Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 10

Photo credit: https://www.tuttotattoo.com/heart-2/

“Gli uomini hanno i riflessi lenti: in genere capiscono solo nelle generazioni successive.”

(Stanisław Jerzy Lec)

Quel che luccica spesso abbaglia.

«Entra il dottore.» annunciò una voce.

Tutta la platea si alzò in piedi all’unisono, centinaia di braccia da conserte si mossero ad un ritmo convenuto, un applaudire asciutto, dovuto, quasi sincopato. Così come era iniziata, poi, l’onda si ritrasse, le braccia tornarono ad abbandonarsi al fianco dei vari proprietari e, di comune accordo, le persone che si erano alzate si rimisero a sedere nei loro posti di scomode poltroncine di velluto rosso.

La conferenza era una di quelle noiose, qualcosa del tipo “il nistagmo nel paziente anziano – sfide e prospettive nel terzo millennio” o giù di lì, insomma, quelle cinque sei ore ad ascoltare blabla come una radio accesa in macchina, sulla stazione preferita, mentre si guida in autostrada in un giorno nitido e senza traffico. E nelle orecchie un blabla diverso, stavolta è Lenny Kravitz che graffia con la sua canzone d’amore e sesso e voglia di vivere quella cazzo di vita, un poco sopra le righe, un poco sotto le montagne, perché tutto va bene, sarà anche bevibile il caffè del catering, le ragazze immagine che ti stampano sorrisi avvolti in stilosi abiti casual, tacco alto ma non troppo, rossetto spento ma non troppo, sorriso acceso ma mai abbastanza…No, ti tocca seguirlo quel convegno, tra colleghi ci si dà del tu, e tanto sono LORO quelli che possono permettersi di guardare dall’alto in basso il popolino di ignoranti e malati e…

Ma tanto va bene così. Certo che va bene così, no? Te lo diceva sempre anche lei, Giorgia, no non tua madre che non hai mai conosciuto, ma la tua fidanzata storica, la ragazza conosciuta in prima superiore e lasciata un anno prima della laurea specialistica in neurologia, un quinquennio quasi di conoscenza più che approfondita per potersi dire, in ordine sparso: “ti amo ti voglio ti odio ti lascio”, senza dimenticare che una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, lo puoi ripetere un milione di volte ma non ci sarà mai una rosa che non ha anche la sua corona di spine. E così era stato con Giorgia, no? Te lo dicevi, stranamamente – ma non troppo – mentre alla radio ora erano passati da Lenny Kravitz agli U2, quelli dei primi album, i migliori, forse avevi fatto un gioco di associazione con i primi anni migliori con LEI, prima che subentrasse l’abitudine, il cinismo, il calcolo spicciolo. Anche se questi pensieri non li avevi mai abbracciati del tutto, forse a fare questo era più che altro Giorgia, lei sì che con una laurea in Economia avrebbe avuto tutte le strade aperte, chissà. Forse proprio la sua laurea in Economia la aveva portata a scegliere per un investimento migliore, per il suo futuro. E questo investimento, evidentemente, non era LUI.

Si riebbe dal torpore in cui era piombato. Era stato un colpo di tosse di un vicino di poltrona, nulla più. In basso, l’oratore continuava la sua spiegazione, a ritmo di slide proiettate una dopo l’altra come le diapositive delle vacanze in montagna con tutta la famiglia. Anzi, se all’improvviso, tra uno schema dei circuiti nervosi che proiettano all’occhio e una trafila di scritte tecniche, si fosse infiltrata una diapo di sua figlia in calzoncini corti ed una margherita in mano, non ci avrebbe trovato nulla di strano. Non si stava forse parlando di nistagmo, appunto? I suoi pensieri curvarono repentinamente ad U e si riappropriarono della carreggiata Giorgia, lui e lei persi nei loro sogni infantili di famiglia e le prospettive adolescenziali di una felicità condivisa, ma presa comunque in affitto. C’era sempre lo spettro dello sfratto, insomma, e lui aveva capito bene cosa voleva dire Massimo Ranieri quando cantava struggente la sua canzone più famosa. Aveva perso tutto, ma non la sua dignità.

Si soffiò il naso, ma non per la commozione. Il freddo repentino di quegli ultimi giorni lo aveva preso alla sprovvista, come le telefonate nel cuore della notte, e in questo caso torna in gioco quella famosa Giorgia – no, non la cantante – che di notte, il giorno prima di Capodanno, ti dirà, senza troppe parole ma senza neppure una selva di silenzi che purtroppo no, è ora di cambiare, anno nuovo vita nuova, e forse è meglio così, e magari restiamo ancora amici, sei una persona splendida, abbiamo fatto tanti bei progetti assieme, ma non tutti possono andare come si vorrebbe ed allora perdonami (perdonala) ma io non posso continuare a fingere di amarti (quindici anni sono tanti, troppi).

«Adesso facciamo una breve pausa. Tra un quarto d’ora riprendiamo.» annunciò un’altra voce. Non aveva ascoltato gli ultimi interventi. La sua mente non riusciva a star dietro a cose più importanti (quali?). Spaesato, indeciso se restare o andarsene, optò per uscire, almeno una boccata d’aria, poi avrebbe deciso se continuare a seguire una conferenza pesante o il flusso dei suoi pensieri frammentati. Sentì una fitta al petto, ma non era un infarto.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

Write Writing Written

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: