Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 11

Photo credit: aleef.it

“La rivolta consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora”

(Albert Camus, ‘L’uomo in rivolta’)

Rebellion

“Una ribellione. Una rivolta. Bottiglie incendiare che colpiscono senza pietà, obiettivi negozi, supermercati, ma anche librerie e scuole. Ragazzi che corrono nella notte, inseguiti da ciechi richiami di sirene bluastre. E la potenza dell’Amore, quello con la A maiuscola, che persino quando tutto sembra essere senza via d’uscita, apre uno spiraglio, lascia esalare un poco di luce, a volte persino con violenza. Eppure la vita è anche violenza, è anche Amore, è una rete di fili invisibili legati più strettamente di quanto si creda, nella Città…”

LC

I

La bottiglia incendiaria saettò nell’aria umida della notte primaverile. Essa tracciò un’ampia parabola prima di infrangersi contro la vetrina, crepando il vetro in più punti. Un’eco di passi veloci rimbombò prima della sua esplosione, un boato improvviso che sfiatò per le vie del centro cittadino, facendo risuonare alcuni allarmi in un cupo latrare monotono di cani da guardia meccanici. Il negozio colpito vendeva abiti costosi, alla moda, di un lusso tanto ostentato quanto inutile e volgare, ora miseri stracci bruciacchiati che, malgrado il loro prezzo, non potevano risorgere dalle loro ceneri come fenici dei miti passati. Poco più tardi altre sirene ulularono nella notte: gli agenti intervenuti avrebbero tuttavia trovato solo cocci di vetro, striduli scricchiolii – o gemiti? – sotto le suole dei loro stivali, un odore acre e pungente di fumo e, forse, un semplice volantino ciclostilato, che avrebbero osservato increduli in un’era in cui i computer erano moderni scribacchini mal ripagati. Una scritta? Una firma? Una rivendicazione? Avrebbero storto il naso leggendo poco convinti le uniche lettere stampate in un carattere rosso accesso – il rosso del sangue o del comunismo, così come della ribellione o dell’amore – né vi avrebbero prestato l’attenzione dovuta. Eppure presto, molto presto, dall’alto dei palazzi del potere quell’unica parola sarebbe stata sussurrata come la peggiore delle maledizioni, tacciata come il morbo più grave.

Ewulz corse nella notte fino a chè respirare non gli fece male. Allora si fermò, piegato in due, le  mani strette alle ginocchia: riprese fiato con forza, strappandolo all’atmosfera madida di rumori, inalando tutti i vapori che la cappa fuligginosa e tossica della città sapeva offrirgli. La Città, dove loro quattro vivevano: Ewulz era il più giovane e al contempo il più incazzato, artigliava gli oggetti e martellava parole come chiodi appuntiti; nei suoi occhi color dell’assenzio, di un verde brillante e surreale, si leggeva con difficoltà una rabbia a lungo repressa, una soddisfazione ancora più grande nel poterla sfogare in qualsiasi modo. Egli era egocentrico e sognatore, ribelle e arrogante, eppur sensibile, con l’aria da timido ragazzo il cui sguardo riesce talvolta a perdersi sotto sfilacciose ciocche color del grano. La Città però non è una campagna, non può esservi spazio per il giovane sorto dalle messi.

Jack si fermò poco dietro di lui, stendendosi su una panchina traballante e coperta di scritte di pennarello, lasciando che la sua risata alcolica si fondesse con il respirare lamentoso del silenzio, un brusio di fondo sommesso e continuo, a tratti cadenzato come il battito di un cuore; rise a lungo, ignorando il rumore che faceva, ignorando il fatto di poter essere sentito, visto o notato, da sguardi assonnati che sporgevano dietro alle persiane, emergendo da righe di luce che si gettavano sin nella strada sottostante. I suoi stivali di pelle nera batterono più volte sul bordo della panchina prima che si calmasse dall’eccitazione adrenalinica che aveva in corpo. «Cazzo.» sibilò estasiato. Ripetè la parola più volte, come se fosse un’oscura formula magica in grado di dargli forza.

«Cazzo, Ewulz, è stata una…una…» non trovò il suono adatto per definire l’esplosione, la corsa, la paura del sentirsi braccati da segugi di lamiere e pneumatici bruciati dall’asfalto. Torrido e scabro di frenate, come il ritmo del suo respiro, ansante, discontinuo, il battito del suo cuore tachicardico, che martella le tempie e sembra di essere più vivi che mai, quella sera. Tutto attorno sembra più nitido, più vivo, i colori più brillanti, eppure forse è solo il contrasto tra la notte e il faretto aranciastro del lampione, tra luce ed ombra, tra bene e male. Forse, si dice Jack, solo su quella labile linea di confine le cose si fanno più chiare, nitide, in fondo comprensibili. Il difficile è riuscire a starci, in mezzo, senza avere la presunzione di voler passare dall’una o dall’altra parte. Come dimostrano i suoi pensieri intermittenti, anche Jack è giovane, per quanto abbia uno o due anni in più di Ewulz, non ricorda. Ha capelli cortissimi e neri, uno sguardo vivo, rallegrato da qualche birra di troppo; birra che a lui piace bere, soprattutto bella fresca, quando la schiuma ti si attacca al palato e con la lingua avverti tutto il sapore del malto e del luppolo, frizzante ed amarognolo al tempo stesso.

Si umetta lievemente le labbra con la lingua, mentre fiuta l’aria come se potesse raggiungerlo un pericolo imminente; allora i suoi jeans strappati hanno un guizzo mentre si rialza in piedi di scatto, sulla difensiva, i denti biancastri e regolari snudati come zanne di un lupo, macchiati dalla nicotina di qualche sigaretta di troppo anziché dal sangue.

E’ una figura quasi felina quella che avanza dalla tenebra. Una fiammella di sigaretta pulsa tenue tra quelle che devono essere le sue labbra, o le sue dita. Una nuvola di fumo biancastro e denso simile a nebbia si alza in alto, verso il lampione, perdendosi nell’immensità del cielo notturno punteggiato da stelle non visibili da lì in basso. La figura avanza lentamente, gettando quella favilla danzante a terra, lasciando che esploda, piccolo fuoco d’artificio sul selciato butterato. Probabilmente la osserva spegnersi in quel lampo, sospirando leggera come dinnanzi al concludersi di una bella storia d’amore senza pretese. I suoi capelli d’oro e bronzo sono una misera criniera rispetto al volto tornito, levigato e incastonato di gemme quali i due occhi splendidi ed enigmatici di un colore indecifrabile. Emana un pallore lieve e marmoreo di statua ellenica, per quanto carente dei canoni di perfezione che gli antichi Greci tanto amavano; eppure la sua bellezza sta proprio in piccole imperfezioni sapientemente dosate come ingredienti di una buona torta, croccante e fragrante e invitante a venire morsa. Le sue labbra invitano a baci e morsi di ben altro appetito e lei, conscia, si lascia ammirare mentre avanza dalla tenebra, sotto le luci di un immaginario palcoscenico, pronta a recitare il suo monologo dinnanzi a un piccolo pubblico di ammiratori. Lexia è bella, nessuno può negarlo. Un silenzio sacrale scende dignitoso mentre lei si guarda soddisfatta intorno.

«E’ stato così affascinante, vero?» chiese lei dopo aver annusato l’aria, senza guardare nessuno in faccia, come se parlasse più che altro tra sé e sé. «Senz’altro! Senz’altro…Una figata, Lexia, una vera figata!» cominciò a scodinzolare Ewulz come un cagnolino; mancava soltanto che alzasse la gamba ed iniziasse a gettare caldi fiotti di piscio contro il muro – in effetti, un poco lo stimolo di pisciare lo sentiva. «Mi sentivo il fuoco nelle vene, Lexia…lanciare quella bottiglia incendiaria verso quei fottuti empori di merda…ci pensi? La soddisfazione di vederli andare a cenere, e che vadino a crepare ed a fare in culo…» aggiunse Jack esagitato, non sapendo se per la presenza della giovane ragazza o se per l’eccitazione dovuta alla vicenda, nuda e cruda. «Cazzo!» Non potè evitare di aggiungere. Oramai, questo era il suo segno distintivo. «Tutto è andato come programmato. Ora, la polizia starà cercando chissà chi ed altrettanto brancolanti nel buio, incolpando chicchessia, se non loro stessi addirittura…per la loro incapacità. Bene…vogliamo andare o star qui ad attendere che ci vengano a prendere?»

Come a rispondere ad un ordine, i due ragazzi furono prontamente in piedi, quasi sull’attenti. Senza sapere dove sarebbero andati, come avrebbero trascorso la notte, addirittura se avrebbero mangiato qualche cosa oppure fossero stati costretti a rubare o mendicare…Freddi brividi corsero lungo le loro schiene; era meglio non chiederselo affatto. Né tanto meno chiederlo a Lexia. Lei sapeva sempre tutto prima. Lei era scaltra, ed intelligente. Bella da impazzire, adatta a menti complicate.

Una notte strana si intrufolava tra le vie del centro, un vapore caldo, un’alitata alcolica di un domani che non voleva alzarsi da letto. Sarebbe giunto inclemente su tutti loro, e sulla Città. Bastava definirla così, la Città, ed era anche troppo; era più importante chi vi viveva, chi vi si nascondeva, chi ne scappava giorno dopo giorno. Ewulz soprattutto. Un nome strano anch’esso, ma rappresentava un dovuto riconoscimento a parentele di chissà quale idioma lontano, che in un passato nemmeno troppo remoto avevano deciso di stabilirsi lì, in quella città, e dopo di loro nessuno se n’era più andato. Aveva ancora le mani tiepide per l’aver sfregato il vetro della bottiglia, prima di lanciarla davanti a sè. Ma non era una Molotov. Aveva ascoltato lo scoppio del vetro, una vita di cristallo in frantumi, una cacofonia di immagini che poteva rimandargli solo un migliaio di volti tutti uguali: il suo. Scalciò per terra, le suole di gomma spessa a far levare i gemiti. Altra sofferenza! Ma non la sua, perlomeno; non più, non adesso. Non ancora? Non era solo, a parte quelle schegge di uno specchio approssimativo infranto. Assieme a lui almeno altre due persone di cui poteva sentire il rumore, al buio. Una lingua gli solleticò rapace il collo: una ragazza, senza dubbio. Quando non c’era Ewulz, c’era l’alcool a farle compagnia. O le sigarette, una ogni tanto che fumare fa male, ma un male peggiore lo provava quando una sensazione di vuoto la prendeva all’improvviso e per scacciare il buio dentro di sè doveva accendere una luce – una fiamma aranciastra – fuori di sè. Il buio si affievoliva, il vuoto in parte si calmava, ma non era mai abbastanza e, alla fine, non era mai lo stesso. Allora cercava di porsi delle domande, per sapersi rincuorare, ma non ce la faceva e perciò cercava altro, tentava altrove, e se all’inizio tutto pareva diverso, in fondo ogni cosa era una cosa sempre uguale.

Cercava di tenere il filo delle proprie sensazioni, ma anziché un filo quelle tracce erano sparse come sassolini sul sentiero, e nemmeno sassolini erano, bensì briciole di pane. Un attimo solo ed erano di nuovo vuoto. In bocca il consueto sapore di buio.

II

Lexia era un nome straniero appartenente ad una persona che non era straniera per niente. Erano stati i suoi genitori, a sceglierlo, nei tempi in cui la vera moda era essere controcorrente, ed allora perché non marchiare a fuoco una figlia con un nome un bel po’ particolare, che visto che il nome è il proprio destino, aveva a ché fare con le parole, con il verbo di cristiana memoria, o con la verità di semantica appropriazione. Ogni sua parola suonava come un ordine, al branco di giovani che le si affiancavano. Era la Parola, era la Salvezza.

Dopo essersi dati una parvenza di normalità – e decenza – il trio era giunto davanti ad un locale del centro cittadino. Si sentivano ancora, in lontano sottofondo, il latrare di cani meccanici, l’ululato di luci bluastre, il vociare di persone delle forze dell’ordine apparente e del conformismo pieno. L’unico ad esser rimasto indietro, come esca, era stato Peter. Il caso aveva scelto lui, si sperava fosse riuscito a scappare agilmente dalle guardie, anche se non era affatto un gioco; ma non poteva essere più loro preoccupazione, al massimo se ne sarebbero occupati domani, dopo una mangiata pantagruelica o una degna bevuta. E forse, anche altro, chissà. Prima di varcare la soglia, Lexia baciò entrambi i ragazzi, abbracciandoli con forza, esplorando le loro bocche con avidità, tastandogli i pacchi induritisi da sopra i jeans. Sì, era proprio una ragazza selvatica, senza freni, con un sacco di voglie. Ewulz e Jack si guardarono con un sorriso complice, il trio entrò tranquillamente nel pub, cercando con lo sguardo tavoli liberi o camerieri disponibili. Non ne videro nell’immediato, si fece loro incontro una figura avvolta dalla nebbia di fumo di cucina e sigarette, vapori di alcol e ragù. Fece loro un cenno muto, invitandoli a seguirlo al piano di sotto. Dopo un’iniziale perplessità, lo scalcinato gruppetto lo seguì.

La sala di sotto era ampia quanto quella al piano terra, un’ambiente speculare come i ragazzi che adesso sedevano ad un tavolino traballante, una cacofonia di voci attorno, un bailamme di pensieri nelle loro teste, ed adrenalina nei loro corpi. La confusione gli piaceva. Il caos ancora di più. «Devi scegliere, Lexia.» la ammonì Ewulz guardandolo serio. Ma non c’era nessun menu davanti a lei, il cameriere era appena andato via con l’ordinazione di due Piña Colada ed un Manhattan. «Sì, devi scegliere.» gli fece eco Jack con lo stesso ghigno. Lei guardò entrambi con sospetto, erano belli tutt’e due, gli piacevano tutti e due, ma nessuno dei due gli apriva il cuore – o le gambe. Era indecisa, e lo sapevano tutti. Era incerta sul da farsi, ma il ritorno del ragazzo con le ordinazioni di poco prima la fece momentaneamente soprassedere su ulteriori scelte.

«Vedete, ragazzi…» disse pensierosa mentre sgranocchiava noccioline e dava un’altro sorso al cocktail. Si sentiva affogare come la ciliegina del suo Manhattan rimasta sospesa sul fondo. «E’ vero, mi piacete entrambi, e molto…». Ewulz e Jack erano attenti come due cani da caccia. Avevano puntato dall’anno scorso la loro preda, adesso era stata messa all’angolo. Aveva chiesto delle prove, aveva domandato di correre rischi, e questo loro lo avrebbero fatto. La ribellione era la sensazione più dolce, il brivido più bello da provare. Lo sapevano tutti.

Un cellulare di qualcuno di loro trillò veemente sul tavolino. Era Peter. Sicuramente, era tutto a posto. Rispose Lexia, anche se non era la proprietaria del telefonino. Non disse nulla, ascoltò soltanto. I suoi occhi scansionavano la realtà intorno come una fotocopiatrice, pareva fare una risonanza magnetica ai due ragazzi seduti lì, a pochi centimetri da lei. Riattaccò con un sorriso soddisfatto. Guardò un attimo lo smartphone prima di ridarlo al legittimo proprietario, notando una foto sullo sfondo che non lasciava dubbi. Si fece più convinta, e disse: «Va bene, sceglierò. Allora si fa così, io adesso vado in bagno e voi, uno alla volta, mi seguite lì. Una volta dentro, scoprirete cosa c’è da fare.»

Passarono minuti che parvero diventare ore, ed ore che sembrarono trasformarsi in minuti. Una cosa veloce, un servizio express ad entrambi, una prova da ragazzi ribelli, che avevano voglia di succhiare la vita fino al midollo, per poterne godere appieno, per poter vivere un giorno in più. Tornarono tutti e tre in momenti diversi lì dove si erano seduti, lì dove tutto era iniziato. Si scambiarono i cocktail per sciaquarsi ben altri sapori che avevano gustato. La cosa pareva essere passata inosservata, a tutti gli altri presenti del locale, d’altro canto avevano pure le loro preoccupazioni e pensieri, i giovani lì di sotto o al piano di sopra, i baristi impegnati, il proprietario fermo alla cassa, i camerieri impegnati nel loro slalom di fondo tra tavolini traballanti, assoldati come giocolieri più o meno esperti. Gradualmente, come per i concerti di musica, il vociare iniziò a diminuire. Le altre persone stavano per fare ritorno a casa. I tre ragazzi stavano vivendo la serata più frizzante della loro vita, anche se le bollicine, alla fine, sfumano pure loro. Per tutte le cose c’è sempre un prezzo da pagare.

Il bicchiere vuoto rotolò come una trottola sul tavolo del pub. Erano rimaste poche persone, il locale stava per chiudere, arrivederci alla prossima serata, avrebbe annunciato il giovane barista. Il vociare si fece sempre più basso, intervallato da un cigolare di cardini ed uno strusciare di giacche, spezzettato da un muoversi di sedie sul pavimento che avrebbe avuto bisogno di una bella ripulita. Alla fine, la sua scelta era ricaduta su Ewulz. Per tantissimi motivi. Jack l’aveva presa diplomaticamente e se n’era andato via da una mezz’ora almeno, Peter alla fine aveva tirato buca, era rimasta solo Lexia, la giovane Lexia, la bella Lexia, l’inafferrabile Lexia. Tutto vero, ma tutto parziale. Si sentiva sporca per quello che aveva fatto. Si sentiva bene per la storia della bottiglia incendiaria, una miccia era pur stata accesa. Forse avrebbe continuato a bruciare, forse si sarebbe spenta come il mozzicone della sigaretta sul fondo del bicchiere. Forse con Ewulz non sarebbe durata, chissà se l’uno o l’altra si sarebbero chiamati l’indomani, in fondo quel che c’era da fare, era stato fatto. Anche troppo.

Afferrò la ciliegina del suo drink, la morsicò con grazia. Alzandosi dal tavolino, salì al piano di sopra. Non si fermò alla cassa, non domandò il prezzo, lei il suo conto lo aveva già ampiamente pagato.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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