Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 8

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“La gelosia della donna ha come oggetto le facoltà creative. Una madre che ha dato alla luce un figlio maschio prova nel crescerlo il dolce piacere di una vendetta nei confronti delle facoltà creative dei maschi. La donna assapora il senso della propria esistenza nell’impedire la creazione.”

(Yukio Mishima, ‘Colori proibiti’)

Qualcosa di mio

«Giro giro tondo…» canticchiava il bambino, ignaro del mondo là fuori. Giochicacchiava con una macchinina di plastica, di quelle grandi e colorate, la mamma si trovava nella stanza di fianco, in cucina, a preparare una qualche merenda buona buona. «Giro giro tondo…» ripeteva come una litania, una nenia leggera, non ricordava il bambino come proseguiva la filastrocca, d’altronde era troppo piccolo per poterlo fare appieno, i suoi 3-4 anni appena rappresentavano un buon biglietto da visita per la scuola materna e i suoi amichetti e tutto il resto. Come una spugna assorbiva tutto e, piano piano, lo rilasciava come una piccola scia bagnata. «…casca il mondo…» gli cinguettò la mamma da oltre la porta, e il bambino si interruppe, gli occhi celesti sgranati per la sopresa, le tante sorprese, il mondo di novità che ogni giorno trovava: stavolta era la voce della mamma, e la continuazione della filastrocca, e la sua macchinina gialla preferita, che faceva volare volare volare alta, come fosse un aeroplano, come il suo gioco preferito…

La macchina sbandò leggera nel fare una manovra forse troppo azzardata. Fu più che abbastanza per farla decollare e roteare su se stessa, non era la macchinina gialla del bimbo, era un’utilitaria vera e propria, guidata da una persona in carne ed ossa. Atterrò sul fianco, lo schianto della lamiera, il frangersi dei vetri, l’ululato dell’allarme. Tutto sommato, il guidatore non era morto. Malconcio, qualche frattura scomposta ed abbastanza fortuna addosso, avrebbero commentato dopo gli infermieri. Nel frattempo, il bambino a casa continuava a giocare e canticchiare, la madre ad accudirlo e coccolarlo. Entrambi attendevano il ritorno dell’uomo a casa. Li raggiunse una telefonata che risuonò come il trillo di un uccellino. Dall’ospedale di Parma una signora dalla voce asciutta voleva parlare con Giovanna Crescinbene. Era tutto a posto, niente di troppo grave, voleva solo informarla che il marito era rimasto coinvolto in un incidente e stava facendo tutti i controlli del caso. Per scrupolo avrebbe trascorso la notte in osservazione, tutto qua. Grazie buongiorno, mi stia bene, tanti auguri, ecc. ecc.

Paradossalmente, la donna era rimasta con la cornetta del telefono a mezz’aria per alcuni minuti, dopo la conclusione della telefonata. Il bambino si era zittito e la guardava speranzoso. La sua canzoncina era un ricordo distante, se mai se la sarebbe ricordata un domani. La madre gli corse incontro, come per proteggerlo da chissà quale incidente che, in quella casa, non sarebbe di certo accaduto. «Amore mio…» le pigolò a bassa voce. «Sei qui con me, va tutto bene, va tutto bene.» continuava a cullarlo tenendolo stretto stretto. «Sei tutto mio.» concluse prima di prepararlo per uscire. Per andare a trovare il suo papà, all’Ospedale.

Si sentiva in colpa perchè avevano litigato proprio la sera prima, le classiche scaramucce da coppia affiatata che cerca di affrontare i nuovi cambiamenti cui non è pronta. Tipo educare il loro figlio, ognuno dei due genitori aveva il suo punto di vista. Per non dire i nonni, i conoscenti, i parenti lontani, che neppure venivano interpellati. Adesso la donna aveva davanti a sè un’occassione inaspettata da poter prendere al volo. Radunando in fretta e furia una borsa di vestiti, lasció un sintetico appunto scritto su post-it. A dire il vero ne aveva scritte altre cinque o sei versioni, ma erano tutte finite appallottolate nella tasca della sua felpa. Controllò che tutto fosse in ordine e si chiuse la porta alle spalle. Il bambino ridacchiava, felice di partecipare ad una nuova avventura. I dettagli non liconosceva, nè lui nè la mamma.

Una volta in macchina, con il (“tutto”) suo pargolo, la donna prese una direzione diversa da quella per l’Ospedale di Parma. A sera, nella casa, un cellulare apparentemente dimenticato continuò a suonare a vuoto, a lungo, come una nenia leggera di bimbo.

***

Pubblicato da Lucio Campiani

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