudore dalla fronte con pezzuole di lino bagnate e le asciugavano le lacrime dagli occhi celesti come petali di campanula: a parte questo, sembrava fosse appena uscita per una passeggiata all’aria aperta, le guance imporporate e ansanti, il corpo snello e che riusciva ad apparire elegante nella semplice – semplice per una Regina quale lei era – veste da camera, di lino bianco come la neve.

Ricordò in quel momento quando Elen, con cui aveva un certa intimità per averle portato al mondo il suo primo figlio, uno splendido bambino paffuto e dai riccioli biondi, di nome Ylien, ed ora il secondo, le aveva chiesto con trepidazione il suo più grande dei desideri. «Fa che sia femmina, levatrice, ti prego.» l’aveva supplicata quasi in ginocchio, lei Elen Kerjy, Regina dell’Eptarcato e di Gherz ’Thavan, prostata dinnanzi ad una vecchia levatrice figlia del volgo e per tutto simile allo stesso. Lei aveva arrossito, si era schermita, vergognata, aveva fatto un cenno di assenso poi era subito svicolata a controllare le pezzuole messe a bollire in acqua assieme ai ferri del mestiere, fosse stato necessario – auspicando, certo, nella maggiore misericordia divina, che così non fosse – usarli per far nascere al meglio la creatura. «Farò il mio possibile, mia signora.» aveva risposto per decenza e rispetto. «Anche se non sono la dea delle nascite.» aveva però aggiunto con sincerità. Evitava di illudere le donne presso cui si recava, affermando solo l’unica cosa di cui era certa: avrebbe fatto del suo meglio, per portare a compimento l’opera iniziata nel pensiero dei potenti Dei del Cielo, e continuata poi dai genitori in terra del nascituro. Allora, quando vedeva che grazie a lei fioriva una nuova vita, si sentiva forse in parte divinità del cielo anch’ella, dispensatrice di felicità; ma era un pensiero recondito che rimaneva solo a livello dei suoi sogni notturni più segreti. “Se nascerà maschio, Elen non potrà neppure vederlo. I primogeniti dei reali devono essere fratello e sorella, come lo sono poi i genitori, pronti a salire al Trono dopo di loro. Mi ricordo quando mia madre mi raccontò che era nata una bambina, al posto del maschio che sarebbe dovuto venire partorito; mi disse che lei, come levatrice, non aveva detto nulla alla madre, Regina dell’Eptarcato anni or sono: si era limitata a constatare la salute della nascitura quindi aveva parlato col Sovrano e avevano deciso che la bambina venisse affidata ad una nobile famiglia di una delle Sette Città del Sud. Però è assurdo. Chissà quanti Eredi mancati, nei secoli, sono cresciuti inconsapevoli nelle famiglie di altro lignaggio, magari anche solo del popolo incolto. Una vera ingiustizia, per certi versi.” Se la pensava come donna, era una pratica assurda: quella di costringere i regnanti ad avere solo due figli, maschio e femmina, come Eredi al Trono; e quella di costringere gli stessi fratello e sorella a procreare a loro volta i loro futuri successori, venendo così accusati da tutti i Regni nemici di incesto e pratiche oscure, contrarie a qualsiasi natura. Sì che anche lei, quando da giovane era stata cosciente di tutto questo, aveva rabbrividito. Come suddita fedele, però, sapeva che se fosse nato un maschio avrebbe adempito al suo compito e sarebbe corsa ad avvisare il Re, informandolo della situazione; e sapeva anche quando doveva abbassare il capo in segno di rispetto, nel momento in cui la ragionevolezza femminile delle madri si doveva sottomettere alla tradizione ed alla Legge. Contro di essa, neppure gli Dèi potevano nulla.

Ora guardò con un flebile sorriso la donna, indecisa se dirgli subito della questione o aspettare che lei si riprendesse. Oppure non dire niente, evitando che Elen potesse preoccuparsi troppo, stancandosi con l’agitazione più del necessario. La donna stesa nel letto, ed avvolta da una coperta di lana come un caldo abbraccio, congedò con un gesto pacato le due serve, ed aprì lentamente gli occhi, arrossati dal pianto; la levatrice sentì uno sguardo inquisitore su di sé, ma non riuscì a fare nulla per evitarlo, senza trovare alcun altra occupazione che potesse smuoverla da lì in piedi, davanti al letto. La donna la chiamò: «Levatrice.» sentì la propria voce uscirle troppo debolmente, aveva bisogno di molto riposo. “Prima debbo comunque sapere come è andato il parto, se è nata una bambina come spero…sarebbe la fine delle mie preoccupazioni. Oh, Dei! Facciate che sia nata femmina!” strinse i pugni, mentre pensava alle parole esatte da chiedere: non voleva apparire supplichevole, come prima del parto, né troppo disinteressata, come una semplice macchina atta a produrre gli Eredi. “Sono pur sempre una Regina, ed una madre al tempo stesso. Sono sottomessa alle Leggi degli uomini come a quelle della Natura. Le divinità del Parto e delle Madri, che si occupano di questo…Spero possano comprendere la mia situazione. Spero.” Era una Sovrana, una Benedetta dagli Dei, d’altronde; se non lei, chi altri avrebbe potuto godere di maggiori attenzioni dal cielo? Tuttavia sapeva bene anche quante altre Regine, prima di lei, avevano maledetto quell’appellativo, presagio più di sventura che di buona sorte. “Come diceva mia madre, un titolo non fa una persona. E prima di riposare, devo sapere.”

«Sì, mia Regina?» La donna si inchinò umilmente, la mano sul petto, non si permetteva neppure di guardarla in volto, e niente sarebbe uscito da quella stanza, nemmeno come semplice diceria; la confidenza era terminata, il parto era finito, e la levatrice senza alcun motivo poteva chiamarla Elen, come aveva fatto più di una volta per esortarla a spingere, poco prima…era come se nulla fosse successo, sul piano dell’alto rispetto dovutogli. «Com’è andato, il parto?» glielo chiedeva come se a partorire fosse stata un’altra persona: il distacco di una Regnante per le questioni di Stato, insomma. «Tutto per il meglio, mia signora.» Rispose la donna, lo sguardo fisso a terra, al pavimento di piastrelle esagonali di coccio. «Solo…» si permise di aggiungere; il suo mestiere era pur sempre quello di levatrice. «Solo…?» la voce uscì quasi stridula, incontrollabile, con un tono distorto, acuto. Intuì dallo sguardo preoccupato della levatrice che… “No! Per gli Dei, no!” Capì, ricordò, ed un sorriso le nacque automaticamente sulle labbra. “Sono felice per voi, mia signora. Una femmina, quello che desideravate da tempo.” «Sì, una bambina.» La scena si era cristallizzata in quell’istante, le due serve ai piedi del letto, sulla destra, a lavare nella tinozza di ceramica le pezzuole di lino, la levatrice che strascicava i piedi e tentava di ostentare una tranquillità che le stava svanendo, la sua assistente, in piedi accanto alla culla col neonato, che guardava lei ed Elen parlare, giratasi non appena aveva sentito la domanda preoccupata della Regina, pronta ad informare il medico di corte non appena fosse sopraggiunto un mancamento, o qualche altro problema «La bambina è sana, mia Regina, ma necessita di rimanere con me per un po’. Ritengo sia nata leggermente sotto il peso giusto, necessita di venire seguita da me personalmente per al massimo un mese, non di più. Se volete, potete vederla. Ma per allattarla…provvederò io con latte vaccino, all’inizio.» Si genuflesse, rimanendo quindi in silenzio. «Aspetta. Alzati.» Elen la bloccò prima che potesse retrocedere fino alla culla di vimini. «E guardami in faccia, te lo ordino. Ba…bambina, hai detto?» Elen non sapeva se ridere o piangere, per la gioia. Scelse di fare entrambe le cose, ed una risata cristallina le sgorgò dal profondo dell’anima, accompagnata da calde lacrime commosse, di felicità. «Sì! Sì!» “Sì, per fortuna!” Cadde in un sonno profondo, tranquillo ed ininterrotto.

La levatrice chiuse piano la porta, dopo aver badato di congedare lei le due serve – che avrebbero potuto approfittare del sonno della Regina per frugare tra i suoi gioielli…sì, accadeva anche di questo, a Corte – e che la bambina fosse in buone mani con la sua assistente. Lei doveva parlare con il Sovrano, Re Sinienö I del suo nome, Re dell’Eptarcato sul Trono di Gherz ‘Thavan. Un compito gramo, un compito difficile ogni qualvolta si presentava, chiunque fosse la levatrice, chiunque fosse il Re. Sua madre aveva fatto nascere il regnante, ed ora toccava a lei, figlia e levatrice, veder nascere sua figlia. Purtroppo questo legame nato con il portare alla luce del giorno degli uomini loro stessi come nascituri non veniva più ricordato: forse per rabbia nei confronti delle donne che li avevano strappati dal caldo abbraccio dell’utero materno, i Sovrani si mostravano sempre sprezzanti, egoisti, ottusi ed incompetenti. “Se non fosse che vengono educati da dotti maestri…penserebbero ancora che i bambini li porta la cicogna, e si chiederebbero a cosa servirebbe una levatrice, capaci di dire che sarebbe più di utilità un falconiere, che ha a che fare con gli uccelli, magari, per farli nascere! Ignoranti!” Scosse la testa, incredula per tanta mediocrità umana. “D’altronde basta un po’ di buonsenso.”

I suoi passetti rapidi, di piedi avvolti in semplici zoccoli aperti dalla suola di sughero, risuonavano amplificati nello stretto corridoio scarno e dalle pareti ammuffite adibito a luogo di passaggio per la servitù. L’umidità avvolgeva tutto il lungo corridoio chiuso, dal soffitto arcuato, con macchie e ragnatele ad ammorbare i soffitti un tempo intonacati di bianco; di tanto in tanto una piastrella di granito, sconnessa, la faceva sussultare per il rumore che faceva nell’ urtarla. Più che di umidità, l’aria sembrava carica di tensione, di cui risentivano anche le vetrate incrinate e le immagini offuscate del giardino che trasmettevano all’interno, attraverso i vetri appannati e che non vedevano lo splendore da tempi immemorabili. Come in una bolla, la levatrice avanzava sempre più lentamente, guardandosi intorno insospettita e dubitando ad ogni minimo rumore che sentiva. Presto il disagio si trasformò in paura. La vita di corte non faceva per lei, decisamente.

«Levatrice.» Sussultò, portandosi la mano alla bocca per non cacciare un urlo infantile, evitando una figuraccia con l’uomo che si ritrovò davanti, imponente, che riconobbe senza esitare: era il Gran Maestro, uno tra i più importanti uomini di corte. Uno dei consiglieri fidati del Re. «Eccellenza…» la donna si inchinò profondamente, aggiungendo: «Stavo cercando sua Maestà, Gran Maestro. Stavo andando a cercarlo, per dirgli del parto. E’ andato tutto bene.» “Cosa ci fa lui qui…?” non potè fare a meno di domandarsi. Quei passaggi e corridoi secondari erano riservati alla servitù, non ai dignitari. «Sua maestà Re Sinienö I non può ricevervi, in questo momento.» Gran Maestro Jacobi aggiunse subito dopo: «Venivo proprio a cercarvi per dirvi questo, e per evitare che potesse arrecargli disturbo.» «Come! Si tratta pur sempre di…» in quel momento la levatrice si deminticò chi aveva di fronte. L’uomo passò dalle parole ai fatti, afferrandola per il bavero e stringedole la faccia nella sua morsa: «Ascoltami, piccola donna inutile, il Re in questo momento ha altri problemi ben più seri cui pensare che chi possa essere o non essere nato in questo momento, fosse anche un unicorno a tre teste. Intesi?» non si era mai spinto a così tanto con la servitù, ma tanto chi avrebbe potuto credere ad una semplice domestica, anche fosse una levatrice? Specie contro la parola di un alto dignitaro di Corte? Ci fu l’aggiunta di uno sguardo severo da parte dell’uomo dai capelli brizzolati e occhialini dalla montatura d’oro. La levatrice, interdetta, ristette in silenzio, scura in volto, attendendo che la presa del Gran Maestro si placasse, che le sue mani le si levassero di torno quanto prima. Questo non avvenne, il Gran Maestro parse rimanere incantato a guardare un punto indefinito oltre la vetrata, passò rapido le mani tra le gambe della donna, commentando: «Limitati a pensare a queste cose, a quanto esce da queste fessure…strette.» le sibilò nell’orecchio. Dopo essersi pulito le mani, passò al vetro appannato dietro di lui, che deterse con un lembo della manica della sua giacca di rosso velluto. Sbuffando leggermente, si limitò a chiedere, come se nulla fosse accaduto: «Una bambina?» «Sì. Sì, Gran Maestro.» annuì la donna, senza mostrare lo stesso entusiasmo che aveva mostrato con la Regina. Dalla domanda non aveva avvertito nel vecchio servitore, una vera e propria eminenza grigia del palazzo, il desiderio di ottenere una risposta affermativa. Sempre più sulle spine, tentò di chiedergli se poteva andarsene per la sua strada. “Cosa ci poteva mai fare, lui, in un corridoio per la servitù che, se non avessi avuto fretta, non avrei percorso nemmeno io? E poi perché Re Sinienö I non vuole…” «Puoi andare, allora. Ti consiglio di passare dall’uscita posteriore, e non dal cortile del castello. Ti chiedo anche di assicurarti, prima di ricevere il tuo lauto compenso e di andartene, di assicurarti che sua Maestà la Regina non tenti di alzarsi dal letto per vedere il Sovrano, compromettendo la sua salute. Vattene, adesso.» La levatrice si allontanò lentamente, sempre guardando nella direzione del viscido personaggio che si era frapposto nel suo cammino. Lo odiava di cuore.

«La Regina è pienamente in possesso delle sue facoltà per capire cosa è giusto o non giusto fare, per lei.» urlò non appena ebbe girato l’angolo. Provò sincera repulsione per quell’uomo, come sempre aveva provato ribrezzo e repulsione ne vederlo anche solo di sfuggita per le vie di Gherz ‘Thavan, quando avanzava scortato da almeno una decina di guardie reali, scelte forse non a caso tra le più bastarde possibili. Ogni volta che vedeva i suoi scagnozzi farsi strada spintonando qualsiasi uomo o donna senza guardare in faccia a nessuno, o rovesciare con finta disattenzione i vassoi di merci passando per il mercato, allora lanciava contro di loro ogni maledizione possibile. Ma il Gran Maestro sembrava protetto anche dagli Dei. Non a caso, era considerato una sorta di loro emissario in Terra, secondo giusto al Sovrano, per questo si poteva permettere certe libertà. «Ho fatto nascere entrambi gli Eredi, vipera che non sei altro.» continuò a protestare, anche se oramai le sue parole si frangevano tra le pareti di marmo, non potevano raggiungere le orecchie del Gran Maestro. O così credeva. Si sentiva più sicura di sé, ora che era lontana da lui, degna padrona di quei retroscena di Corte, giusta regina delle cantine di Palazzo.

L’uomo la guardò allontanarsi senza osare risponderle, per evitare di perdere tempo con una donna insulsa e volgare come tutti gli appartenenti al popolino, buoni solo a servire in silenzio o a combattere tra le file dell’esercito reale. Ciò che gli importava solo, rifletté in quel momento lisciandosi il pizzetto, era che ufficialmente la famiglia reale aveva – azzardò a pensare “purtroppo”, ma quasi non se ne accorse di averlo fatto – i due Eredi al Trono, sani e forti e con molti anni da vivere e regnare; ancor di più gli importava di un fatto abbastanza serio e non sottovalutabile, di cui si stava occupando il Sovrano in quel momento. Perché se fosse stato un maschio, il destino era scontato: l’avrebbe raccolto una qualunque famiglia, spacciato per povero orfanello, senza che si venisse a sapere le sue vere origini. Era già capitato una volta, in gran segreto, non era necessaria una seconda. E poi, c’era un’altra questione…scottante, come dire? Di particolare rilievo per l’intero Reame, e che veniva a disturbare la relativa pace e i necessari festeggiamenti che si sarebbero dovuti avere in un giorno come quello. “Quella donna, ovviamente, come una semplice popolana, ha pensato che gli avessi consigliato di non passare dal cortile del castello perché semplice levatrice. Pazza! Vedrà e capirà, se sarà capace di farlo…” Sentì un senso di nausea accumularsi in lui per la presunzione altrui in personaggi che avrebbero dovuto proprio farne a meno. Quando si voltò, sulla soglia di quello stretto corridoio servile si era affacciato il Comandante delle Guardie Reali, Heloa Kaf, a servizio del Reame da pochi anni, e che aveva già dimostrato ottime capacità. Un suo pupillo, che pendeva dalle labbra del Gran Maestro con immensa felicità di quest’ultimo, che se ne poteva servire senza aver a che fare con un uomo molto più indipendente quale era stato il predecessore, poi degradato dalla sua carica per una parolina sbagliata messa da…“qualcuno” all’orecchio del Re. «Sì, Comandante?» L’altro esitò. «Dovreste venire subito, Maestro Jacobi. Stiamo per iniziare.» «Con immenso piacere.» Iniziò addirittura a correre, per raggiungere il cortile del castello, in particolar modo la zona riservata alle condanne da tenere più riservate e da non esporre al dominio pubblico. Un’impiccagione, sì, sommaria, di un condannato di cui dovevano liberarsi in fretta.

L’uomo urlava e sbavava una schiuma bianca, dalla bocca, che colava lungo il suo abito nero che ancora lo copriva coi suoi pochi brandelli. Quando era stato catturato, la sera prima, era avvolto completamente in un mantello dello stesso colore della notte più scura, ed era stato abbastanza difficile, per le guardie reali, catturarlo dopo un lungo inseguimento per la parte collinare e boschiva ad Ovest di Gherz ‘Thavan. L’uomo aveva tentato ogni trucco per dileguarsi, ogni stratagemma possibile, ogni minaccia: era stato tutto inutile, ed ora egli si ritrovava al cospetto del Re, pronto per venire giustiziato. «Siete pazzi…! Se credete…di risolvere la questione con la mia condanna, non risolverete nulla! Il Giorno della Rivelazione è già giunto, e i Cinque Draghi di Horn si rialzeranno in volo per sancire la vittoria di Salal sul resto del mondo! Tremate, bastardi figli del Continente, perché ritornerete tutti in schiavitù, come un tempo!»

Un soldato lo colpì con l’estremità del manico della picca in mezzo alle costole. L’uomo rovinò a terra con un gemito, e sbatté la faccia sul selciato di lastre marmoree senza poter fare nulla per evitarlo, essendo le mani e i piedi legati da spesse corde di canapa umide. Più si muoveva e si divincolava, più esse si stringevano: aveva i polsi e le caviglie sanguinanti per tutti gli sforzi che aveva fatto per tentare di liberarsi, invano. «Fatelo stare zitto! Tu, feccia dell’umanità, non osare minacciarci ancora, o subirai una pena ben più grave!» tuonò il Sovrano dall’alto della sua imponente statura. Additando il prigioniero, chiese sottovoce, al Consigliere che aveva accanto: «Possiamo esserne sicuri? Uno dei Trenta?» «Sì, mio Signore.» Rispose quest’ultimo con la caratteristica nota lamentosa della voce. Tutti i membri del consiglio fissarono i due uomini che parlavano, tutti tranne Maestro Jacobi e Capitano Kaf, che si erano sicuramente attardati per… “Visitare mia moglie? Ha partorito, oggi: avrei dovuto essere lì fuori, pronto per ricevere la balia e per starle vicino subito dopo il parto, per consolarla o per rallegrarmi con lei. Maledetti i Trenta Marchiati, e tutta i loro malvagi propositi.” «Uno dei Trenta, già! Che presto saranno ventinove!» urlò un altro, facendo ridere tutta la platea, tranne il Sovrano. Alla sua destra, il Consigliere Politico – ed Ispettore – Kandel lo fissava con sguardo assente: il capo delle spie stava forse ripassando mentalmente i rapporti dei suoi uomini. «Sì, mio Signore. Un Marchiato.» confermò infatti dopo un attimo di silenzio concentrato. «Il Tempo è giunto, a quanto pare.» aggiunse con una sfumatura pessimista, lo sguardo perso nel ricordare le antiche leggende. “Leggende, perché di questo si tratta.” «I Trenta Marchiati sono solo degli individui maledetti dagli Dei del cielo. Nulla di più.» sussurrò il Re intendendo che non voleva avere repliche; l’Ispettore scosse la testa, poco convinto. «Allora in questo istante noi stiamo perseguitando una razza sfortunata, più che maledetta, accusata di chissà quali nefandezze che potrebbe invece non avere compiuto. No…i Trenta sono veramente causa di tutto quello che si va raccontando, di quanto accaduto secoli fa.» disse l’Ispettore, fissando costantemente il volto del Marchiato, il suo marchio in particolar modo: una specie di fiamma violacea e pulsante, tripartita, che dalla guancia destra saliva fin su, oltre l’occhio, terminando poco sopra il sopracciglio. Un simbolo inimitabile – se mai vi fosse stato qualcuno ad avere il coraggio di tentare di imitarlo – e da sempre considerato presagio di sventura e di cattiva sorte. Non c’era da stare allegri.

«Ispettore Kandel, vi prego…leggiamo dunque le imputazioni a carico di questo prigioniero.» lo interruppe il Re, alzandosi in piedi ed afferrando una pergamena arrotolata, portagli da uno dei Consiglieri seduto accanto. “Voglio vedere mio figlio, anzi mia figlia, spero…e la balia prima di tutto. Non posso aspettare oltre.” «Maledetto è questo individuo, uno dei Trenta Marchiati, che ha tentato di gettare il disordine nel nostro Reame. Come previsto dal Trattato del Continente, i Trenta Marchiati sono esseri maledetti dagli Dei, e come tali se identificati devono essere puniti con la pena di morte. Ora, prigioniero: ammetti dinnanzi a questo tribunale a cui presiede, oltre il Re dell’Eptarcato, l’intero Consiglio Segreto, di essere effettivamente uno dei Trenta?» Domanda retorica. A prescindere dalla risposta, quel giorno il prigioniero avrebbe lasciato il suo corpo sulla terra, proseguendo nella sua via verso la dannazione spirituale. L’uomo legato, inginocchiato a terra, sputò verso la figura del Sovrano, ma fu prontamente atterrato da due guardie prima che potesse tentare di farlo di nuovo. Urlò, bestemmiò, tentò di mordere e graffiare, con l’unico risultato di complicare solo le cose. Re Sinienö I scosse la testa. «Impiccatelo, su. Non abbiamo tempo da perdere.» Quindi si voltò, se ne andò attraversando tutto il cortile e, giunto a metà strada, incontrò con lo sguardo la faccia stravolta della levatrice: aveva il volto paonazzo e sudato, e si era portata le mani al petto, mentre la bocca salmodiava con il movimento quasi impercettibile delle labbra antichissime preghiere che assicurassero protezione dalla grandissima sciagura cui aveva avuto modo di vedere.

«Oh, per gli Dei!» mormorò, vedendo il Sovrano. «Ogni è un giorno segnato da due avvenimenti, uno tragico ed uno gioioso. Non è un buon segno, per l’Eptarcato.» disse la levatrice, scoppiando in lacrime.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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