Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 14

Photo credit: Keith Haring, Heart, 1988, acrilico
(da: svirgolettate.blogspot.com)

“Per giungere a gustare tutto, 

non volere il gusto in niente.

Per giungere a possedere tutto,

non voler possedere niente.

Per giungere ad essere tutto,

non voler essere niente.

Per giungere a sapere tutto,

non voler sapere niente.

Per giungere a ciò che ora non godi,

devi passare per dove non godi.

Per giungere a ciò che non sai,

devi passare per dove non sai.

Per giungere al possesso di ciò che non hai,

devi passare per dove non hai.

Per giungere a ciò che non sei,

devi passare per dove non sei.”

(Giovanni della Croce, ‘Salita al Monte Carmelo’)

Umanità in compresse o gocce

L’infermiera entrò affabile nella stanza numero 26, dove si trovava ricoverato da un po’ di tempo il paziente Andrea Magi, anni 38, celibe, caucasico, una sorella più piccola, rimasto orfano di madre sul finire degli anni ‘80. Oramai erano due settimane che si era risvegliato dal coma farmacologico a seguito di grave incidente automobilistico con politrauma, GCS 8, pupille isocoriche, non reattivo, fratture parziali delle vertebre C3-C4, lussazione spalla, trauma maxillofacciale, escoriazioni diffuse, rimozione schegge di vetro dal braccio sx. Alla fine, ce l’aveva comunque fatta. Ad uscirne vivo. No, non era un miracolato né l’avevano salvato per il rotto della cuffia, semplicemente quel che era successo era successo, punto, bastava rialzarsi in piedi, guardarsi intorno, e procedere il cammino. Anche se i suoi primi passi li tornava a muovere in quella culla XL dell’Ospedale di Parma.

Carla lo salutò cordiale, ricambiata da un Andrea ancora assonnato, le bende da sostituire, la flebo al braccio, le lenzuola stropicciate ed abbastanza bagnate del suo sudore. Il pappagallo si trovava su un carrello a fianco del letto. Di notte era agitato. Questo glielo riferivano i medici quando entravano, buoni buoni, bianchi bianchi come angeli, le facce serie e barbute, oppure glabre e giovanili, quasi sempre uomini, quasi sempre pelati, quasi sempre con una camicia di marca sotto il camice, di quel celeste color del cielo, ed allora forse sì, l’attinenza con gli angeli ci poteva anche stare, ma questi bei pensieri se li teneva tutti per sé, l’infermiera Carla, di 40 anni compiuti da poco, con due figli quasi adolescenti da crescere, con un trio di gatti da sfamare, ed un marito assente ingiustificato dalla sua vita, da una decina d’anni almeno.

Andrea alzò gli occhi verso l’infermiera, e la supplicò con lo sguardo di rimanere un poco più a lungo. Ne aveva bisogno, aveva bisogno di contatti umani, in quel tempio della tecnica fine a se stessa. Aveva voglia di confidarsi, con l’infermiera Carla, unica persona che, in quella stanzetta asettica mostrava un minimo (sindacale?) di empatia nei suoi confronti e lo accettava – così credeva – per quello che era. Avrebbe voluto dunque confidarsi, invitarla fuori a cena, iniziare con lei una relazione e, perché no, fare una nidiata di figli che avrebbero amorevolmente cresciuto assieme, un domani lontano nella sua mente annebbiata. Forse il dosaggio dei medicinali è troppo alto – ragionavano i medici per altri motivi e segni clinici, osservandolo con attenzione, valutando il suo mutacismo inossidabile, facendogli tutti gli esami del caso, ignorando tuttavia che il non più ragazzino Andrea, da sempre, era stato restio alle regole, agli esami, alle scuole, e dover obbedire agli ordini gli dava noia o l’orticaria, aveva sempre fatto di testa sua, di testa propria…

…fino al giorno dell’incidente. No, non si era voluto far del male, questo fosse ben chiaro a tutti. C’era solo stato – come dire – un qualcosa che lo aveva spinto a compiere quel gesto; non estremo, né risolutivo, semmai…chiarificatore, ecco. Doveva essere messo per iscritto, sul suo corpo, nel suo geroglifico di cicatrici e bende che, per troppi anni, troppa polvere si era accumulata sotto il tappeto. E quella sera, guidando la sua macchina non più giovane, in compagnia di una donna non ancora vecchia, aveva capito che tirar dritto su una strada tutte curve poteva essere il rimedio estremo di un dolore mai del tutto sopito. D’altronde, quando soffri per un mal di denti, puoi desiderare anche di strapparti per conto tuo quel molare immarcitosi.

Ma tutti questi pensieri se li tenne per sé. Fortunatamente, la passeggera non aveva subito neanche un graffio; il peggio l’aveva ricevuto sempre e solo lui, come alla fine desiderava fosse: ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo…

Respirava lieve, avvollto dal calore delle bende, e delle lezuola, e delle attenzioni dell’infermiera. Poteva riposare tranquillo. Poteva parlare. «Vorrei vedere mia moglie.» annunciò a bassa voce, flebile rantolo che non venne sentito dall’infermiera. «Vorrei vedere mia moglie.» ripetè con maggiore convizione. Carla si bloccò, lo guardò stupita, premette subito un pulsante. Un’altra donna vestita da infermiere si affacciò sulla porta. «Mi chiami il medico.» le ordinò perentoriamente. Poco dopo, un camice bianco fece il suo ingresso nella stanza; si avvicinò al paziente a letto, guardandolo con attento silenzio. Cosa diamine aspettavano, tutti quanti…? «Vorrei vedere mia moglie.» ripetè una terza volta.

«Non ce la faccio più, ad andare avanti così.» disse tutto d’un fiato, quasi urlando, la bocca un’arsura, gli occhi umidi di lacrime, le dita ad artigliare spasmodicamente le lenzuola, la stessa stretta di quella sera, sul volante della sua utilitaria, prima che decidesse che era davvero giunta l’ora di farla finita, ma solo lui, solo lui, solo.

Solo come ora, in quella stanza asettica, circondato da facce serie, senza risposte da dare perché non c’erano più domande sensate da porre.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

Write Writing Written

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: