Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 12

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“Ce qu’on trouve dans l’effet était déjà dans la cause.”

(Quel che si trova nell’effetto era già nella causa.)


(Henry Bergson, ‘L’evoluzione creatrice’)

Come scimmiette addestrate

In tv davano un programma banale del pomeriggio sabbatico. Ero assieme a mio fratello, che si distraeva con le sue cose ed i suoi ninnoli preferiti, nulla più. Mi ero preparato pane e nutella, una merenda da condividere tra un bambino affamato ed un adolescente inquieto. Mi tremava leggermente la mano, nello spalmare la crema di nocciola, ma era un mio tic, nulla più. Lo chiamo, non mi risponde. Lo chiamo una seconda volta, forse il volume del televisore sovrasta anche la mia voce e l’odore di pane abbrustolito. Suona anche il telefono, gli urlo di andare a rispondere lui, sarà sicuramente mamma o un promotore finanziaro di contratti energetici. In entrambi i casi, mio fratello piccolo è la persona migliore per gestire queste cose. Lo sento andare all’apparecchio, farne cessare il lamento, ascoltare e parlottare qualcosa, ascoltare ancora e parlottare qualcos’altro. Quindi un lungo silenzio.

Poco dopo, lo vedo comparire sullo stipite della porta – l’odore di pane e nutella ha fatto il suo bell’effetto – e mi guarda raggiante. «Era Stefania.» mi dice. Stefania, la mia ragazza. Sedici anni che moltiplicati due come i miei, fanno trenta e rotti. Non pochi per condividere passioni, non abbastanza per costruire qualcosa assieme che possa durare. Perché non me l’ha passata? glielo sto per chiedere. Ma lui mi precede. «Tra poco arriva.» Sbianco. I miei genitori non vogliono che ci incontriamo a casa, noi due. Non so perché, le loro paturnie, i loro motivi del cazzo. Ma tra poco so che torneranno anche loro e se scoprono che c’è anche Stefi allora sono proprio…fottuto. Corro al telefono, magari riesco a richiamarla prima che prenda il motorino per raggiungermi qui. Al massimo, mi dico, se non risponde posso sempre non aprire alla porta e…Niente, come sospettato il suo cellulare suona a vuoto per istanti che sembrano durare secoli. Ho il cuore in gola, mi sento le scariche di adrenalina scendermi lungo la schiena perché, in totale sincerità, in sedici onorati anni di vita, non so bene neppure io che diamine fare, adesso. Tanto vale aspettare. Tutto si sistemerà da sé, una soluzione riuscirò pure a trovarla. Non tocco nemmeno una briciola di pane e nutella preparati, con somma gioia del piccoletto che mi guarda con un gran sorriso ed una bella ciorla di crema.

Dopo una mezz’ora circa, suona il maledetto campanello. Guardo angosciato verso la porta. Intimo a mio fratello di fare assoluto silenzio, è come un gioco, sarà il nostro segreto. Devo fare uno scherzo a Stefania, sarebbe la scusa, poi le dirò tutto quando ci vedremo domani, a scuola, e se proprio dovrò farmi perdonare le offrirò anche la colazione. Il campanello suona insistentemente, più di una volta, sembra il canto del cigno di una persona che non riesce a rassegnarsi. Poco dopo, inizia a suonare anche il telefono, al ché mi raggelo per davvero. Rispondo al telefono, è nostra madre inferocita. «Perché non aprite? E’ successo qualcosa?» oramai la frittata è fatta. Non rispondo, corro alla porta, corro ad aprire, mi si piomba in casa Stefania, chissà come, in questo gioco di coincidenze significative mi salta addosso per sbaciucchiarmi tutto, ma non è abbastanza, non è finita qui, nel frattempo una donna meno giovane sale per le scale, già abbastanza imbestialita per l’attesa ingiustificata ed allora il vederci, io e la mia ragazza, assieme, a fare cose sporche, in presenza di un fratello più piccolo, è il colmo. In silenzio mi intima di uscire fuori, non considera neppure la ragazza che mi abbraccia interdetta, chissà, forse finirà tutto come è iniziato: uno stupido fraintendimento, uno sciocco gioco.

Io e Stefania non possiamo che continuare a sbagiucchiarci e toccarci per un poco, giusto per abbassare i nostri reciproci bollori, poi però le dico che è meglio torni a casa, domani le spiegherò tutto, lo giuro, mi farò perdonare e anzi, perché no, possiamo fare sboccia, tanto oramai la frittata è fatta. Va bene, mi dice, a domani. Ecco, uno dei due problemi l’ho risolto: ho affrontato prima il più facile, come nei compiti in classe di matematica, adesso ovviamente tocca a quello più ostico. Speriamo bene.

«Stasera, con calma, ne parliamo anche con tuo padre.» la frase lapidaria che mi accoglie nel soggiorno. Mio fratello è tornato a giocare tranquillo, tutti quanti sarà meglio che continuino a giocare innocentemente alla famiglia Barilla, almeno fino a sera, quando passato il sereno, giungerà la tempesta. Almeno, questo è quanto temo.

Quando torna mio padre la tempesta diventa uno tsunami. Mi urla contro frasi sconnesse, complice lo stress da troppo lavoro e la poca complicità sessuale con una moglie comunque bella ma sulla soglia del non-sono-più-una-ragazzina. E le menate sui patti da rispettare, e via discorrendo. Sono dei poveri vecchi, vecchi nel senso della mentalità retrograda, che non capiscono il tempo presente ed ancor meno i figli che mettono al mondo. Sbroccò, gli urlo contro altrettante cose pesanti, corro fuori di casa, cercando di seguire Stefania, anche se a quest’ora sarà andata chissà dove. Corro tra palazzi tutti uguali che mi sento piombare addosso minacciosi. Siano maledetti, loro e per sempre.

Sconvolto, torno a casa. Li ritrovo attoniti al tavolo della cucina, non mi rivolgono parola ed io di rimando faccio altrettanto. Aspetterò i favori della notte per compiere un gesto eclatante, il gesto significativo: quel granello di sabbia nell’ingranaggio che pone fine ad un movimento assurdo e ripetitivo. Quando ci vuole, ci vuole, quando è troppo, è troppo.

Si è fatto sera, sento una vocina che ammonisce: “Non ci pensare, tu non ci devi pensare” – fosse facile farlo. “Fidati che ce la si puó fare, anche in momenti come questi. Anzi…proprio in momenti come questi.” – ma io non mi sento pronto. Ripensavo a quando, tempo fa, era capitata quella cosa, ed allora tutto era stato più…complicato, se é questa la parola adatta.” tu sei abbastanza complesso da non richiedere ulteriore caos” – eppure c’é, lo sento, é dappertutto. “appunto, il caos che hai dentro ti esplode fuori: non vedi che é così semplice?” – ma io non ci riesco, non riesco a farlo, a renermi la vita facile, a vivere senza pensare a tutti quei casini, quei problemi, quelle rogne che io e te e vaffanculo chissà chi altro hanno lasciato si propagassero senza controllo. Mi capisci, almeno?” certo che ti capisco, ma non sarà la mia solidarietà a farti cambiare idea, o darti la carica. Quando una cosa deve accadere, accade. È inevitabile.” – mi domando se saró pronto. “certo che lo sarai, tu sei sempre pronto. Ora vai di là, da loro, e compi il tuo dovere.” – é la scelta giusta? Mi domando. Ho sotto la felpa un coltello da cucina, quello seghettato per tagliare il pane a fette tutte uguali. “é la scelta migliore”, la risposta che mi dó, che mi rimbomberà in testa come quei colpi inferti contro tutti loro, mentre erano seduti su quel cazzo di divano comprato a basso costo, color vaniglia, addirittura pagato a rate. La morte sola giunge tutta in un’unica soluzione. Ma questo lo sapranno loro. “ma questo lo sai solo te” – l’ultimo pensiero prima di scoprire anch’io quella sensazione, quel retrogusto amaro di sangue, quel tremolio eccitato che precede gli istanti migliori. Poi più nulla, come sempre, come per sempre.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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