Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 9

Photo credit: antartidee.it

“Tempo dammi tempo ancora

non so cosa succede

adesso sto dormendo eppure

mi scorri nelle vene

ci sarà pure un posto dove il cuore

non ha più catene

oppure dimmi il trucco

per farsi voler bene”

(Lucio Dalla, ‘Goodbye’)

Sulla strada di casa.

Era giunto in farmacia sul fare della sera, poco prima dell’orario di chiusura. Non c’era troppa gente, in quel momento, e la bottega era un semplice negozietto di periferia, conosciuto al più dagli abitanti del quartiere o scoperto per caso da chi, come lui, passava per di là, alla ricerca di un bar per pisciare o di un tabacchino per le sigarette. L’insegna era mezza spenta, la luce ronzava come un moscone impazzito alla luce aranciastra del sole ed al profumo intenso di gerani. Il marciapiede era lindo, in quel punto; il caseggiato attorno era una selva di finestre e terrazze che si aprivano sulla via come occhi curiosi di bambini disattenti. Non era rimasto a lungo, nel negozio, non trovando quando cercava. Non aveva voluto ordinarlo, voleva evitare il più possibile di rimettere piede in quella periferia asfittica, enigmatica, crudele.

Non aveva bei ricordi di quel circondario, quando anni prima era un transfugo in quartieri che non gli sarebbero mai entrati dentro, nè tantomeno appartenuti. Ci era ritornato per caso anni dopo, come capita ad altri che, muovendosi all’inseguimento delle proprie chimere, si ritrovano dove mai avrebbero immaginato, percorrendo vie che mai avrebbero intrapreso. Tanto valeva fare, per l’ultima volta, un giro tra quei palazzi, alti e grigi, magari la memoria si sarebbe aperta sui portoni socchiusi tra i quali si intrufolava bambino o, adolescente, cercava di intortare ragazze per strappar loro baci e stupide promesse. I nomi sui campanelli, in quegli anni, si erano trasformati. Etichette sbiadite mezze incollate, esistenze sbilenche mal trattenute, che si sbracciavano per stare a galla, che correvano in tondo come animali impazziti, che si rifiutavano di vedere la realtà attraverso gli occhi e preferivano rifugiarsi dinnanzi proiettori di menzogne a buon prezzo…Già, anche lui era stato così. O aveva rischiato di rendersi tale. Poi, ad un certo punto della sua vita, aveva capito dove sbagliava.

Intanto, continuava a camminare tra le vie scabre e dai nomi pomposi. Un motivo c’era, se girovaga per di là. Voleva rivedere l’abitazione della sua infanzia, la dimora dei suoi piccoli drammi, e non senza fatica fu in grado di ritrovarla. Il numero civico doveva esser quello giusto, la via anche. Scorse la selva di campanelli, alla ricerca di nomi familiari, ma non trovò nulla. Andò al palazzo affianco, dove una volta abitava la sua amica di quando erano stati bambini, e che da allora non aveva più visto. SI chiamava Giulia e qualcosa, sicuramente se avesse letto il cognome se ne sarebbe ricordato. Difatti, fortuitamente, lo trovò.

Vi rimase dinnanzi per istanti che parevano non scorrere mai. Giulia B., certo. Come poterla dimenticare? Decise di suonare il campanello, ma non si diede alla fuga come si fa nei peggiori scherzi. Dopo altrettanti istanti che parevano anch’essi congelati in un non-tempo, si affacciò dal secondo piano una vecchia donna. «Chisstatteccercando? Giulliannonncè.» come se sapesse già che era solo la figlia (la nipote? I vecchi dopo una certa età si assomigliano tutti, vengono meno i gradi di parentela) quella che potesse essere cercata, in quei grappoli scuri di appartamenti schivi. La vecchia con sembianze di donna iniziò a guardare di sotto, in tutte le direzioni, come una telecamera di sorveglianza. Tanto valeva rispondere. «No, mi scusi. Devo essermi sbagliato.»

Guardò negli occhi l’anziana, rimasta al momento zitta, quindi decise di riprendere la via di casa. Chissà dove aveva parcheggiato la macchina, in quel labirinto di vie da percorrere magari lasciandosi alle spalle una scia di briciole come moderni Hansel e Gretel.

«Giovanni…! Sei Giovanni, vero?» le stava urlando dietro la vecchia strega. Ma lui era troppo lontano per poterla sentire ed anzi, per schermare i rumori incipienti della sera trafficata di una periferia anonima, decise di mettersi nelle orecchie una vecchia canzone di Lucio Dalla, che di titolo faceva elonquentemente: “Goodbye”.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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