Fantasy Underground su dodici livelli – 1°

Le sette città

PROLOGO

Photo credit: microsoft.com

L’aria era fredda e pungente, quella notte.

Tirava con insistenza anche attraverso le malconce assi di legno che costituivano le misere pareti della locanda, intrufolandosi fin sotto i pesanti mantelli neri di lana che avvolgevano i pochi avventori seduti all’interno. Il vento fischiava attraverso le porte e le finestre, scuotendo le foglie sulla via principale del villaggio, e provocando continui cigolii dal tetto al di sopra delle loro teste; Jeol Trey alzò la testa dallo sguardo vacuo sul suo bicchiere di punch intiepidito, e si chiese se le tegole avrebbero retto alla tempesta che si avvicinava. Probabilmente no, rifletté alla fine, domandandosi se non fosse il caso di andare alla sua, di casa: se non altro alla Fattoria Trey potevano stare certi che nemmeno una goccia d’acqua sarebbe piovuta su di loro, una volta protetti dalla casa costruita anni ed anni prima da suo nonno. Quando si potevano chiamare case, e ben fatte, tra l’altro. Però era anche vero che i suoi venerandi cinquant’anni si facevano sentire uno per uno attraverso il suo corpo leggermente ingobbito nel portarli senza sosta, e così, dai piedi fino all’ultimo pelucchio bianco che ancora aveva il coraggio di spuntare sulla sua testa calva, quei suoi cinquanta anni si erano distribuiti occupando ciascun spazio libero. Giorno dopo giorno ogni passo era una fatica sempre più grande da affrontare. Optò per rimanere, almeno per vedere cosa sarebbe successo.

Jeol Trey si considerava vecchio, ma nella locanda, valutò di sottecchi, c’erano almeno altre tre persone più vecchie di lui. Li conosceva, più o meno di vista, fattori, mugnai, contadini come lui…non che ci fossero altre cose da fare, al villaggio. Al massimo, se qualcuno era abbastanza intraprendente, poteva decidere di aprire un emporio e tentare di vendere qualcosa. Ma a chi serviva? Nessuno aveva denaro per pagare, in oro o in argento o pure in misero ferro, e i bambini e i ragazzi entravano il pomeriggio e rubavano immancabilmente qualcosa appena non venivano più controllati. No, era un’attività in perdita. Tanto valeva fare il fattore, il mugnaio, il contadino. Ognuno badava a sé, ed era abbastanza. Insomma, quei tre vecchi riuscivano a bere il loro punch – bollente, ancora fumante – senza nemmeno preoccuparsi del vento che ghiacciava le ossa e avrebbe lasciato come ricordo un bel raffreddore, né tanto meno dello scricchiolare minaccioso di tutta la locanda. Una volta…una volta! Cose così non si sarebbero verificate, e nessuno avrebbe lasciato andare in malora una parte del villaggio che viveva assieme a tutti gli altri; chiunque appartenesse a quel villaggio avrebbe dato una mano per renderlo vivibile. Adesso…tutto cadeva a pezzi, si disfaceva in polvere. Non si facevano più figli e non si coltivava più la terra, non si ferravano più i cavalli e non si forgiavano più le spade. Tutto era immobile, era fermo.

L’aria, fredda e pungente quella notte, avrebbe potuto sbriciolare tutto e del villaggio non sarebbe rimasto nessun ricordo.

«Trey! Stai sempre a farti i tuoi sogni ad occhi aperti?» gli urlò contro l’oste incrociando il suo sguardo perso e trasognante, fisso verso il bancone sporco occupato da piatti e bicchieri usati. Jeol Trey si limitò a rispondergli con un gesto brusco della mano. Ecco, anche le parole e i gesti, ciascuna forma di linguaggio si era logorata; nessuno prima d’ora si sarebbe sognato di rispondere male senza motivo, o di fare domande impertinenti o provocatorie, soprattutto tra uomini della loro età: adesso era l’abitudine, ed anzi bisognava ringraziare gli dei se non era anche peggio. «Il giusto che mi basta, oste. Fuggo un po’ da questo mondo.» spiegò pentendosi del modo sgarbato di prima. D’altronde, l’altro uomo non lo meritava. Rispondendo a torto su torto… «Fuggi da questo mondo!» disse con voce roca e intrisa di amarezza uno dei vecchi seduti nella locanda, che aveva alzato lo sguardo non appena aveva sentito l’oste aprire la bocca. «E dove vorresti andare, Jeol Trey? Nel Reame dell’Altoterra, magari, eh? Pensa un po’ a loro, come stanno meglio di noi! Noi qui a mangiare merda tutti i giorni, per questa guerra che ci tormenta senza sosta, e loro chiusi nelle loro belle e fottutissime città fortificate. Credi che ti farebbero entrare, attraverso quelle mura bianche e altissime?» il vecchio scosse la testa, sputando a terra. «Gherom, non possiamo farci nulla, lo sai. Il Reame non è obbligato ad aiutarci; dobbiamo cavarcela da soli.» rispose Jeol in un rituale che oramai si ripeteva da mesi, in quelle notti umide e fredde. Un guizzo balenò in una delle sue pupille nere come la pece. L’oste aveva acceso un modesto fuocherello di sterpaglie e rami d’abete nel camino, e le fiamme aranciastre balenarono a ritmo insieme a quelle delle torce alle pareti. Scuotendo la testa, questi mormorò: «Il Reame…» e poi, a voce più alta «…eppure ti ricordi anche te della bandiera che garriva sul tetto della mia locanda, giusto? Oh, io me la ricordo bene, fin dal giorno che quell’ufficiale me la sbatté in faccia intimandomi di issarla fin sopra queste quattro assi cadenti.» sbottò, gesticolando con veemenza. «“La bandiera dell’Altoterra, Regno florido dell’Ovest, va alzata.” mi diceva, facendomi roteare la lama del pugnale davanti agli occhi. Io cosa potevo fare? Alzare la bandiera e pagare le tasse come voi tutti ogni volta che i soldati della Regina dell’Ovest venivano a chiederceli. Sbaglio?» «No. Non sbagli.» ammise reticente Jeol Trey. «Vedi?» si intromise colui che si faceva chiamare Gherom. «Quella bandiera ci doveva unire al Reame. Tu eri felicissimo di questo: andavi affermando che sorgevano per noi tempi migliori, che dovevano figliare pecore e donne, e le fattorie sarebbe sorte come funghi dopo la pioggia. Ci convincevi tutti che la bandiera dell’Altoterra era l’inizio della nostra gloria. Solo noi che ti credevamo: bisognava ascoltare Korien. Lui sì che aveva ragione, mettendoci in guardia. Ma lui è morto.» A quel nome Jeol Trey provò un fremito, e si sentì sul punto di inveire contro tutto e tutti, uscendo fuori nella bufera sempre più intensa e violenta. Si trattenne a stento. «Storie! Staremmo peggio di adesso.» «Ah! Lo puoi sapere, tu?» «E tu?» finì di bere il suo punch, inghiottendolo senza sentire il sapore. Era teso, agitato. Non poteva andare avanti così. «La guerra ci avrebbe risparmiato. Cosa ci ha portato quella bandiera? Lo sai anche te dove sta: logora, sbiadita, nella stalla dei cavalli è solo una coperta in più per proteggerli dal freddo. Ecco cosa ci abbiamo guadagnato: una coperta in più per cavalli. Quando questa guerra che stiamo subendo ci avrebbe potuto risparmiare. Ci ha tolto tutto quello che avevamo conquistato in questi anni.» «La guerra sarebbe venuta lo stesso, e se voi ci aveste dato più appoggio, adesso potrebbe essersi conclusa: Jilein è partito alla ricerca di aiuto, e se solo glielo aveste concesso prima, quando insisteva per partire…» «Balle! Racconti balle su balle, come al tuo solito! Sai cos’ha fatto Jilein, caro mio, alla tua ed alla nostra faccia? Sfruttando il nostro aiuto, costato anche vite umane, è riuscito a superare i confini controllati dall’esercito nemico, ed ha raggiunto quel bel Reame, nel lontano Ovest, dove ora sta brindando alla nostra salute! Chiaro? E’ così che è successo, che ti piaccia o no!» Sbatté con forza il bicchiere sul tavolo, voltando la testa verso la porta chiusa, da cui proveniva ugualmente l’alito gelido del vento d’inverno; mancava una bella nevicata, che coprisse tutto lo scarno paesaggio collinare che circondava il villaggio. Tutto il bianco avrebbe fatto credere che sotto la neve ci fosse il verde dell’erba pronto a fare capolino in primavera, e non il grigio e marrone monocromatico di tutte le stagioni; sì, una nevicata era quanto di meglio per ingannarsi che tutto fosse a posto, tutto fosse come prima.

Un’ombra, anzi due, passarono veloci attraverso le finestre scheggiate e sporche da incrostazioni di pioggia e fango vecchie di mesi. D’istinto, tutti gli uomini nella sala portarono le mani alle spade, pronte a sguainarle ed a difendersi, se necessario: non era la prima volta che il villaggio subiva un attacco, e le immagini drammatiche dell’ultimo erano state impresse a fuoco nella loro memoria. Le due ombre si avvicinarono ancora alle finestre, rese incerte dal turbinare del vento. Poteva trattarsi di chiunque, ma chi si sarebbe messo in cammino, di notte, lasciando la sicurezza seppure minima della fattoria per raggiungere quella cadente catapecchia che tutti chiamavano locanda?

La porta cigolò. Jeol Trey sguainò la spada con un sordo rumore metallico di acciaio contro acciaio. La sua arma era di ottima fattura, appartenuta a suo padre nei tempi passati quando egli era al servizio di sua maestà il Re di Altoterra, prima che la Regina attuale salisse al potere; non che l’avesse mai detto a nessuno di questo, vista la scarsa simpatia degli abitanti verso quel regno confinante. Anche se avesse tentato di spiegare loro come stavano veramente le cose, avrebbe peggiorato solo la situazione. La porta si aprì. I tre uomini alzarono in alto le spade e si mossero verso l’entrata, pronti ad attaccare una qualsiasi faccia nemica. Ma non appena i due esseri comparvero sul vano della porta, si bloccarono sbigottiti.

La prima faccia era quasi irriconoscibile, però era conosciuta: la barba ispida, gli occhi spenti, il volto scavato non confondevano sull’identità del possessore di tanta decadenza. Jeol si portò una mano alla bocca. «Jilein…?» «Ah! Sì, per gli dei! Ce l’ho fatta, e per grazia di chi non so…comunque ce l’ho fatta, diamine! Ho portato la soluzione a tutti i nostri problemi.» I tre uomini si guardarono senza sapere che cosa dire, increduli di sentire tanto e incapaci di fare alcunché, anche fosse stato gioire. «Beh? Non dite niente. Ah, già: eccola. Vieni avanti, figliolo.» “Figliolo? Cosa vorrebbe dire?” Nella sala entrò timidamente un ragazzo, si presentò come un Gabriel o qualcosa del genere. Le sue grosse pupille azzurre scrutarono a fondo la locanda, apparendo dubbiose e intristite di tanta distruzione e lassismo. Quindi il suo sguardo si fermò sui tre, che erano rimasti ad occhi spalancati a fissarlo. Jeol spostò la mano dalla bocca agli occhi; non voleva guardare cosa sarebbe successo. “Un ragazzo! Un ragazzo sarebbe la nostra soluzione…contro un esercito di migliaia e migliaia di nemici…” Guardò Jilein scuotendo la testa. Eppure il suo amico, partito mesi prima, sorrideva trionfante, come se avesse portato un’arma imbattibile. Il suo sorriso andava da un orecchio all’altro, ed era inspiegabile.

Una parola gli passò sulle labbra. Jeol credette di leggere nel labiale la parola: “mago”. “Oh dei! E’ la fine.”

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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