Cuori infranti in trentasei piccoli pezzi – 7

Photo credit: archillect.com

“Non abbiate paura della felicità: non esiste.”

(Michel Houllebecq, ‘Restare vivi’)

Un gioco di ombre e specchi

A quell’ora del pomeriggio, in farmacia non c’era quasi nessuno. Il caldo appiccicava i vestiti addosso dandogli una certa noia, la macchina l’aveva parcheggiata il piú lontano possibile, dove potesse esserci ombra, ed un qualche ristoro. Andó sicuro al bancone, il commesso era al telefono, si sentiva solamente un vociare sommesso provenire da dietro una sottile parete di cartongesso, ma non avrebbe giurato fosse una voce di persona in carne ed ossa oppure una radio lasciata accesa a gracchiare nella canicola estiva, lieve litania da rosario per beghine. Il farmacista, forse padrone di quella voce o di quella radio, comparve in scena come un attore al momento opportuno: notó che aveva la faccia rasata di fresco, il camice bianco, la targhetta a pendergli leggermente fuori posto. Lui chiese di acquistare un banale sciroppo per una tosse che faticava a scacciare del tutto, quindi domandó informazioni su un antibiotico per cui non aveva ancora la prescrizione del medico. Lo fece giusto così, tanto per aggiungere parole a soliti silenzi che altrimenti erano, per lui, angoli bui fin troppo noti.

Se fino a poco prima il negozio era quasi deserto, ora altra gente si stava accatastando in uno spazio a dire il vero troppo piccolo, per poter contenere tutti. Sudando leggermente, e per piú di un motivo, si guardó rapido alle spalle, temendo di cogliere insofferenza nella massa di quei clienti anonimi che attendevano con dissimulata pazienza il proprio turno. Il loro vociare prese a farsi monotono e fastidioso come il canto delle cicale. Il farmacista gli rispose qualcosa che non ascoltò, o non capì; annuì leggero, in testa sentiva solo il frinire di cicale da volto umano, le gocce di sudore che gli artigliavano la fronte, il rumore del suo respiro rauco, e dei suoi pensieri assurdi. Aveva bisogno di uscire, di andar via da lì al più presto. Stava per gridare un “basta!” improvviso come uno scoppio di palloncino ma si trattenne: il farmacista gli aveva allungato il resto con una mano, e lo sciroppo avvolto in carta bianca con l’altra. Era tutto a posto, poteva dirsi salvo. Poteva fuggire da quella bottega che si presentava come la panacea di tutti i mali – cosa che in parte era d’altronde vera.

Raggiunse la macchina lasciata ferma nell’umbratile frescura. Quello era un vecchio modello privo dell’aria condizionata, retaggio di una compravendita passata tra sua madre e una cara amica di famiglia; fosse stato per lui, sarebbe rimasta intonsa a quella donna, così gentile, così anziana, è sempre un piacere vederla, gli cigolava ogni tanto sua madre nelle orecchie. E poi: eh, ma la figlia, la figlia una così brava persona, perché non provi a conoscerla meglio e blablabla…No, non era abituato a vecchi catorci, fidanzamenti combinati, folla vociante in locali pubblici. Non era abituato ad esistenze pre-confezionate, così come a preconcetti ovvi. Non era adatto ad una vita a due, insomma. Non era capace di vivere come la maggior parte degli abitanti di quel dannato mondo. Oramai si era rassegnato ad una piatta esistenza scandita dagli orari del lavoro, dai telegiornali della sera, dalle abitudini di una convivente non più giovane.

Per tutto il viaggio di ritorno, tenne sotto controllo quel fagottino incartato, sul sedile affianco; manco fosse un vaso cinese, quello sciroppo per la tosse, pubblicizzato ogni tre per due durante i mesi invernali, che tuttavia sua madre aveva chiesto gli comprasse in quell’estate torrida di quell’anno osceno. Dopo aver trovato, non senza fatica, un parcheggio sotto casa, rientrò in appartamento tutto sudato, il fiatone per le tre rampe di scale fatte di corsa, saltando i gradini a casaccio, rischiando più volte di scivolare e rompersi qualche osso, o quella pozione dall’aspetto miracoloso e mirabiliante. La porta era socchiusa, dall’interno in cartapesta proveniva un vociare tragicamente simile a quello che si era sorbito nella sua impaziente attesa in farmacia, poc’anzi. Ma in casa non avevano radioline, né vivevano altre persone oltre a lui e sua madre, vedova inconsolabile che cercava conforto per il povero figlio duro di comprendonio, o di intraprendenza. Dubitava fortemente che l’anziana madre parlasse da sola, ma si dovette ricredere quando fece capolino nell’ampio soggiorno. L’odore di caffè gli entrò ruvido nelle narici. Assieme ad un profumo non volgare di donna. Giovane.

Sua madre era truccata di fresco, raggiante. Al tavolo era seduta una persona dall’aspetto giovanile ed il sorriso sincero. «Oh, bravo, Lorenzo, grazie. Stavamo aspettando proprio te, sai. Vorrei presentarti Claudia.» disse sua madre con un sorriso di porcellana, in forma smagliante. Si guardò intorno spaventato, in cerca di una qualche via di fuga che non poteva trovare. Un qualche appiglio, una scusa banale, ma erano tutti espedienti già usati, alla lunga il trucco veniva scoperto anche nei prestigiatori migliori. Si rassegnò ad un pomeriggio colmo di frasi di circostanza e sguardi a vuoto.

Chissà perché, riuscivano a fregarlo sempre.

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Pubblicato da Lucio Campiani

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